Chiesa di S.Giorgio dei Genovesi

Nel luglio del 1576, la “Nazione genovese”, in concomitanza con la sua crescita demografica, acquistò dalla confraternita di San Luca, che si trovava in forte difficoltà economica, la vecchia chiesa del sodalizio localizzata nei pressi dell’antica Porta che già si chiamava di “San Giorgio”, luogo importante e significativo nell’ambito del tessuto urbano della città perchè ai margini della Cala, l’antico porto di Palermo.
L’allora console sostituto della”Magnificam Nationem Genuensium” di stanza a Palermo, Giovan Battista Giustiniani, firmava con la confraternita palermitana, in luogo del console ordinario Agostino Rivarola, un atto di cessione con la quale la Nazione genovese prendeva possesso della vetusta chiesa di San Luca con “atrio e case circostanti”.
Gli attivissimi “mercatores” genovesi, che invece problemi economici non ne avevano, si impegnarono a ricostruirla completamente per farne, con un chiaro intento autocelebrativo, un vero e proprio “mausoleo” per accogliere le loro sepolture. Inoltre, la nuova chiesa doveva essere intitolata in onore di uno dei santi più cari alla tradizione genovese, San Giorgio Martire, a cui i genovesi erano particolarmente devoti.
In cambio, ai confrati di San Luca, sarebbe stata riservata una cappella della nuova chiesa, dove poter seppellire degnamente i propri morti. Va sottolineato che essi non avrebbero potuto in nessun modo “concorrere et se immiscerein regimine et guberno dicte ecclesie Sancti Georgii in…..legatis elemosinis redditibus et proventibus…..in ea perventibus” (in poche parole, non dovevano immischiarsi nelle faccende della colonia genovese).

Con una committenza così facoltosa e desiderosa di possedere in città un “punto di riferimento” adatto a rappresentare il loro prestigio sociale e la loro potenza economica, i lavori iniziarono immediatamente, diretti dal piemontese Giorgio Di Faccio uno dei “Magister fabricatorum” più attivi a Palermo nella seconda metà del cinquecento: anche se l’attribuzione del progetto è piuttosto controversa. L’aspettativa di un risultato prestigioso portò i genovesi a rivolgersi ai migliori artigiani e artisti disponibili a quel tempo sulla piazza palermitana. La costruzione della chiesa, proprio in virtù delle ambizioni dei committenti, richiese un impegno di spesa molto rilevante in quanto doveva superare con la sua monumentalità le chiese di tutte le altre comunità forestiere. I lavori si protrassero per oltre due decenni fino a tutto il 1591, data di ultimazione della fabbrica (come si evince da una incisione sopra la finestra centrale del prospetto).

L’ESTERNO

Stilisticamente il magnifico tempio presenta notevoli affinità con l’architettura toscana del Quattrocento, e rappresenta una delle testimonianze più significative dell’architettura ecclesiale tardo- rinascimentale palermitana.
L’esterno dell’edificio religioso, rigoroso e razionale, si presenta come una monumentale struttura di equilibrata compattezza volumetrica, tutta realizzata in pietra da taglio, con un’austera e sobria facciata suddivisa in due ordini delimitati da un elaborato cornicione dalla trabeazione leggermente aggettante con caratteri fitoformi. Il primo ordine è ripartito da quattro slanciate lesene di ordine dorico ornato, poggianti su alti basamenti che inquadrano i tre ingressi alla chiesa e le due alte finestre che corrispondono alle navate laterali. Il secondo ordine, costruito successivamente, presenta decorazioni a volute e al centro fra due ridotte lesene, un’ampia finestra ovoidale contorniata da ricche decorazioni scultoree.

L’INTERNO

La chiesa ha impianto basilicale a croce latina suddiviso in tre navate scandite da imponenti gruppi tetrastili di colonne in marmo di Carrara disposte in modo molto elegante (realizzate dal “marmorarius” e scultore Battista Carabio che si obbligò con il console della “nazione” genovese, con atto rogato il 29 dicembre 1576, a fornire quaranta colonne in marmo bianco e mischiato al prezzo di 12 Once e 15 Tarì per ognuna), poggianti su alti basamenti che sostengono degli archi caratterizzati dall’alto soprassesto che si posano su raffinati capitelli corinzi. La croce del transetto è sormontata da una maestosa cupola ottagonale impostata su pennacchi sferici, retta da un doppio ordine di colonne binate e sovrapposte che ne accentuano la solenne grandiosità. Il vano absidale di forma quadrangolare presenta un piccolo altare marmoreo.
Nelle navate laterali si aprono, incassate nello spessore murario, tre cappellette per ciascun lato mentre altre due si trovano nelle testate della crociera, ai cui lati, delle nicchie custodiscono dei sarcofagi funerari di bambini.
Ad eccezione della cappella di San Luca, riservata secondo gli accordi all’antica confraternita, tutte le altre portavano i nomi di illustri famiglie di origine genovese che ne ottennero il patrocinio. Esse ne finanziarono la realizzazione, commissionando opere pittoriche e scultoree ad alcuni dei più rinomati artisti attivi fra la fine del cinquecento e i primi decenni del seicento, che hanno fatto si che la chiesa di San Giorgio diventasse un autentico scrigno pieno di opere di straordinaria bellezza.

NAVATA DESTRA

Nella prima cappella della navata destra si trova un dipinto del grande pittore napoletano Luca Giordano che raffigura “Santa Maria del Rosario e Santi”. Nella cappella che segue, già della famiglia Giustiniani, troviamo una straordinaria opera del toscano Jacopo Chimenti detto ”l’Empoli”, il fortemente drammatico “Martirio di San Vincenzo di Saragozza”. La successiva cappella, un tempo della famiglia Del Bene, custodisce una pala del pittore genovese Bernardo Castello raffigurante la “Lapidazione di Santo Stefano protomartire”. Nella cappella del transetto di destra, troviamo un’opera del pittore veneto, allievo di Tiziano, Jacopo Negretti detto Palma il Giovane, il “Battesimo di Cristo” del 1604.

NAVATA SINISTRA

Nella navata di sinistra la prima cappella presenta un’opera del palermitano Gerardo Astorino, “l‘Estasi di San Francesco”. Nella cappella seguente troviamo un dipinto attribuito al pennello di Domenico Fiasella, detto anche il Sarzana, dal paese d’origine del pittore, che raffigura la “Madonna Regina di Genova” dei primi anni del seicento. A seguire, nella cappella che fu della famiglia Lomellini, una straordinaria “Annunciazione”, 1594 circa, altra opera di Jacopo Palma il Giovane. Nella cappella del transetto sinistro fa bella mostra un seicentesco crocifisso policromo di scuola siciliana su un reliquario ligneo.
Nelle absidiole ai lati dell’altare troviamo, a destra, nella già citata cappella di San Luca, un capolavoro di Filippo Paladini “San Luca che ritrae la Vergine”, mentre a sinistra è custodita l’opera raffigurante il “Martirio di San Giorgio” dipinto su tela di Jacopo Palma il Giovane.
Infine, collocata sull’altare maggiore, una pala che raffigura “San Giorgio e il drago” di ignoto autore siciliano.
Posta sotto l’altare maggiore un manufatto marmoreo che raffigura “Santa Rosalia giacente nella grotta” di Giovan Battista Ragusa.

Va sottolineato che tutti i dipinti presenti dentro la chiesa sono stati restaurati, alcuni anni addietro, dall’assesorato BB.CC. con la collaborazione, e soprattutto l’impegno economico, dei Rotary Club di Palermo.
Lo straordinario pavimento della chiesa dei genovesi è tuttora, quasi totalmente occupato da 64 lastre sepolcrali nelle quali scorrono sotto gli occhi i nomi di esponenti delle principali famiglie della nobiltà genovese, sia “vecchia” che “nuova”, come i Giustiniani, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Pernice, i Serra, i Pallavicini e di tante altre: fra queste anche quella di un Nicola Colombo che si dichiara discendente del grande Cristoforo Colombo scopritore del nuovo mondo, ed afferma di essere ligure per nascita e siciliano in morte (sig ligur ex ortu morteque sum siculis).

Fra le lastre tombali della chiesa, in fondo alla navata destra, c’è anche quella della celebre pittrice cremonese Sophonisba Anguissola, ritrattista della famiglia reale spagnola sposatasi in seconde nozze nel 1579 con Orazio Lomellini un facoltoso uomo d’affari di origini genovesi residente a Palermo. Di particolare interesse la cripta che si trova sotto la chiesa dove è possibile accedere dall’esterno attraverso una porticina laterale. Il suggestivo locale ipogeo utilizzato per particolari eventi culturali, purtroppo, conserva ben poco delle raffinate decorazioni parietali primitive.

La chiesa di San Giorgio dei genovesi, rimasta sconsacrata e chiusa (come altre chiese della città) per oltre trenta anni, è stata riaperta al culto soltanto nell’ottobre del 2002: oggi fa parte dei cinque monumenti religiosi del circuito “I tesori della Loggia”, assieme agli oratori di Santa Cita e San Domenico, la chiesa di San Mamilano e la chiesa di Santa Maria in Valverde. Veri “tesori” fra i tanti di questa nostra città.

Nicola Stanzione

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