Palazzo S. Croce – S. Elia

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La storia del palazzo dei marchesi di S. Croce prende le mosse nei primi decenni del XVI secolo, quando il “ magnificus” Vincenzo Imbarbara barone di Alia comprava “un tenimentum magnum domorum cum cortilibus” posto all’incirca all’angolo tra la Ruga Magna dell’Albergheria e l’antica ruga Divisorum (le attuali via del Bosco e via Divisi).
Si trattava di un frammento di tessuto urbano di matrice medievale con un ampio cortile dove don Vincenzo, una volta completato l’acquisto, intraprese la costruzione della Domus Magna di famiglia, destinata a rappresentare nelle intenzioni del fondatore, il nuovo “status” sociale conseguito dagli Imbarbara.
La famiglia Imbarbara, probabilmente di origine marsalese, dovrebbe essere giunta a Palermo nel 1473 con il padre di Vincenzo, Antonio Guglielmo, che in quell’anno si univa in matrimonio con Fiordilingi Ventimiglia, figlia del barone di Sperlinga, uno degli esponenti più prestigiosi della più alta aristocrazia regnicola. E’ evidente che una simile unione fu possibile solo in virtù di una elevata posizione sociale ed economica dello sposo che era anche imparentato con i Tagliavia baroni di Castelvetrano, una delle famiglie più in vista del regno.
L’ultima esponente del casato degli Imbarbara, donna Francesca Cifontes e Imbarbara nel 1596 sposa don Pietro Celestri e Migliaccio marchese di Santa Croce e figlio primogenito del potente vicario generale del Val di Noto e maestro razionale del Real Patrimonio Giovan Battista Celestri. Francesca porta in dote al marito 12.000 scudi, fra oro e argento, suppellettili, corredo e denaro contante, inoltre la baronia di Alia compreso il territorio di Turturesi, e la grande dimora di famiglia “la casa grande et altre case collaterali con lo suo giardinetto sita et posita in lo quarterio dell’Albergheria in la strata delli Repentiti”.
All’alba del XVII secolo, cioè in concomitanza del taglio della strada Nova o Maqueda, il palazzo del marchese di Santa Croce, dopo l’atterramento di buona parte della sua struttura e la conseguente ricostruzione operata anche ricorrendo all’acquisto di proprietà adiacenti, si venne a trovare in una posizione particolarmente felice, in quanto da una parte, aveva prospetto su via Divisi e, dall’altra era venuta a trovarsi, proprio a frontespizio di via Maqueda con un fronte di ben 75 metri (la facciata più estesa della città).

Le fonti storiche disponibili poco o nulla ci consentono di dire sull’aspetto del palazzo dei Celestri a quel tempo, si trattava indubbiamente di una importante dimora aristocratica, ben diversa dalla casa degli Imbarbara. Probabilmente era costituita dagli appartamenti nobili al primo piano e da corpi adiacenti di servizio, le scuderie (sappiamo che già nel 1572 donna Melchiorra Imbarbara e Cifontes possedeva un “cocchio” allora prerogativa solo di pochissime famiglie), il forno, una cappella, un ampio giardino retrostante e forse anche l’originaria scala escuberta (immancabile nelle migliori dimore quattro-cinquecentesche palermitane) dell’antica casa degli Imbarbara.
Le vicende edilizie del palazzo continuano attorno al 1756, quando il marchese Giovan Battista Celestri e Grimaldi, decide di riconfigurare ed ampliare l’avita residenza di famiglia la cui ubicazione risultava, come già visto, particolarmente prestigiosa. Per dare attuazione all’ambizioso progetto edificatorio il marchese di Santa Croce si affidò al “ regio ingegnero” Nicolò Anito figura importante nella storia dell’architettura civile palermitana dell’epoca. Si trattò in realtà di una prosecuzione dei lavori di ampliamento iniziata anni addietro, artefice un’altro architetto rimasto fino a oggi senza nome, che erano stati successivamente interrotti.
Il progetto fu talmente grandioso nel suo disegno che ancora oggi riesce a stupirci per le dimensioni fuori dai canoni. Quella stessa grandiosità che ancora oggi ci porta a considerare come grandi fossero le case magnatizie del settecento.

Le opere di trasformazione interessarono sia l’interno che l’esterno dell’edificio e ne modificarono l’originaria configurazione. I lavori prevedevano, tra l’altro, la realizzazione di un nuovo monumentale fronte con doppio portale su via Maqueda, di un nuovo cortile nell’area del preesistente giardino, e di nuovi ambienti da ricavare dalla unione dei due corpi di fabbrica costituiti dalla vecchia “domus magna” degli Imbarbara col nuovo corpo realizzato nell’area di vecchie fabbriche demolite acquistate in precedenza dalla famiglia. Fu prevista anche la realizzazione di un nuovo monumentale scalone.
Per circa un anno i lavori procedettero a ritmo serrato, fino al 1760, anno in cui alla figura dell’Anito subentrò quella dell’ingegnere Giovan Battista Cascione, che già, probabilmente, collaborava con l’Anito, cui si devono le opere di finitura sia degli interni ma soprattutto degli esterni.
All’interno il Cascione operò la trasformazione, probabilmente su progetto già esistente, di diversi saloni del piano nobile portando a compimento la spettacolare “enfilade”dei saloni, impreziositi da splendide decorazioni: porte dipinte, pavimenti maiolicati di bottega napoletana, stucchi dorati, raffinati sovrapporte dentro cornici a rocaille, caminetti di marmo e volte affrescate con eleganza settecentesca davano al palazzo l’aspetto di una vera reggia.
Mentre all’esterno il noto architetto realizzò la corte d’onore, il secondo cortile e il monumentale scalone. Numerosi e importanti artisti lavorarono nel palazzo realizzando ambienti di straordinaria bellezza e magnificenza: il pittore ornatista napoletano Benedetto Cotardi, Antonio Manno, Ottavio Volante, autore dell’affresco del salone principale, Rocco Nobile, a cui si deve, tra gli altri, l’affresco della terza anticamera, raffigurante la “Gloria del principe virtuoso“, Mariano Di Paola, Pietro Bilardi, Nicolò Noto, gli stuccatori Aloisio Romano e Gaspare Firriolo.
All’esterno il noto architetto intervenne nelle facciate realizzando la scenografica sequenza di “finestroni” dai timpani spezzati arcati e triangolari adorni di decorazioni in stucco, con le ringhiere a petto d’oca.

Nel 1760 si cominciò la costruzione della magnifica corte e lo scalone d’onore a doppia rampa con gradini in marmo rosso di Castelvetrano per consentire l’accesso agli appartamenti del piano nobile. Di seguito, inserite entro nicchie, si collocarono ai lati dell’ingresso al piano nobile due pregevoli statue raffiguranti le Virtù: la Giustizia e la Prudenza opere di Gaspare Firriolo. Le vicende costruttive del palazzo si prolungarono nel tempo prima per le dimensioni, come già detto, fuori dai canoni e poi per sopraggiunte difficoltà economiche del committente. Ma quando la grandiosa residenza nobiliare venne ultimata suscitò enorme ammirazione, apparendo agli occhi dei palermitani come un edificio di particolare sontuosità ed eleganza, motivo di prestigio e abbellimento edilizio per tutta la città. Furono gli anni del massimo splendore di questa magnifica casa, la quale per vastità del suo impianto e la bellezza degli interni era considerata una delle più cospique dimore nobiliari dell’epoca.

Il palazzo restò di proprietà dei marchesi di S.Croce fino al 1866 quando l’ultima erede del casato donna Marianna Celestri e Grimaldi principessa di Montevago priva di eredi diretti istituiva suo erede universale il nipote Romualdo Trigona e Gravina principe di S.Elia, personaggio illustre, ma anche molto discusso, della Sicilia post-unitaria.
I Trigona di Sant’Elia mantennero la proprietà fino al 1920 quando donna Laura Trigona decise di vendere la parte più rappresentativa dell’immobile.
Dopo essere stato usato negli anni nei modi più svariati, e dopo essere stato oggetto di ripetute ruberie di tutti gli arredi fissi (boiseries, sovrapporte caminetti, piastrelle maiolicate), finalmente nel 1984 la Provincia Regionale di Palermo acquistò l’antico palazzo. Ma si dovette aspettare fino al 1997 per avere un vero progetto di restauro che riportasse all’antico splendore il prestigioso immobile.
L’attento, e impegnativo, lavoro di restauro iniziato nel 2000, è stato mirato non solo alla valorizzazione delle sue eccezionali tesimonianze artistiche, con il recupero di tutti gli ambienti, ma anche ad nuovo uso che ne ha consentito oggi il migliore inserimento nella vita artistica e culturale della città. (oggi è un suggestivo e prestigioso spazio espositivo).

La concessione dell’immobile, nel febbraio del 2013, alla Fondazione S..Elia che si occupa di organizzare eventi e manifestazioni di particolare livello culturale, ha consentito la completa fruizione di questo bene architettonico, in perfetta sintonia con la storia complessa e variegata, di questa magnifica dimora.

Nicola Stanzione

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