Palazzo Sclafani

Sclafani_01Narra la tradizione che tale edificio fosse sorto per una scommessa (io aggiungerei, o per invidia). Nel 1330 si racconta, che Matteo Sclafani conte di Adernò e di Ciminna, fosse stato invitato dal cognato Manfredi Chiaramonte conte di Modica, ad una festa nel suo sontuoso palazzo del Piano della Marina, il famoso “Hosterium Magnum” (Lo Steri). Ammirato, ma desideroso di non lasciarsi vincere in magnificenza il conte di Adernò promise al cognato che nel volgere di un solo anno avrebbe eretto un edificio altrettanto maestoso, promessa che, secondo quanto riferisce lo storico Tommaso Fazello, fu puntualmente mantenuta. Ma basta osservare la maestosa facciata dell’Osterio di casa Sclafani per rendersi conto che è molto improbabile, se non impossibile, riuscire a costruire un’opera tanto impegnativa in un tempo così breve (anche se lo Sclafani aveva convocato i migliori architetti e i muratori più esperti del tempo). Si dice anche che l’eco di ammirazione suscitata dalla mirabile dimora di Matteo Sclafani, con gli inevitabili paragoni, avesse incrinato i rapporti fra i due congiunti, contribuendo all’instaurarsi di quella rivalità politica fra le due potenti famiglie feudali di cui una, quella dei Chiaramonte capeggiava la fazione latina mentre quella degli Sclafani, nonostante vantasse discendenza normanna, parteggiava per la fazione catalana.

Il Palazzo

In origine, come la dimora dei Chiaramonte, palazzo Sclafani aveva la parte basamentale costituita da una robusta massa quatrangolare compatta, senza aperture: infatti gli ambienti del primo ordine ricevevano luce solo dal cortile interno. L’edificio, che si sviluppava su tre piani d’uso, era aperto alla luce solo negli  ordini superiori dove era circondato da una serie di eleganti finestre “bifore” inghirlandate da grandi arcate intrecciaciate tra di loro di chiara derivazione normanna, con tarsie bicrome:  “quasi a costituire un prezioso diadema di gusto orientale” (Spatrisano). Questa dimora di dimensioni inedite per un palazzo privato dell’epoca, testimonia l’alto livello raggiunto dall’architettura civile del trecento palermitano in chiaro anticipo sui futuri modelli architettonici del centro Italia. L’aspetto esteriore del palazzo del conte di Adernò era quello di una reggia fortificata; occorre immaginarlo nell’originario isolamento (un tempo il palazzo sorgeva isolato a frontespizio del Piano del Palazzo) che metteva in evidenza la straordinaria imponenza del suo impianto, per comprenderne tutto il fascino. Oggi purtroppo a noi è dato osservarlo solamente nella parte del suo prospetto meridionale che si affaccia sulla piazza S. Giovanni Decollato. Infatti le continue manomissioni e trasformazioni che l’edificio ha subito nel tempo, hanno cancellato completamente l’immagine della splendida residenza nobiliare trecentesca e ne hanno pure occultato gli altri tre prospetti. La facciata superstite per fortuna è rimasta integra, nonostante il rimaneggiamento della zona basamentale eseguito alla fine dell’ottocento, con l’apertura di una moderna finestratura. In questo lato fa bella mostra di sè lo splendido portale gotico su cui, in corrispondenza dell’arco, si trova una leggiadra edicoletta classica dove  campeggiano ancora gli stemmi di casa Sclafani (due gru che  si affrontano), oltre a quelli della città di Palermo, della Sicilia e del Regno d’Aragona, opera armoniosissima dello scultore Bonaiuto Pisano: ancora più in alto, si trova un’aquila marmorea che tiene fra gli artigli una lepre.

Alla morte di Matteo Sclafani, avvenuta nel 1354, la sua potente e ricca famiglia si estinse (nonostante tre matrimoni, lo Sclafani non ebbe un erede maschio). Il grande palazzo fu confiscato nel 1400 e assegnato ad una nobile famiglia spagnola, la quale residente in Spagna non si curava delle sorti dell’edificio, che ben presto cadde in rovina. Ma durante il regno di Alfonso d’Aragona “il Magnanimo”, cambia il destino della magnifica dimora che torna a vivere: infatti nella prima metà del XV secolo il palazzo divenne l’ospedale “Grande e Nuovo” della città di Palermo. Nel 1429 il frate benedettino frà Giuliano Majali indirizzava al senato della città una supplica per ottenere il privilegio di fondare un grande ospedale che accorpasse i ventidue ospedali “ pichuli ” e “ malamenti sirvuti ” sparsi per la città. Il 24 aprile dello stesso anno l’arcivescovo di Palermo Martino de Marinis, concedeva il nulla osta alla fondazione dell’ospedale, e il 21 di agosto Re Alfonso d’Aragona accolse la richiesta: un’apposita Commissione designata dal sovrano si incaricò di stilare i  relativi “ Capitoli ”. Nel 1435 il palazzo (un edificio ormai vecchio e obsoleto) che a quel tempo apparteneva a don Sancio Ruiz de Lihori visconte di Gagliano, venne acquistato dal senato cittadino per la somma di 150 once e concesso all’amministrazione dell’Ospedale Grande e Nuovo: tuttavia dovettero passare  altri cinque anni prima che il palazzo, dopo i necessari lavori di adattamento potesse essere adibito a nosocomio. L’interno del palazzo è costituito da un arioso e ampio cortile dalla forma quadrangolare, racchiuso da un porticato in gran parte ricostruito, dove uno scalone laterale conduce al piano nobile che è costituito da un grande salone illuminato da grandi finestre.

Tra la seconda metà del quattrocento e la prima metà del seicento, al tempo in cui l’edificio era ospedale, addossati ai muri perimetrali del cortile furono realizzati alcuni splendidi affreschi che ne decoravano le pareti: una di queste ospitava il famoso affresco quattrocentesco intitolato “Il Trionfo dalla Morte”, rimosso dal suo muro vacillante con una operazione delicatissima nel 1944, ed oggi esposto presso la Galleria di palazzo Abatellis. L’opera di un ignoto grande artista, certamente commissionata dal Rettore dell’Ospedale dell’epoca, raffigura la Morte armata di arco e frecce che cavalca uno scheletrico cavallo intento a travolgere implacabilmente nel suo tragico passaggio potenti e prelati mentre risparmia storpi e miserabili. Irrimediabilmente perduti altri affreschi di grande pregio, il quattrocentesco “Giudizio Universale” di Antonello Di Crescenzio, e due altri grandi affreschi; raffigurazioni del Purgatorio e del Paradiso, che il grande pittore monrealese Pietro Novelli realizzò nel 1634. In seguito ai moti rivoluzionari del 1848, palazzo Sclafani fu dichiarato bene demaniale, l’amministrazione dell’Ospedale Grande e Nuovo ne mantenne il possesso fino al 1852, quando “l’Ospedale Civico” fu trasferito nei locali della casa gesuitica di S. Francesco Saverio (rasa al suolo da un’incursione aerea  l’8 settembre 1943). Si decise allora di cambiare ancora una volta la destinazione d’uso dell’edificio trasformandolo in “gendarmeria”. L’Amministrazione militare ne fece il proprio quartiere di truppa riconfigurandone ulteriormente  gli ambienti. Recenti rilevamenti e scavi archeologici eseguiti nel cortile del palazzo, hanno riportato alla luce interessanti vestigia delle antiche mura cittadine riferibili ad un’età precedente a quella normanna (epoca araba), ed inoltre è riemersa una piccola parte (l’angolo di un peristilio) di una “Domus” di età romana: queste scoperte, particolarmente significative, aprono nuove prospettive di studio e rimandano ad una nuova chiave di lettura per quanto riguarda le origini del palazzo.

Oggi è possibile visitare palazzo Sclafani previa autorizzazione del Comando Militare dell’Esercito. Inoltre viene aperto al pubblico in occasione di avvenimenti culturali particolarmente qualificati.                                                          

                                                                                                                                             Nicola Stanzione

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