Principi e Pirati Barbareschi

Nicola miniatura

Fino a tutto il XVIII secolo, la navigazione nel mar mediterraneo non era per niente sicura, infatti pirati e corsari maghrebini infestavano i mari verso le rive nordafricane, e con le loro audaci incursioni minacciavano frequentemente le coste dell’Italia meridionale.
La guerra corsara, per i paesi barbareschi del nordafrica, era una vera e propria “industria” che rendeva così bene da essere considerata il vero motore dell’economia di questi paesi. Questo genere di attività, che non era un fenomeno solo musulmano, in qualche occasione poteva essere veramente fruttuosa. E’ questo il caso della vicenda che riguardò la cattura da parte di corsari tunisini, di don Giovanni Luigi Moncada principe di Paternò, uno dei personaggi più in vista della nobiltà siciliana. principi e pirati barbareschi
Il principe il 26 luglio del 1797 era salpato da Palermo a bordo di un vecchio “sciabecco”,  il S. Nicolò, preso a nolo da un armatore albanese, per recarsi a Napoli dove intendeva fissare definitivamente la propria dimora.
Il ricchissimo principe si era imbarcato con un tesoro di 50.000 scudi ed inoltre gioielli, argenterie, cavalli e regali da portare agli amici e alle amiche della corte napoletana.
Assieme al Moncada, accompagnato da un seguito di 16 persone, viaggiavano un gruppo di mercanti palermitani anche loro con denari e merci preziose. Il comandante della nave, un greco di nome Atanasio Buga aveva arbitrariamente innalzato bandiera ottomana, per far credere agli sprovveduti passeggeri che la nave fosse immune dagli attacchi dei corsari barbareschi. In realtà non era in possesso dei necessari salvacondotti, che venivano rilasciati alle navi  appartenenti a nazioni che avevano trattati di pace con gli stati della “Barberia”. Ed inoltre si era accordato segretamente con i tunisini per far cadere la nave in una imboscata. Dopo essere partito dal porto di Palermo il capitano, con la scusa della bonaccia, cioè la mancanza di vento, si trattenne più giorni a largo di Ustica permettendo così a una galeotta tunisina di raggiungere il “S.Nicolò” nei pressi dell’isola.
Nonostante la evidente inferiorità il capitano “finse” una resistenza , ma alla fine le soverchianti forze della galeotta tunisina ebbero la meglio.
La cattura era avvenuta dunque, non per caso, ma per il tradimento dell’armatore e del capitano della nave.
Dopo qualche settimana altre navi portarono a Palermo la notizia che il S. Nicolò era stato catturato dai “pirati barbareschi” e che si trovava ancorato nel porto di Tunisi, inoltre raccontarono che i prigionieri erano stati considerati schiavi e rinchiusi nel “bagno” (il luogo dove venivano incarcerati gli schiavi).
Soltanto il principe per riguardo al suo rango era stato affidato ad un commerciante francese, un certo Famin. La notizia della sventurata cattura del principe di Paternò si diffuse rapidamente nel regno, giunse a Napoli e a Palermo come un terremoto.
Enorme fu l’emozione tra la nobiltà; alla corte borbonica si temeva per la  sorte del Paternò che tra l’altro aveva la sua seconda moglie, donna Giovanna del Bosco, dama di compagnia della regina, in attesa di un figlio.
Giunto a Tunisi, il principe tentò immediatamente di trattare la liberazione per sè e per il suo seguito, convinto dell’illegittimità della sua cattura, ma ben presto si rese conto che non sarebbe stato affatto facile. Infatti  il Bey  Hammouda Pascià, reggente di Tunisi, non appena si rese conto che la preda che aveva in mano era grossa, non si lasciò certo sfuggire la ghiotta occasione di ottenere un cospicuo riscatto.
La cattura di un principe non era cosa di tutti i giorni, ed inoltre il principe di Paternò era ricco sfondato, certamente il feudatario più potente di Sicilia.
Intanto in Sicilia i familiari del principe non se ne stavano con le mani in mano, cercarono in tutti i modi di salvare il Paternò dalla schiavitù, si appellarono al re Ferdinando, cercarono di coinvolgere gli ambasciatori di Inghilterra, di Francia e soprattutto di Spagna (paese d’origine dei Moncada), che intervenne in sostegno della liberazione del principe rivendicando le prerogative del trattato di pace tra Spagna e la Reggenza di Tunisi.
Il governo spagnolo insisteva sul fatto che essendo il principe “Grande di Spagna” la sua cattura era da ritenersi illegittima. Ma vani furono  tutti i tentativi, i tunisini sostenevano che tutti i documenti trovati addosso al principe dimostravano che lui fosse siciliano e quindi il fermo era legittimo. Non sortì migliore effetto il tentativo del governo ottomano di Istanbul (di cui il Bey di Tunisi era teoricamente vassallo): il sultano turco Isaac Bey, sollecitato dal re di Napoli, provò a convincere Hammouda Pascià dell’illegittimità della cattura del principe, ma il Bey rimane fermo nella sua determinazione.
Per trattare la liberazione del principe si recarono a Tunisi il figlio secondogenito, Guglielmo, ed il cognato Arrigo del Bosco che lo trovarono in cattive condizioni fisiche. Il figlio si offrì come ostaggio al posto del padre, ma la proposta non fu accettata dal tunisino, e assieme al cognato del padre dovette tornare a Napoli.
Dopo quattro mesi di vani tentativi di persuasione del Bey, il principe si convinse seppure a malincuore di avviare personalmente le difficilissime trattative per il suo riscatto. La richiesta iniziale del reggente di Tunisi fu esorbitante, 600.000 scudi, una cifra ingentissima anche per uno come il principe di Paternò.
Alla fine delle trattative, concluse il 14 dicembre 1797 presso il consolato spagnolo, si giunse ad un’accordo per la metà, 300.000 scudi, di cui 60.000 furono pagati in contanti, e per il resto il principe sottoscrisse l’obbligo di pagare dopo la sua liberazione, impegnando il suo patrimonio, presente e futuro.
Il pagamento sarebbe dovuto avvenire in tre rate eguali con scadenze, a maggio 1798, dicembre 1798 e maggio 1799. Rimesso in libertà il 22 dicembre il Paternò ritorna a Palermo, e non appena sbarcato, vuole la tradizione, che egli si rivolse verso l’Africa  compiendo il “gesto dell’ombrello”. Il principe a tutto pensava tranne al fatto di dover pagare  il resto della cifra pattuita con il Bey che egli riteneva “strappata col coltello alla gola” .
Chi poteva credere che il principe (eterno litigante) fosse così sciocco da pagare una somma così alta ad un predatore barbaresco? Ma purtroppo si era fatto i conti senza l’oste, infatti come vedremo, le cose non andarono esattamente come lui pensava.  Alla  scadenza della prima rata ovviamente non accadde nulla.
Il Bey dopo mesi e mesi  di attesa si rivolse al re di Napoli, egli mandò un suo emissario che si presentò davanti al sovrano napoletano esibendo l’obligazione autografa del principe di Paternò. L’inviato del reggente di Tunisi, seppur diplomaticamente, aveva minacciato rappresaglie e la rottura della pace vigente con il regno di Napoli.
Re Ferdinando tentennò un poco, poi si rese conto delle dannose conseguenze che questa vicenda poteva avere per i suoi stati,  così anteponendo alla giustizia la “ragione di stato” e per il quieto vivere dei suoi sudditi, dispose che le ragioni del Bey venissero perorate dall’avvocato fiscale  del Real Patrimonio (oggi diremmo dall’Avvocatura dello Stato), e che il Tribunale del Commercio si esprimesse sollecitamente in merito alla controversia.
Il 31 luglio 1800 il Magistrato del Commercio condannava il principe a soddisfare il debito contratto con il Bey tunisino intimando allo stesso di depositare nella “Tavola” di Palermo (Banco Pubblico) la somma residua del suo riscatto.
La sentenza sfavorevole non preoccupò più di tanto il principe che continuava ostinatamente ad opporsi al pagamento di un debito da lui considerato illeggittimo. Questo atteggiamento del principe di Paternò suscitò nel Bey un forte risentimento verso il regno di Napoli.
Per questo motivo il 20 ottobre del 1802 re Ferdinando dispose il sequestro di alcune rendite del principe di Paternò per far fronte alle spese del processo e al pagamento del debito, che pare, il governo di Napoli avesse in parte anticipato.
Il fatto fu scandaloso, sappiamo che don Giovanni Luigi Moncada fu costretto a smembrare una parte non trascurabile del suo immenso patrimonio, ipotecando alcuni suoi feudi, per soddisfare il debito contratto con il Bey di Tunisi.

                                                                                                                     Nicola Stanzione

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