Si dice del mese d’Aprile

aprile

Aprili, lu duci durmiri/nè livari, nè mettiri: un vecchio proverbio siciliano che, nel constatare come in questo mese sia dolce il dormire, consiglia agli incauti di non togliere nè aggiungere indumenti. Aprile non è pazzerellone come il mese che lo precede, ma può riservare qualche sorpresa.

La campagna è già tutta in fiore, e se un albero tarda, sarà meglio estirparlo: Arvulu chi d’aprili nun fa ciuri, mancu nni fa intra l’autri staciuni. Secondo un’antica tradizione, se piove il 3 di questo mese, se ne avrà per quaranta giorni “terzu aprilanti, quaranta duranti”, ma l’acqua per la campagna sarà una vera fortuna: Si nt’Aprili chiovi trentadui iorna, nun è troppu.
Chi ha tardato a potare le viti è meglio che vi rinunci: S’a putari vai in Aprili, non di vinu, ma d’acquata jinchirai li to’ varrili.
Aprile è considerato il mese della Pasqua, anche se in realtà questa festività oscilla dal 22 marzo al 25 aprile.
Vive ancora la tradizione della domenica delle Palme, festeggiata con ramoscelli d’olivo e palme. Un tempo – come riferisce il Pitrè – non vi era fanciullo che ne andasse privo, sia che li ricevesse in dono, sia che li comprasse dai fiorai, che per quella circostanza andavano vociando: Biniditta a parma! Un granu un mazzuni.
Si ripete annualmente la Fiera di Pasqua, che sorgeva una volta nella scomparsa piazza Castello e che, ormai da tempo, pianta le sue tende al Foro Italico.
Il Giovedì Santo, a dire del Cacioppo (1835) il Capo del Governo locale lavava i piedi a dodici poveri, vestiti alla guisa degli apostoli, e al dopo pranzo visitava in pompa alcune Chiese ove si ergevano i Santi Sepolcri. Dal mezzogiorno del giovedì sino a tutto il venerdì invece di campane si suonavano le tabelle, e non si andava nè in carrozza nè a cavallo per la Città, in segno di rispetto alle auguste cerimonie che celebrava la nostra Chiesa.
Sopravvivono ancora alcune processioni in occasione del Venerdì Santo.
Condita l’intera settimana santa delle ghiottonerie pasquali: la cassata, il pupo cull’ovu – una specie di pupattolo fatto di farina e tutto imbottito di uova sode – e la pecorella di pasta reale.
Ed infine la Domenica di Resurrezione. Ecco come ce la deschive Goethe, nel suo Viaggi in Italia (1786 – 1787) “L’esplosione di gioia per la Resurrezione del Signore si è fatta sentire fin dall’alba: i peterdi, le racchette, le bombe, i serpentelli, sparati davanti la porta delle Chiese, si contavano a carra, mentre i devoti affluivano per i battenti spalancati. Fra il suono delle campane e degli organi, le salmodie delle processioni e i cori dei preti che le precedevano, ce n’era abbastanza per frastornare gli orecchi di quanti non sono assuefatti ad un modo così fragoroso di adorare Dio”
Tratto da – “Palermo ieri e oggi” la città – di Rosario La Duca

 

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