Via Emanuele Notarbartolo

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Dalla via della Libertà alla piazza Ottavio Ziino.

Emanuele Notarbartolo in un immagine dell'epoca
Emanuele Notarbartolo in un immagine dell’epoca

Emanuele Notarbartolo fu sindaco di Palermo dal 26 ottobre 1873 al 30 settembre 1876, guadagnandosi la fama di uomo integerrimo e battagliero. Durante il suo mandato, ottenuto dopo un passato da Garibaldino ed un impegno come direttore del Banco di Sicilia, si distinse per aver combattuto il fenomeno della corruzione alle dogane e per essere stato uno dei promotori della costruzione del Teatro Massimo. Al termine del suo ruolo istituzionale tornò alla direzione del Banco di Sicilia, dove sviluppò la cassa di assicurazione contro gli infortuni degli operai sul lavoro e fronteggiò l’epidemia di colera del 1885 con la creazione di cucine economiche. Il suo impegno per risanare l’economia siciliana gli inimicò molta gente, soprattutto tra gli ambienti mafiosi dell’epoca, tanto da essere sequestrato nel 1882 per essere successivamente rilasciato dietro il pagamento di un cospicuo riscatto. Proprio queste inimicizie iniziarono a creargli ostacoli anche sul lavoro con la partecipazione, all’interno del consiglio della banca, di elementi deliberatamente ostili al Notarbartolo nonché collusi con la mafia, come il parlamentare Raffaele Palizzolo.

L’1 febbraio 1893 Emanuele Notarbartolo fu ucciso da 27 pugnalate mentre tornava in treno dalle sue proprietà di Sciara. L’omicidio, ad opera dei mafiosi Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, è considerato il primo delitto eccellente compiuto dalla mafia. A questo proposito si aprì un importante dibattito sulla collusione tra politica e mafia. Raffaele Palizzolo, identificato come mandante dell’omicidio, fu processato e condannato nel 1901, per poi essere assolto per mancanza di prove dalla Corte d’Assise di Firenze nel 1905, probabilmente grazie alle sue conoscenze importanti.

La via Notarbartolo è la strada in cui abitava Giovanni Falcone, giudice palermitano ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992. Davanti al portone del condominio in cui il giudice viveva insieme alla moglie Francesca Morvillo, morta anche lei nell’attentato, sorge un albero di Ficus conosciuto da tutti come l’“Albero di Falcone”, su cui cittadini, bambini e persone illustri, sono soliti affiggere messaggi e biglietti che testimoniano la volontà di non arrendersi di fronte alle mafie.

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