Le telecamere lo hanno immortalato mentre spegneva le luci della sala operatoria. Ma non è il solo “illecito” che gli si contesta. In altre occasioni le telecamere lo hanno beccato mentre spegneva l’ecografo e i condizionatori, o in bagno mentre maneggiava sulla leva del water nel tentativo di bloccare perdite d’acqua. Addirittura si è permesso di dichiarare che l’appropriazione indebita di materiale sanitario mette in serio rischio il bilancio dell’Ospedale.
Il dipendente, dopo vari richiami del primario, ha continuato imperterrito a reiterare il “reato”, per cui è stato invitato a presentarsi davanti il Consiglio Disciplinare che lo ha condannato a tre mesi di sospensione e relativa decurtazione dello stipendio.
Queste le motivazioni addotte: “Il soggetto in questione ha disatteso le norme comportamentali iscritte nel patrimonio genetico dei siciliani. Ha infranto certe regole che vedono nella Regione una mammella da succhiare e nel servizio pubblico una risorsa da saccheggiare”.
A questo punto il dipendente chiede a quali norme deontologiche ci si riferisce. Il più anziano dei componenti prende la parola: «Veda, lei dovrebbe conoscere il detto “Arroba fora e porta rintra” che fa dell’homo siculo un individuo attento alle necessità della famiglia che lei, attraverso il suo comportamento, vuole mettere in crisi.
«Lei deve sapere che le tentazione aumentano quando questi “beni” appartengono allo Stato. Non c’è cosa più stimolante che rubare allo Stato padrone e sfruttatore. Sciupare l’acqua dei rubinetti, lasciare le luci accese o portare a casa materiale preso furtivamente nei posti di lavoro, per certuni rappresenta una sorta di compensazione nei confronti di uno Stato sanguisuga e vessatore che si è permesso di inventare le tasse, intollerabili per chi ha come unico punto di riferimento il benessere della “famigghia”.
«In certi ambienti la famiglia rimane l’unico nucleo sociale nel quale la persona si sente effettivamente inserito, per cui in nome della famiglia tutto è lecito: si ruba in qualsiasi maniera così da assicurare il sostentamento per sé, per i figli e per i nipoti.
«E lei, in nome della sua etica, vuole invertire un processo di abitudini secolari che si sono cristallizzate, diventando patrimonio comune di un popolo? Quando si ruba alla Stato è come se ci si appropriasse di qualcosa che appartiene ad una entità astratta, ed è questo che molto probabilmente attenua i nostri sensi di colpa e sminuisce agli occhi di molti la gravità del reato. Nemmeno si percepisce che le perdite economiche dovute allo sciacallaggio perpetrato nei confronti dei beni pubblici si riversa nelle tasche di tutti i cittadini.
«D’altra parte lei lo sa, alcuni ministri della Chiesa Cattolica purtroppo si preoccupano di stigmatizzare in maniera negativa le unioni civili, l’uso dei contraccettivi, mentre invitano a guardare il cielo come meta, invece di parlare di senso civico, di rispetto delle leggi e dell’ambiente. Per molta gente la religione è culto, liturgia, mai inquietudine, richiesta perentoria della coscienza, ricerca affannosa di una verità assoluta».

«Quindi dobbiamo assuefarci all’idea che non si possa cambiare?»

«Lei deve sapere che “Pensa a saluti!” o “Chi ta dari a vita!” sono due assiomi difficilmente sradicabili dalla nostra mentalità, che fa del nostro popolo quello che meno soffre di crisi, di ansie e di nevrosi. Questo tipo di mentalità non appartiene ad un singolo strato sociale ma accomuna il nobile, il borghese, il proletario, il sottoproletario, il medico, l’infermiere e l’ausiliario.
«Fra tre mesi ritorni al suo lavoro, faccia quello che gli spetta e non si preoccupi di quello che fanno gli altri, tanto non sarà lei a cambiare il modus operandi, non sarà lei a salvare la nostra Isola, che il buon Sciascia definiva (a ragion veduta) “irredimibile”. Forse in futuro si potrà sconfiggere la mafia, ma non l’humus attraverso la quale nasce, cresce e si sviluppa la mentalità mafiosa».

Giuseppe Compagno maggio 2019

Foto di andreas160578 da Pixabay

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