foto gonews.it
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Quando a Palermo c’erano meno macchine e non esistevano i videogames, il gioco dei ragazzi si svolgeva prevalentemente per strada. Era un modo magnifico per socializzare e anche per imparare a vivere. Già, perché per strada si incontravano ragazzini di classi sociali differenti, specie nelle periferia della città. Così si finiva per fare comunella anche con persone che fra un gioco e un altro andavano a rubare stereo o ruote dalle automobili. Ciò non toglie che con la maggior parte di questi ragazzi “deviati” socialmente si andava abbastanza d’accordo e non si avevano questioni particolari.

Il gioco che andava per la maggiore era naturalmente il calcio.
Il campo era la strada asfaltata (la carreggiata, per capirci) o gli spiazzi e le piazzette, normalmente sterrate. Ogni spazio era comunque buono, come quelli minuscoli chiusi da quattro mura. Le partite importanti si disputavano in campetti storici. Per la zona Policlinico, dove abitavo io, ne esisteva uno, grande pressappoco quanto un campetto di calcio a 5, in terra battuta, con due porte di legno senza rete. Lo chiamavano il campo di Fufi, per via di un vecchio cane bastardo che viveva lì da chissà quanto tempo. Il pallone era di cuoio, senza vernice, e quando pioveva si inzuppava così tanto da diventare pesantissimo e se ti beccavi una pallonata rischiavi di finire al pronto soccorso. La domenica venivano organizzati tornei che finivano spesso a cazzottate (specie tra il pubblico).
Ma il vero campionato per i ragazzi della zona si svolgeva nella mitica (almeno per me!) Santa Chiara. Un campetto piccolissimo in mattoni di cemento situato nel cuore del mercato Ballarò, appunto nella chiesa di Santa Chiara. Ricordo che era obbligatorio partecipare alla Messa domenicale in quella chiesa e ricevere il pass (un biglietto) che autorizzava l’ingresso in campo. Naturalmente la chiesa era sempre piena di ragazzi ma io non ricordo neppure un particolare di quelle celebrazioni!

Gli allenamenti si facevano la sera, in un angolo di strada con la porta disegnata su di un muro: se si era in due, uno parava e l’altro tirava, altrimenti si facevano passaggi o si giocava a “porta romana”, due squadre che si alternavano a fare attacco o difesa contro un’unica porta. Poi ogni giorno partite per tre o quattro ore di fila. Le porte non esistevano: due pietre a distanza di sei passi erano sufficienti (il problema cominciava con la verifica corretta di questi passi!) super-santos (fanpage.it)
Il pallone ufficiale era il Super Santos
. Il “San Siro” costavasan siro 1000 lire ed era privilegio di pochi (meglio, perché era più piccolo, misura 4 e troppo pesante). Del pallone di cuoio manco a parlarne!
Le squadre si facevano con la “conta” tra due: (spaiemu, si diceva) “toccu io, toccu io” e si lanciavano i numeri con le dita di una mano. Ad uno ad uno venivano scelti i compagni di squadra, gli ultimi erano i più scarsi. Se rimaneva un giocatore perché si era dispari, con sufficienza, uno dei due contendenti lo “regalava” alla squadra avversaria “per insalata”, si diceva: figuratevi che umiliazione!
Il più fesso, il più grasso o l’ultimo arrivato finiva in porta: io ho cominciato come portiere… e non sono mai stato grasso! “Vo iucari, tu?” mi chiesero un giorno che stavo lì a guardare. “Va para!” e così cominciò la mia carriera di giocatore di strada.
Le partite si giocavano senza alcun premio, al massimo qualche figurina Panini, quelle “Valida” però, cioè con la scritta rossa dietro e la cui raccolta consentiva poi di ricevere alcuni premi. Non esistevano i limiti laterali e infatti si giocava spesso facendo carambola col muro (un autotriangolo si può dire) se però lo spazio c’era, il fallo laterale si chiamava “autu” (solo molto tempo dopo ho capito il perché: autu era la storpiatura della parola inglese “out-fuori”, così come il fallo di mano si chiamava “enz” come storpiatura di “hands–mani”, mentre la ripresa a due veniva chiamata frichicchio, storpiando gravemente il termine free kick che in realtà in inglese indica il calcio di punizione: che internazionalità!). Ovviamente non esisteva il fuorigioco e mai che mai l’arbitro, per cui era rarissimo reclamare un calcio di punizione, e pensate un calcio di rigore (con la distanza che si doveva negoziare)!
La cosa più curiosa è che non esisteva il tempo: la partita si protraeva fino allo sfinimento fisico, all’approssimarsi della sera, al momento in cui il proprietario del pallone doveva andarsene (o si incazzava e se ne voleva andare) oppure quando il negoziante più cinico dopo avere avvisato, “chi fa, vu tagghiu stu palluni?” alla seconda volta lo squartava con un coltellaccio.
calcio-stradaNaturalmente dopo ore di gioco si perdeva il conteggio dei gol. Tante volte era già difficile stabilire quando era gol o meno (pensate che non c’erano neppure le porte!), e se il pallone era più alto nessuno poteva stabilire se era nello “specchio” oppure no e tantomeno “quanto” era alto. Si discuteva sempre e si finiva con un arbitrario calcio di rigore e il successivo “U Signuri sa vitti!” se l’esito era negativo. In ogni modo, indipendentemente dal risultato, spesso si decideva di terminare la gara col classicissimo “chi segna vince” e così si poteva tornare a casa vincitori o sconfitti a causa di questo “golden gol” (poi copiato nei campionati nazionali europei!)
Alla fine, la sera si rientrava a casa. Qualcuno con i pantaloni neri perché aveva recuperato i palloni che si erano incastrati sotto le marmitte delle macchine posteggiate e che certe volte diventavano  “a cucuzza”, cioè ovalizzati. E così, dopo un semplice “ciao ci vediamo domani” tutti si dileguavano. Già, perché si giocava insieme tutti i giorni ma raramente si diventava amici. Solo con qualcuno, per poi perderlo intorno ai tredici, quattordici anni quando la scuola superiore ci allontanava dal rione.

Tutto questo oggi è stato soppiantato dalle scuole calcio perché per strada è più difficile trovare spazi disponibili. Mi sono chiesto a tal proposito se non è anche per questa perdita di abitudine che il calcio italiano ha perso punti e talenti rispetto al calcio sudamericano dove ancora e sempre si pratica il calcio di strada. Vuoi mettere due allenamenti settimanali di un’ora o due sotto la guida e il controllo dell’allenatore che sicuramente ti fornisce gli strumenti fisici oltre che tecnici (sì, ma il pallone quando lo vedi?) con tre o quattro ore di gioco giornaliere dove il talento emerge spontaneamente per la necessità di trovare un posto nella vita? Boh? Magari è una fesseria.

Ho visto qualche sera fa davanti al Tribunale un gruppo di ragazzi che giocavano al pallone per strada. Mi sono commosso perché ho notato che nonostante gli anni siano passati certe cose, certe buone cose, ancora continuano ad esistere.

Saverio Schirò

foto di copertina tratta da  blog.futbologia.org.

6 COMMENTI

  1. Disamina perfetta…bellissime le citazioni in inglese che mi hanno fatto ricordare una parola dimenticata…enz (verissimo).
    Io avevo tra gli 8 e i 10 anni (quindi 1976-78) quando andavo a vedere la domenica queste partite…e non posso non citare il venditore di cedri (una bontà).
    Un abbraccio…saluti

    • Tutto meravigliosamente nostalgico. Anche il venditore di cedri, ma anche quello delle arancine davanti Santa Chiara: arancine “a carne” oppure quelle schiacciate a disco con la cioccolata e lo zucchero sopra.
      Altri tempi… da non dimenticare.

  2. ho avuto il piacere di giocarci in questo campo ,eravamo una squadra femminile ed è stato il mio primo ed ultimo tentativo di diventare una promessa del calcio femminile in quanto appena entrata in campo ho tirato in porta ed ho fatto GOLLLLLLLLLLLLLL !!! Avevo segnato nella mia porta . Che ricordi . grazie per far si che la gente non dimentichi. saluti da MIRIAM Di PAOLA

  3. Salve, vorrei sapere se il “campo di fufi” era collocato dove attualmente si trova la succursale del liceo scientifico Benedetto Croce in via Filippo Corrazza.
    Grazie.

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