Parole che non si spiegano: detti palermitani che fanno sorridere e pensare

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Ogni popolo ha una sua lingua segreta, fatta di frasi che non si trovano nei dizionari ma che si tramandano di generazione in generazione. Sono i detti popolari, quelle espressioni che in poche parole sanno essere ora comiche, ora  taglienti o poetiche ma spesso spietatamente vere. Ogni città, ogni regione, perfino ogni quartiere ha il suo repertorio, e a Palermo, ogni detto è una piccola chicca teatrale, ogni proverbio è una battuta che sa di strada, di popolo, di vissuto.

Queste frasi sono difficili da tradurre e in ogni caso non si spiegano: però si vivono. Chi le conosce le coglie al volo, chi le ascolta per la prima volta resta spiazzato, perché dietro c’è una saggezza spicciola, ma profonda, che si tramanda con l’intonazione giusta e talvolta con uno sguardo complice. 

Col tempo, molti detti popolari rischiano di perdersi: i giovani spesso non li comprendono, mentre i più anziani li custodiscono come reliquie. Eppure, queste espressioni sono molto più che parole: sono memoria, cultura popolare e istantanee emotive. Per questo motivo è nato un database in continuo aggiornamento dedicato ai Detti popolari a Palermo, per conservarli e condividerli. 

E ora, spazio ad alcune delle perle più curiose, ironiche e pungenti che la saggezza palermitana ha saputo produrre.

Detti palermitani

Megghiu i chista l’amu iccatu (o ittatu)
Meglio di questa l’abbiamo buttata

È un detto palermitano usato per esprimere, con ironia e tatto, un giudizio su qualcosa che non è eccellente ma nemmeno da buttare. Sembra un complimento, ma è una frecciatina elegante: perfetto per essere diplomatici senza rinunciare alla sincerità.
Immagina che un amico ti faccia assaggiare un dolce fatto in casa. Non è proprio una delizia, ma vuoi essere gentile. Gli dici: “Minchia è buono! … Megghiu i chista l’amu iccatu!
E lui ride, capendo che forse la sua torta non vincerà MasterChef, ma almeno non è finita direttamente nel bidone della spazzatura!

Megghiu docu Ca ‘nterra
Meglio lì che a terra

Quando ti cade qualcosa dalle mani e finisce sul pavimento, invece di imprecare tutti i santi per l’accaduto, ecco, questo è il momento di sottolineare l’incidente con questo detto palermitano.
Letteralmente significa “Meglio lì che per terra”, e si usa quando qualcosa ci cade dalle mani, magari un oggetto, un po’ di cibo, o anche la dignità, ma non si rompe, non si rovina, e soprattutto non fa danno. 
Hai appena fatto cadere il telecomando che si è aperto e le batterie sono schizzate via. Ecco il momento perfetto per dire: “Megghiu docu ca ‘nterra!” E magari aggiungere un: “Chiù scantu ca dannu!” (Più spavento che danno!)

Si l’a iccari mu ru a mia
Se lo devi buttare dallo a me 

Questo detto si riferisce al cibo. Il detto è una piccola gemma di ironia culinaria, perfetta per sdrammatizzare quei momenti in cui l’ospitalità si fa un po’… insistente. 
La padrona di casa ti offre un’altra cucchiaiata di cibo con la classica frase: “Dai, prendine ancora, altrimenti, non è un peccato doverlo buttare?”
E tu, per non sembrare scortese ma anche per non farti trattare come il bidone dell’umido, rispondi con un sorriso: “Si l’a iccari, mu ru a mia!” Per dire: “Va bene, lo prendo… ma solo perché altrimenti finisce nella spazzatura!”

Ne vuoi? Chi semu o spitali?
Ne vuoi? E che, siamo in ospedale?

È una risposta affettuosamente provocatoria che si usa quando qualcuno ci offre del cibo con troppa timidezza. Evoca il contrasto tra l’ospedale — dove si può rifiutare di mangiare — e la tavola di casa, dove il cibo è piacere e abbondanza. Una risposta scherzosa che invita a godersi il momento senza troppe cerimonie, smorzando l’eccesso di formalità con un sorriso.

Muru cu muru cu spitali
Muro a muro con l’ospedale

Si riferisce a quei momenti in cui la salute scarseggia o abbiamo avuto qualche acciacco in più. Per sdrammatizzare alla domanda: “Come va? o “Come stai?” si risponde: Muru cu muru cu spitali, una risposta ironica e autoironica per dire “maluccio”, ma non vogliamo fare i tragici.
Una forma di umorismo da sopravvivenza, tipico della saggezza popolare siciliana che crea complicità: chi ascolta capisce che non stai benissimo, ma apprezza che tu ci scherzi su.

Ma vitti i lastricu
Me la sono vista dal lastricato

Si dice questo detto in risposta ad un mancato pericolo. Il significato letterale è “Me la sono vista brutta, ma proprio brutta!”
Il riferimento, secondo molti è legato al termine “lastricu” che indicherebbe la terrazza solare di un edificio (dal greco ostraka che indica la ceramica o la terracotta di cui erano pavimentati i terrazzi). Come se si assistesse ad una scena violenta dall’alto senza esserne coinvolto. Ma questo non spiega la sfumatura del detto palermitano. 
Invece nel linguaggio edilizio “u lastricu” corrisponderebbe al cornicione sporgente dei tetti a falde. In questo caso è come se scivolando dal tetto ci si ferma al limite avendo rischiato di cadere. 

Cu mancia fa muddichi
Chi mangia fa briciole

Si riferisce agli inevitabili effetti collaterali di ogni azione. Se accade un piccolo contrattempo, un incidente, una conseguenza inaspettata alla mia azione, al rimprovero si risponde in questo modo.
La frase parte da un’immagine semplice e quotidiana: mangiando, è normale che cadano briciole. Nessuno mangia senza lasciare traccia. E così, nella vita: Chi fa, sbaglia. Chi agisce, lascia segni. Chi si muove, può inciampare.
È una risposta elegante e ironica a chi ti rimprovera per un piccolo errore, come dire: “Eh, scusa… ma almeno sto facendo qualcosa!”

U pitrusinu ch’era beddu e a atta ci iu a pisciari
Il prezzemolo che era bello (in senso ironico) e il gatto gli ha fatto sopra la pipì.

Si riferisce alla credenza che i gatti amano fare la pipì sulle piantine di prezzemolo. È un’espressione colorita, ironica e un po’ teatrale per descrivere una situazione già compromessa che peggiora ulteriormente, o un gesto fuori luogo che rovina qualcosa non proprio buona.
Che sia vero o no che i gatti abbiano un debole per il prezzemolo, il detto funziona sia per commentare una situazione che stava andando “quasi” bene ma viene rovinata da un imprevisto, ma anche alle persone. Una ragazza già “carente” di suo, peggiora ulteriormente con un abito o una acconciatura discutibile e allora è dobbligo sottolineare: “U pitrusino che era beddu e a atta ci iu a pisciari“.

A megghiu parola è chidda ca’ nun si dici
La parola migliore è quella che non viene detta

Cioè il silenzio è preferibile a tante corbellerie che si dicono senza cognizione di causa. Oppure quando si custodisce un segreto o un’informazione che non si dovrebbe spettegolare, il palermitano sentenzia con questa massima.
Questa espressione racchiude due grandi verità:
Il valore del silenzio: Parlare troppo, senza riflettere, può portare a dire sciocchezze, ferire, o creare problemi. Meglio tacere che sparare corbellerie.
La discrezione come virtù: Quando si sa qualcosa che non si dovrebbe divulgare, un segreto, una confidenza, una verità scomoda, il silenzio diventa un atto di rispetto e intelligenza.

Bella ta purtasti!
L’hai portata in maniera egregia

È un’esclamazione di approvazione, spesso pronunciata con un misto di sorpresa e ammirazione che celebra un’azione coraggiosa, astuta o ben riuscita, spesso inaspettata.
Si usa con tono ironico o complice per riconoscere chi ha saputo cavarsela alla grande in una situazione difficile. È un modo diretto e teatrale per dire: “Bravo, te la sei giocata bene!”, con quel tocco di ironia tutta siciliana

Au friiri ti vogghiu… au scanciari ti pensu
Al momento della frittura vorrei vederti… quando cambierai ti penso

Questo curioso modo di dire palermitano è conosciuto da pochissimi, per questo ancora di più va salvaguardato. Si dice quando due persone pensano di dare una fregatura all’altro.
Immaginate un dialogo sussurrato tra un venditore di pesce che rifila al cliente un pesce non proprio freschissimo, pensando: “Quando lo friggerai, capirai che ti ho fregato…”
Mentre il cliente, che ha pagato con una banconota falsa, pensa: “Quando andrai a cambiarla, vedrai che ti ho fregato io!”

È un’espressione che racchiude un doppio inganno, una sorta di duello silenzioso tra furbi, dove ognuno pensa di aver fregato l’altro… ma entrambi hanno in serbo una sorpresa.

Morale della favola…

In questa vita, tra pesci fritti e banconote false, tra prezzemolo profanato e parole non dette, c’è sempre qualcuno che prova a fare il furbo. Ma attento, perché, come ricorda il detto popolare: “Isti pi futtiri e fusti futtutu” (volevi fregare e sei rimasto fregato) che non è solo un avvertimento ma un monumento alla legge del contrappasso siculo. 

Ma niente ci fa! Quando tutto è detto e fatto, il palermitano scrolla le spalle, si aggiusta la coppola e sentenzia con filosofia: “Cu futti futti, Diu pirduna a tutti!”. E allora si ride, si mangia, si racconta, e si tramanda, perché i detti non sono solo parole: sono pillole di saggezza, ma proclamate con l’accento giusto.

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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