La tragica storia d’amore di Giulia

La tragica storia d'amore di GiuliaL’uomo entrò nel negozio di un armaiolo e chiese un  coltello, quando il negoziante gliene mostrò uno di modeste dimensioni, lo respinse affermando che ne voleva uno adatto alla caccia grossa, esaminò attentamente un altro coltello che gli fu mostrato, poi si convinse che era ciò che faceva al caso suo, mercanteggiò sul prezzo, pagò 12 lire, uscì e si avviò presso l’Hotel Rebecchino dove chiese in affitto una camera. Gli fu data la numero 8, in fondo al corridoio, la più appartata come lui stesso aveva chiesto. La camera aveva le finestre che guardavano sul Viale Margherita, l’uomo  sporse il capo fuori a guardare, poi d’improvviso uscì dalla stanza e scese in strada…..
A mezzogiorno in punto una carrozza si fermò davanti all’albergo di terzo ordine, ne scese una signora vestita con squisita eleganza… che al fianco del tenente Paternò, entrò al “Rebecchino”.
Sembra l’inizio di un romanzo e invece è solo l’inizio di una terribile tragedia consumatasi nei primi anni del ‘900, una vicenda che suscitò clamore e che fece andare a ruba i quotidiani locali e le stampe internazionali, che dedicarono intere pagine al delitto. Lo scandalo coinvolgeva le famiglie più note dell’aristocrazia siciliana, personaggi di primo piano, oltre a sfiorare l’ambiente di corte. L’efferatezza dell’omicidio, inoltre, rimanda a certi orrori cui assistiamo oggi e che ormai definiamo con il termine “femminicidio“.
giulia cutòUltima di quattro sorelle, figlia della principessa Giovanna Filangeri di Cutò e del conte Lucio Mastrogiovanni Tasca Lanza, Giulia naque nel 1877 trascorse la sua infanzia e l’adolescenza a Palazzo Filangeri, a Santa Margherita, di proprietà della  famiglia, questo è lo stesso palazzo che verrà descritto col nome di Donnafugata nel celebre romanzo “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nipote della contessa perché figlio della sorella Beatrice e del principe Giulio Tomasi.
Appena diciottenne Giulia  sposò il conte Romualdo Trigona dei principi di Sant’Elia con il quale ebbe due figlie divenendo dama di corte della regina Elena di Savoia, da cui era molto ben voluta.
Il loro matrimonio durò fino a che Giulia non scoprì il tradimento di Romualdo con  un’attrice della compagnia di Scarpetta, cominciò allora a covare dentro di sé un desiderio di vendetta verso il marito.
In quegli anni a Palermo si respirava ancora l’atmosfera spensierata della “belle èpoque“, grandi ricevimenti, ricercatissime toilette femminili, favolosi gioielli; vivere nel lusso e nella magnificenza era l’imperativo categorico che faceva della capitale siciliana una delle mete più importanti dell’occidente europeo.
I Florio erano fra le famiglie aristocratiche più in vista della città, quasi un simbolo, un potere sociale influentissimo, sia per le ricchezze, sia per le imprese cui stavano a capo, sia per la popolarità, insomma, un’istituzione per la Sicilia, tanto che Palermo veniva soprannominata “Floriopoli”. I Florio organizzavano spesso feste principesche nella loro villa dell’Olivuzza, o nei saloni di Villa Igiea, l’albergo lussuoso di cui erano i proprietari.donna franca florio
Giulia era una donna molto bella, una delle protagoniste della vita mondana di quel tempo, assidua frequentatrice dei salotti della famiglia Florio, poiché amica di donna Franca.
E fu appunto una calda sera d’agosto del 1909, durante uno di questi ricevimenti, che Giulia incontrò il barone Vincenzo Paternò del Cugno, aitante tenente di cavalleria, di due anni più giovane di lei, sempre alla ricerca di soldi che investiva nella passione per il gioco e per i cavalli. Era quello che si definiva un “viveur“, e anche se le donne erano conquistate facilmente dai suoi modi galanti, era di temperamento violento e impetuoso, Tomasi di Lampedusa lo definiva “un farfallone attratto dalla vivida luce della lanterna dei Florio”.
Fra Giulia e Vincenzo Paternò fu subito colpo di fulmine, iniziarono così una relazione tormentata e travolgente, fatta di mille pretesti pur di trovare sempre il modo di vedersi, ma le liti e le scenate  per l’assurda gelosia di lui, procuravano sempre più frequenti fratture nella loro relazione, una relazione che mano a mano diventò sempre meno clandestina. L’ambiente dell’aristocrazia palermitana era piuttosto “libero”, ma quello che non si perdonava alla contessa era, non tanto di avere un amante, ma di avere scelto un uomo non all’altezza del suo blasone. Nacquero per tanto pettegolezzi e lettere anonime recapitate a palazzo Trigona che scatenarono l’ira del conte verso Giulia bersaglio di paurose scenate e atti di violenza fisica.
Romualdo Trigona decise allora  di scacciare la moglie di casa, poi però su insistenza dei parenti la riprese con sé. Giulia promise allora di interrompere la relazione, ma non mantenne la promessa, anzi pensò di separarsi dal marito per andare a vivere con l’amante. Per problemi economici, che non le avrebbero permesso di separarsi, Giulia decise di vendere un feudo che le avrebbe garantito la libertà.
Intanto il Paternò che aveva lasciato l’esercito, le aveva consigliato come consulente per la separazione il cognato, l’avvocato Serrao.
regina elenaConvocati dalla regina Elena per il loro servizio a corte e forse per tentare una riconciliazione, i coniugi Trigona si trasferirono al Quirinale, ma Giulia ormai stanca del marito e delle continue scene di gelosia dell’amante, decise di lasciare entrambi. Su consiglio dell’avvocato Serrao vincolò la disponibilità della somma ricavata dal feudo per evitare che finisse nelle mani di Paternò.
Quando questi lo venne a sapere, pieno di rabbia andò al Quirinale dove si scontrò con il Serrao che cercò di fermarlo. Richiamata dalle grida dei due uomini, Giulia uscì dalla sua stanza e mentre lei cercava di calmarlo, lui coprendola di insulti le strappo dal collo la catenina con la medaglia che le aveva regalato come pegno d’amore, raffigurante San Giorgio e che portava incisa la data del loro primo incontro 11 agosto 1909.
Resosi conto che Giulia voleva lasciarlo, ossessionato da quella gelosia che gliela faceva immaginare fra le braccia del Serrao, Vincenzo Paternò strappò alla sua amante un ultimo appuntamento fissato per il 2 marzo alle ore 12 all’hotel Rebecchino. Quel giorno quando Giulia arrivò all’albergo dove Vincenzo l’aspettava,  non immaginava certo che da lì a poco la sua vita sarebbe stata spezzata.
Salì in camera come aveva fatto tante altre volte, con la convinzione che sarebbe stata l’ultima volta prima di riappropriarsi della sua vita e della sua libertà. Forse non si accorse nemmeno, quando girò le spalle all’uomo che aveva così appassionatamente amato, che la follia guidava la sua mano. Giulia fu colpita con un coltello da caccia  e lo capì solo quando, ferita, si sentì trascinare sul letto, quando lesse con orrore la sua fine negli occhi di lui, prima che la sua mano si levasse a vibrarle due coltellate mortali alla gola. Poi Vincenzo Paternò estrasse la pistola e si sparò un colpo alla testa.
La scena che si presentò agli occhi di chi accorse nella stanza richiamato dallo sparo era agghiacciante, la donna sul letto sgozzata imbrattata di sangue, lui ferito alla testa, è riverso sul pavimento in un lago di sangue, sparpagliate per la stanza, sopra il letto, a terra e sotto i corpi, più di cento lettere che la bellissima Giulia aveva scritto al suo affascinante tenente. Soccorso immediatamente, lui,  sopravvisse nonostante le grave ferita, fu processato e condannato all’ergastolo dalla corte d’assise di Roma. Graziato dal re su richiesta di Mussolini, lasciò  il carcere a 62 anni. Ritornato a Palermo nella sua casa in via Sammartino, sposò la sua collaboratrice domestica dalla quale ebbe un figlio. Morì nel 1949.
Nel tuo affetto ho trovato tutte le dolcezze, tutte le consolazioni che credevo perdute per sempre!…“scriveva Giulia, in quella illusione trovò la morte.

7 COMMENTI

  1. Anche a casa mia mia nonna pronipote di Giulia mi raccontava spesso di questa storia. Da bambina ne ero affascinata e mi raccontava che nel dopo guerra incontrava per le strade di Palermo insieme a mio nonno, il barone di Paternò con gli abiti ancora dei primi de 900. Mi diceva che gli faceva tenerezza vedere un uomo così distrutto

  2. Quasi sempre i grandi amori sfociano in una forma distruttiva, ma è un ‘privilegio” che spetta solo a pochi: RISPETTO, per un grande amore.

  3. Da anni leggo la storia di mio nonno descritto come se fosse un mostro. Io l’ ho sempre visto come un uomo estremamente innamorato, e so per certo che lui abbia Amato solo lei. In questa storia c’è anche un’ ingroguenza di date, visto che mio padre è nato nel 1941.

    • Questo è quello che abbiamo trovato dalle nostre ricerche, ma se hai altre informazioni, puoi anche inviarcele, grazie

  4. Immane tragedia di due amanti privi di vie d’uscita,sfociata nell’orrendo delitto !
    Sullo sfondo di inizio secolo la nomea di Palermo comel salotto dell’illustre famiglia Florio.
    Ma, già qualcosa di analogo era successa qualche secolo prima come nella storia della “baronessa di Carini” anche lei aveva amato teneramente il giovane Pernagallo ma, quando la tresca fu scoperta dal marito, lei fu uccisa dal padre per vendicare “l’onore della famiglia” !

  5. Ho letto con patema d’animo la storia di un mio antenato di cui conoscevo già ,ma molto confusamente in quanto da ragazzo in famiglia si evitava di parlarne.Seppi della sua morte da mio padre e fu per lui una liberazione in quanto si tendeva allora di chiudere definitivamente la vicenda e lasciarla cadere per sempre nel dimenticatoio della famiglia dei Paterno’di cui Vincenzo era il cugino carnale di mio padre.

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