Villa Trabia

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Com’è abbastanza noto, sin dal XVII secolo presso l’aristocrazia siciliana, che possedeva già sontuosi palazzi a Palermo, si era affermata la consuetudine di costruire delle residenze più o meno vicine alla città, sia costruite ex novo o costitituite dalla trasformazione di antichi bagli agricoli e casene già esistenti di cui, ancora oggi, rimangono numerosissime testimonianze.

Fra le tante ville legate alla società settecentesca e ottocentesca che la nobiltà, ma anche la facoltosa nuova borghesia si fece costruire sia nella zona occidentale che in quella orientale dell’agro palermitano, “Villa Trabia alle Terre Rosse“, seppur fagocitata dalla recente espansione edilizia delle zone periferiche residenziali, certamente si può considerare una delle più rappresentative e prestigiose.
Sita a pochi passi dalla centralissima via Libertà, la villa è circondata da un superbo e lussureggiante parco, catalogato tra i giardini storici di Sicilia, che per la vastità del suo impianto e per il suo considerevole patrimonio botanico, costituisce uno degli esempi più notevoli di giardino privato a Palermo.
Le prime notizie sul “Fondo alle Terre Rosse”, una località allora fuori dalle mura che circondavano la città, risalgono al 1756, quando il canonico Nunzio Serio, del convento di San Francesco di Paola, vende una tenuta di circa 10 tumoli in contrada Croci-Terre Rosse, compresa di un casolare rustico, al Razionale Paolo Spinelli che vi realizza il primo giardino e amplia la casena già esistente. Alla morte di Spinelli, nel 1770, gli eredi vendono l’intera proprietà a Ottavio Gaetani e Lanza marchese di Sortino e principe di Cassaro e alla moglie Maria Cristina Lucchesi Palli che, dopo l’incorporazione di altri appezzamenti di terreno limitrofi, acquistati da diversi proprietari, trasformano la tenuta in una vera e propria residenza di campagna: le ville, a quel tempo, venivano utilizzate dai proprietari non soltanto per una villeggiatura dedita agli ozi estivi, ma spesso anche per una “villeggiatura produttiva”.

In quel tempo la villa ha già una sua definita configurazione, centrata sulla “casena di delizie” con il suo grande scalone esterno a duplice rampa e sul percorso rettilineo del viale di accesso alberato con orientamento nord-sud (viale della Catena) che collega l’ingresso principale alla casena grazie al bel ponte in pietra tufacea a sette arcate che permette di superare la depressione di un’antica cava per l’estrazione del tufo.
Nel 1814 don Ignazio Lucchesi Palli, dei principi di Campofranco, che aveva ereditato la tenuta dalla defunta sorella Maria Cristina – i coniugi Gaetani non ebbero eredi diretti -, per onorare un grosso debito di gioco, cede l’intera proprietà a Giuseppe Lanza e Branciforte principe di Trabia.
Ai Lanza e Branciforte si deve la trasformazione, avvenuta gradualmente, del parco in senso ornamentale e, sotto l’impulso della principessa Sofia Lanza, in un vero e proprio orto botanico privato, un luogo suggestivo noto anche anche fuori dai confini dell’isola. Infatti, accogliendo le nuove esigenze di gusto “Romantico”, il parco, sotto la direzione del Capo Giardiniere Antonio Clemente, che non doveva essere artefice da poco visto che attendeva anche alla gestione del giardino di villa Tasca, fu notevolmente ampliato e modificato. Furono risistemati i parterres geometrici fatti realizzare alcuni decenni prima da don Giuseppe, fu rifatto a nuovo il viale principale e si ridisegnò la parte antistante la villa con sinuosi viali, spazi a prato, ampie vasche ed eleganti aiuole irregolari ricche di variegate essenze vegetali.
Nel 1882 diventa Capo Giardiniere della villa alle Terre Rosse Vincenzo Ostinelli il quale si adoperò per continuare l’opera iniziata dal suo predecessore nel rispetto della volontà della famiglia Lanza.
Migliaia di splendide e rare piante esotiche, tropicali e subtropicali, furono impiantate nel grande parco: si realizzarono anche delle serre (oggi in pessime condizioni) per la coltivazione di piante esotiche e splendide orchidee, di cui i Lanza furono dei collezionisti. Nell’area della vecchia cava esisteva pure uno zoo privato che ospitava varie specie di animali esotici. Sfruttando le caratteristiche geomorfologiche del luogo si crearono, anche artificialmente, delle collinette e dei suggestivi sentieri ricchi di vegetazione dove gli animali erano liberi di poter scorazzare. Inoltre si installarono fontane, statue, cippi marmorei, vasotti ornamentali in pietra, sedili in marmo e ghisa e pittoresche ornamentazioni architettoniche in pietra sparsi nelle piazzuole o negli incroci dei viali. All’incrocio tra il viale principale con un viale ortogonale fu posta la fontana del Glauco (attualmente in pessimo stato e in fase di restauro), realizzata nel 1779 dallo scultore palermitano Filippo Pennino allievo di Ignazio Marabitti.

Anche la “casena” venne ristrutturata e abbellita affidandone la progettazione al “regio capomastro” Giuseppe Patricolo cui venne affidato l’incarico di sovraintendere a tutte le attività di ristrutturazione dell’immobile. Alla villa, il Patricolo, dette un’impronta tutta personale: fu eliminato lo scalone esterno a due rampe che collegava il piano terra con il piano nobile che caratterizzava la struttura primaria, e il nuovo ed elegantissimo scalone interno in marmo rosso, realizzato nella parte opposta al giardino, conferì maggiore valore alla corte interna determinata dalla caratteristica pianta a “U”, nonchè notevole risalto all’intera palazzina dove il gusto neoclassico, imperante in quel periodo, traspare palesemente soprattutto nel partito architettonico dei prospetti.

L’impianto architettonico attuale costituito da un grosso corpo centrale che si sviluppa in due elevazioni, presenta, nella facciata principale al di sopra dell’apertura centrale, al primo piano, il grande balcone del piano nobile dove campeggia il fastigio con le armi di famiglia, un leone rampante sovrastato da una corona nobiliare e, al di sopra del muretto d’attico, una statua di Santa Rosalia affiancata da due putti.
Le aperture del piano terra si affacciano su una terrazza rialzata rispetto al piano di campagna del giardino circostante, a cui si accede attraverso una breve gradinata.

Mentre le aperture dei saloni del piano superiore si affacciano su vecchi balconi sorretti da robusti mensoloni in pietra, tipici dei palazzi settecenteschi, che presentano classiche ringhiere in ferro battuto a “petto d’oca”. Tutte le aperture sono coronate da raffinate cornici. All’interno di ogni cornice si notano artistiche decorazioni in stucco dalle forme vegetali: foglie, fiori, frutta: anche sulla elegante facciata interna a completamento delle finestre, si riscontrano plastici elementi decorativi a stucco.

Anche se poco è rimasto, gli ambienti interni dell’edificio conservano ancora alcune decorazioni originarie. Degli splendidi decori che un tempo adornavano gli ambienti del piano nobile rimane soltanto l’affresco nella volta dello scalone e alcune volte con finissime decorazioni in stucco.

L’accesso alla Villa avviene tramite tre ingressi. L’ingresso monumentale di piazza Luigi Scalia è caratterizzato da una cancellata in ferro battuto che presenta lo stemma del casato dei Lanza Branciforte delimitata da due alti piloni in pietra, sormontati da gruppi scultorei con figure muliebri, purtroppo deteriorati e mutili, affiancati da altri due piloni più bassi che terminano con una struttura a forma piramidale (a questi elementi decorativi vengono spesso attribuiti significati esoterici e simbolici talvolta di ispirazione massonica). Un altro ingresso che si trova su Via Damiani Almeyda conduce direttamente alla palazzina-uffici; il terzo ingresso che si apre su via Antonino Salinas immette all’area giochi per bambini (attualmente sprangato, ma è possibile accedere ugualmente da una piccola porticina di servizio).

L’ultimo proprietario della villa alle Terre Rosse, anche se non vi abitò mai stabilmente, fu il principe Raimondo Lanza di Trabia che nacque da una relazione clandestina tra il padre Giuseppe Lanza Branciforte e la nobildonna veneta Madda Papadopoli Aldobrandini, sposata col principe Lodovico Spada Potenziani.
Per legittimare Raimondo e il fratello Galvano, la nonna, Giulia Florio, ai quali volle dare il suo cognome adottandoli, fece pressioni sul governo presieduto da Benito Mussolini per fare approvare una legge che che aboliva la distinzione tra figli legittimi e figli naturali. Ciò consentì ai nipoti di ereditare i titoli di famiglia.
Raimondo fu un personaggio straordinario, uomo fuori dal comune, raffinato, trasgressivo, anticonformista, di grande fascino, amante delle belle donne e della vita mondana. Frequentava amicizie famose e altolocate: Gianni Agnelli, Aristotele Onassis, lo Scià di Persia e la moglie Soraya, il principe Ranieri di Monaco, Luchino Visconti per citarne alcuni. Per un paio di anni fu anche presidente della squadra di calcio del Palermo (si deve al principe di Trabia l’invenzione del “calciomercato”). Grande appassionato anche di automobilismo sportivo (proprio nei viali della villa alle Terre Rosse agli inizi degli anni trenta, prendeva lezioni di guida dal grande Tazio Nuvolari) fu direttore della mitica Targa Florio, ideata dallo zio Vincenzo Florio, una delle più antiche corse automobilistiche al mondo e in quegli anni nel parco venivano esposte le auto prima della partenza della Targa Florio ( egli stesso partecipò a due edizioni della corsa, nel 1948 e nel 1949).
La sua breve, seppur intensa vita, si concluse tragicamente. Era la mattina del 30 novembre 1954 quando il corpo nudo del principe Raimondo Lanza fu trovato sul marciapiedi antistante l’hotel Eden di via Ludovisi a Roma dove alloggiava. In preda a disturbi depressivi si era lanciato dalla finestra della sua camera per porre fine alla sua esistenza (aveva appena 39 anni) o almeno così raccontano le cronache dell’epoca.
La vita del principe Raimondo Lanza ispirò l’indimenticato Domenico Modugno per la canzone “L’uomo in frack” del 1955, un anno dopo la scomparsa del principe.

Attorno al 1960 gli eredi del principe, le figlie Venturella e Raimonda Lanza di Trabia, a causa del tracollo economico che seguì la morte del padre, tenteranno di lottizzare il parco in diversi lotti, per alienarlo, generando vivaci polemiche. Successivamente la villa venne ceduta al Banco di Sicilia che la mise all’asta. Fin quando, nel 1980, dopo un lungo e laborioso iter l’Amministrazione Comunale di Palermo acquisterà una parte della tenuta e, pochi anni dopo, nel 1984, anche la villa e il restante terreno: attualmente la villa, al piano superiore è occupata da uffici amministrativi del Comune e al piano terra ospita le sale di una pubblica biblioteca multimediale, una videoteca, una biblioteca per bambini ed un internet point interamente gratuito.

Oggi nel complesso la palazzina è tenuta sufficientemente bene anche se si potrebbe fare decisamente di meglio, ma è il grande giardino la nota dolente che, anche se rimane un interessante “scrigno verde”, si trova in uno stato di abbandono e di degrado che oserei definire “vergognoso”: dell’antico splendore sette-ottocentesco, il parco nobiliare di Villa Trabia conserva solo un vago e desolato ricordo. Niente di strano per una città completamente allo sbando nella quale di decente si trova poco o nulla e dove l’endemica indifferenza, l’incuria, la sciatteria, la superficialità e il disinteresse, sia delle istituzioni che dei cittadini, sono le madri che partoriscono l’abbandono del nostro patrimonio storico, culturale e naturale. I cittadini palermitani, si sa, non hanno idea di cosa sia il bene comune e le istituzioni pare abbiano dimenticato che gli spazi pubblici vanno curati e mantenuti puliti ed efficienti.

Nicola Stanzione

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Nicola Stanzione
Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

4 COMMENTI

  1. Bellissimo articolo, grazie mille anche per la critica aspra ma giusta e opportuna nei confronti di amministrazioni e cittadini stessi! Chi ama critica e si indigna. In Sicilia (ahinoi!) c’è un gran bisogno di indignazione e partecipazione.

    • In effetti la scarsa partecipazione è uno dei problemi che vorremmo debellare, portando i nostri concittadini a conoscere lo splendore che è Palermo.

  2. La mia casa da bambino, adolescente e poi giovane uomo era in Via Costantino Nigra con i balconi su Villa Trabia. Sono cresciuto guardando le chiome di quei ficus secolari. Ho giocato mille volte da bambino nella villa deserta entrando attraverso un buco nella rete di recinzione in un tempo in cui un bovaro che si era installato sotto le arcate del ponte vendeva il latte appena munto.
    Grazie per questo splendido articolo. Forse avrebbero meritato due parole la costruzione del sottopasso di collegamento tra Via Villafranca e Via Notarbartolo (oggi Via Piersanti Mattarella) e la figura dell’attrice Olga Villi.

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