Villa Ventimiglia di Belmonte all’Acquasanta

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In via Cardinale Mariano Rampolla, nell’antica borgata dell’Acquasanta, che deve il suo toponimo al ritrovamento di una immagine della Madonna incisa all’interno di una grotta dalla quale sgorgava un’acqua ritenuta miracolosa, sulla sinistra della strada costiera che conduce da Palermo a Mondello si staglia, in posizione sopraelevata rispetto al piano stradale, l’imponente sagoma di quella che fu la residenza estiva del principe Giuseppe Ventimiglia di Belmonte, un monumento di eccezionale interesse storico e artistico.

Un po’ di storia

L’area dove insiste villa Belmonte faceva parte di un vasto feudo denominato, un tempo, “feudo di Barca” che nel XIV secolo apparteneva a Giovanna Aloisia De Calvellis, che nel 1400 lo aveva donato ai monaci benedettini di San Martino delle Scale.

Nel mese di maggio del 1799 Giuseppe Emanuele Ventimiglia principe di Belmonte, esponente di una delle più prestigiose famiglie dell’aristocrazia siciliana, aveva ottenuto in “enfiteusi” da Antonia Costantino, vedova di Antonio Grasso, una vasta area comprendente alcuni appezzamenti di terreno appartenenti all’antico “feudo di Barca”, già smembrato in diverse proprietà, comprendenti una “casena”, un pozzo, un vasto giardino e diverse fabbriche attigue alla casina.

Pochi giorni dopo l’acquisizione della proprietà, il Ventimiglia, allora una delle figure più importanti della vita politica e culturale siciliana, affida l’incarico di redigere il progetto della sua “villa di delizia” all’architetto regio Giuseppe Venanzio Marvuglia, l’architetto maggiormente in voga in quegli anni, che dopo poco tempo ne propone il disegno al principe.

Il celebre architetto, coadiuvato dal figlio Alessandro Emanuele e dal cappuccino Frà Felice, al secolo Giovanni Battista La Licata, realizza, grazie alle possibilità economiche del principe, una delle più significative e alte espressioni della architettura neoclassica in Sicilia.

Villa Belmonte all’Acquasanta, che ben rappresentava la ricchezza e il “peso” della casata di appartenenza dell’aristocratico committente, è tra quegli edifici che hanno segnato la storia dell’espansione edilizia della città di fine settecento e della prima decade del secolo successivo.

Negli stessi anni in cui il Marvuglia è impegnato a portare avanti i lavori della Villa Belmonte all’Acquasanta, segue contemporaneamente, per conto di Ferdinando IV di Borbone, il cantiere per la trasformazione di “Villa delle Campanelle” in quella che sarebbe divenuta forse la più importante villa palermitana: “la palazzina cinese nel Real Sito dei Colli“.

Nei primi anni dell’Ottocento, la dimora dei Ventimiglia all’Acquasanta divenne un salotto internazionale e nelle sue numerose feste ospitò personaggi illustri tra i quali anche l’ammiraglio Nelson.  Ma negli anni che vanno dal 1806 al 1812, diventa una sorta di circolo sovversivo e politico, punto di ritrovo del fior fiore del mondo accademico e dell’èlite aristocratica siciliana tra cui Carlo Cottone principe di Castelnuovo e zio del Ventimiglia, il principe di Villafranca Giuseppe Alliata,l’abate Paolo Balsamo, docente di Agraria e l’astronomo Giuseppe Piazzi, tutti legati dalla comune appartenenza alla Massoneria e, allo stesso tempo protagonisti, assieme ad altri esponenti di spicco dell’intellighenzia siciliana, dell’azione politica che porterà alla “effimera” Costituzione Siciliana del 1812.

Dopo un periodo quasi di oblio, dovuto alla temporanea confisca dei beni del principe (egli nel 1812 fu incarcerato nel “fosso di Santa Caterina” a Favignana per la sua opposizione alla politica dei Borbone) e, successivamente alla sua morte avvenuta a Parigi nel 1814, la villa viene trasformata in albergo con la denominazione di “Belmonte Hotel“, che divenne meta soprattutto di “viaggiatori” inglesi, che ne apprezzavano la sua posizione panoramica che permetteva di godere di un’ampia vista sul paesaggio e di scorci prospettici particolarmente suggestivi.  Il compito di progettare la riconfigurazione dell’impianto della villa per adattarla ad albergo, che comunque ebbe vita breve, fu affidato all’architetto Ernesto Basile.

Nel 1872 l’area del parco prospiciente la costa fu venduta dal Principe Antonio Pignatelli Aragona, all’inglese  James Downville che vi realizzò una elegante palazzina in stile neogotico. Tale appezzamento di terreno compreso la palazzina, nel 1898 fu ceduto dagli eredi del Downville al “commendatore” Ignazio Florio Junior che vi fece realizzare, su progetto redatto da Ernesto Basile, architetto di fiducia della famiglia Florio, il Grand Hotel Villa Igiea, anche se l’intento era quello di creare un sanatorio per la cura della tubercolosi che fu ben presto abbandonato per gli alti costi di gestione (la situazione economica dei Florio agli inizi del Novecento cominciava a conoscere momenti di crisi).

Villa Belmonte, dopo aver subito più volte saccheggi e vandalismi durante le due guerre mondiali, nel 1947 viene acquisita dal demanio dello Stato e nel 1949 dichiarata monumento nazionale. In seguito ad un rovinoso incendio avvenuto nel 1986, la villa rimane gravemente danneggiata al punto che si rese necessaria una impegnativa opera di manutenzione straordinaria. Infine nel 2001 il complesso viene incamerato, tranne una piccola parte che è di proprietà dell’Università di Palermo che vi ha realizzato una struttura ospedaliera, nel patrimonio della Regione Siciliana che ne ha curato, nel tempo, una serie di interventi di ristrutturazione.

Una delibera del governo regionale del 2019 ha stabilito la destinazione della villa, dopo gli opportuni adeguamenti, in parte già effettuati, a sede del Consiglio di Giustizia Amministrativa, ma fino ad oggi non vi è stato nessun trasferimento degli uffici del Cga, anzi tutto il complesso, come spesso accade quando la proprietà è pubblica, versa in totale stato di abbandono.

La villa, descrizione e architettura

Adagiata sulle pendici del Monte Pellegrino, villa Belmonte domina il golfo di Palermo ed è circondata da ciò che rimane oggi (appena un residuo dell’impianto originario) di un incantevole parco che faceva da bella cornice alla struttura architettonica, un tempo talmente esteso che arrivava fino al mare (la sua estensione originaria era di oltre centotrentamila metri quadri).
Il parco, secondo una moda allora corrente, era caratterizzato da un giardino panoramico improntato alla maniera di quelli anglosassoni.
Riccamente articolato, aveva l’austera eleganza formale di un giardino neoclassico, percorso da vialetti carrozzabili ad andamento curvilineo che si snodavano secondo la pendenza del terreno, orlato da  geometriche aiuole verdeggianti, boschetti rigogliosi e ampie zone prative che creavano un’atmosfera intima e invitante per il sollazzo degli aristocratici proprietari e dei loro ospiti.

Presentava una grande varietà di piante, siepi di pitosforo, diverse specie di palme, alberi tropicali, ma anche piante indigene come ulivi, limoni e aranci, conifere sempreverdi, dracene, aloe e magnifici esemplari di Ficus. Il parco terminava nella zona prossima alla scogliera con terrazze aggettanti collegate da sinuose rampe e scalinate. Oggi, il giardino, sebbene denunci la mancanza di cure e manutenzioni adeguate conserva ancora un suo fascino.

L’architettura della magnifica villa, caratterizzata dalle severe forme classiche, ha una impostazione planimetrica che si allontana volutamente dai canoni classici delle precedenti residenze di campagna barocche, e propone una nuova configurazione architettonica ispirata ai modelli delle ville palladiane. In tale opera, il Marvuglia, nella cui complessa formazione confluirono esperienze diverse, dall’apprendistato romano presso l’Accademia di San Luca, ai rapporti con la Napoli del Vanvitelli, riesce a fondere lo stile neopalladiano con quello neoclassico accostandoli ad una tipologia architettonica di gusto nuovo che si era affermata in città dopo la costruzione dell’Orto botanico, opera dell’architetto francese Lèon Dufourny durante la sua permanenza a Palermo (1788-1793) e dello stesso Marvuglia.

La struttura compatta dell’edificio, che si sviluppa su tre elevazioni, è segnata da una precisa simmetria, che si concretizza nell’organizzazione dei piani di facciata, interrotti da due imponenti portici.

Il portico della facciata principale, posto a meridione, è preceduto da una ampia area terrazzata, dove fa bella mostra di sé una bella fontana circolare in pietra, che immette in un arioso porticato composto da cinque arcate su pilastri che si trasforma, nel secondo ordine, in un loggiato esastilo che ricorda i templi greci, con solide colonne che terminano in capitelli di ordine ionico su cui si innesta il maestoso frontone triangolare con al centro due leoni affrontati che reggono lo stemma del casato dei Ventimiglia.

Il loggiato del primo piano è coperto da un soffitto a stucchi lacunari dove il pittore alcamese Giuseppe Renda, allievo del “siciliano” Giuseppe Velasco, realizza degli affreschi figurativi, sebbene a monocromo, che rappresentano scene riferibili alla mitologia greca: “I Giochi che Enea organizza in Sicilia per celebrare i funerali del padre Anchise” (sempre al Renda si devono le decorazione dei sovraporta). 

Il porticato del prospetto settentrionale che occupa invece la sola prima elevazione, presenta cinque aperture intervallate da sottili lesene di stile ionico che si concludono in un ampio terrazzo dove si affacciano i saloni del primo piano. Alla fine dell’Ottocento, in questa terrazza, è stato  realizzato una sorta di “giardino d’inverno”, con una struttura in ferro e vetrate che ne costituisce la copertura.

Ai lati dei porticati si sviluppa la fabbrica con tutti i suoi ambienti dove si aprono eleganti finestre architravate, che termina con un robusto cornicione che sorregge il muretto d’attico. Magnifici e di notevole effetto sono alcuni saloni all’interno della villa dove si possono ancora ammirare splendidi affreschi monocromi e policromi del Velasco (stretto collaboratore del Marvuglia), sempre con scene mitologiche: Il Giudizo di Paride e L’apoteosi di Enea.

“L’interno della casa del “duca” di Belmonte è distribuito e arredato con gran gusto e contiene alcuni quadri di valore, ma le vedute che si aprono dalle finestre superano ogni opera d’arte e rappresentano l’ornamento più prezioso di quel luogo. Tutto il golfo, tutta Palermo con i suoi dintorni si presentano qua nella loro incantata bellezza”.

Così scriveva nel suo “Viaggio in Sicilia nel 1822” il giovane viaggiatore russo Avraam Sergeevic Norov.

Alla costruzione e alla realizzazione delle decorazioni della nobile dimora furono chiamate le più qualificate maestranze e i più prestigiosi artisti dell’epoca, tra cui, oltre i già citati  Giuseppe Velasco e Giuseppe Renda, i pittori Vincenzo Riolo, Francesco La Farina e Benedetto Cotardi, gli stuccatori Tommaso Ferriolo e Giovanni Pezzano e lo scultore Francesco Quattrocchi, a cui si devono i due leoni marmorei posti ai lati della scalea che conduce nello slargo antistante la costruzione con al centro la fontana, sempre dello stesso artista, nonchè le quattro sfingi e i vasi canopici di ispirazione egizia collocati sopra i pilastri della cancellata ad emiciclo e sui piloni dei due ingressi di via Rampolla.

Queste sculture poste  volutamente all’ingresso, rappresentano chiari riferimenti esoterici e lasciano intendere, in particolare a chi guarda con occhi attenti, la ricchezza del simbolismo massonico nella villa.

Al figlio di Giuseppe Venanzio Marvuglia,  Alessandro Emanuele, anch’egli architetto colto e aggiornato, capace di apportare nuovi stimoli al cantiere del padre, venne affidata la direzione dei lavori per la realizzazione del tempietto in stile pompeiano a pianta circolare (tholos) destinata alla funzione di “coffee house” anche se probabilmente era tutt’altro, circondato da dodici colonne in stile corinzio. Questa tipologia di tempio, realizzato secondo il modello di quello di “Vesta“, presente nel Foro Romano, ricorrente in molti giardini del periodo e che non poteva certo mancare nella casa di un massone come il principe di Belmonte, nella complessa simbologia massonica rappresenta il tempio di Salomone, simbolo di saggezza ed equilibrio. Sempre di Alessandro Emanuele Marvuglia è l’altro coffee house, il tempietto ottagonale con copertura piramidale in stile neogotico con elementi moreschi, che oggi ricade nell’area di una villa privata, eretto nella parte più elevata del parco, in cima alla cosiddetta “montagnola” (anche la montagna, che può essere naturale o artificiale, rappresenta un elemento che rivela l’appartenenza più o meno celata del proprietario ad una loggia massonica). Sulla scogliera, invece, per volontà dello stesso principe di Belmonte, venne edificato un falsa rovina di tempietto classico, proposto come “revivals architettonico” ma, anche questo, con una chiave di lettura che si presta ad una interpretazione di stampo esoterica (oggi inglobato nell’area dell’Hotel Villa Igiea).

Nicola Stanzione

Fonti e Bibliografia:

Notizie intorno a Giuseppe Ventimiglia Principe di Belmonte, ms. della Biblioteca Comunale di Palermo-

Sulle orme dei Florio – G.no Corselli e Paola D’Amore Lo Bue-
Trattato di architettura civile,  G.V.Marvuglia ms. presso B.C.P.

Tesi consultate:

Abitare il settecento: Le architetture del parco di Villa Belmonte all’Acquasanta come percorso iniziatico – Giuseppe Giunta, Relatore: Prof. Rita Cedrini, Facoltà di Architettura, Palermo, 2004

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Nicola Stanzione
Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

1 COMMENTO

  1. Rinnovando il mio plauso e la mia gratitudine verso chi si occupa di questo magnifico sito, così ricco di notizie e di aneddoti sulla nostra città, mi permetto rispettosamente di eccepire sulla storia della trasformazione di Villa Igiea da sanatorio in albergo di lusso. In effetti, la proposta di creare un sanatorio di lusso in riva al mare deriva, da una parte, dalla sensibilità dei Florio nei confronti della “peste bianca” che colpì alcuni componenti della famiglia causando tra gli altri, la morte di Giovannuzza figlia di Ignazio jr e Donna Franca avvenuta nel 1902 e, dall’altra, dal rapporto di amicizia con il Prof. Vincenzo Cervello ideatore della terapia con l’Igazolo e il Vaporogeno Salus, capace di generare vapori di formaldeide, antisettico da far inalare ai malati. Dopo la pubblicazione dei dati della sperimentazione (1899), Florio acquista la villa dagli eredi di Sir James Domville e fonda una Società (capitale un milione di lire) di cui detiene la maggioranza concedendo al Cervello il 10% delle azioni in cambio dei diritti d’uso della sua scoperta. Nel Marzo 1900 una Commissione Medica inglese sconfessa i dati di Cervello (in effetti la formaldeide verrà successivamente identificata come cancerogena) e il Consiglio di Amministrazione della Società Villa Igiea ne delibera il cambio di destinazione. L’albergo è inaugurato il 19 Dicembre 1900, Cervello viene liquidato nel 1902 e inizia a dedicarsi alla costruzione del Sanatorio Popolare in località Petrazzi che porta il suo nome e che sarà inaugurato nel 1909. Solo per dovere di fedeltà alla storia.
    Tornando all’articolo su Villa Belmonte, forse sarebbe stato opportuno un cenno all’occupazione da parte dell’U.S. Army nel Luglio 1943 e dello scempio di arredi, mobili e suppellettili di cui si macchiarono i “liberatori”. Ma questa è un’altra storia.
    Grazie ancora per la vostra preziosissima opera.

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