via alloroNel quartiere della Kalsa, in quella che oggi si chiama via Alloro, una delle più prestigiose strade della città antica, sorgono antiche residenze nobiliari molte delle quali negli ultimi anni sono state ristrutturate e restituite alla città. Prima di assumere tale denominazione questa strada era chiamata “Ruga Magistra della Kalsa” ed era la via dove si concentravano le proprietà urbane di molte tra le principali famiglie palermitane. Tra le dimore più antiche rimaste ancora in piedi in questo antico asse viario troviamo il palazzo che, dopo diversi passaggi di proprietà, nel settecento divenne proprietà dei Naselli principi di Aragona, acquisendo così, la denominazione che mantiene fino ad ora, di “Palazzo Aragona”.

LA STORIA
La storia di questo edificio inizia nella prima metà del XV secolo quando don Geronimo De Andrea, “utriusque juris doctor”, consigliere regio e giudice della Magna Regia Curia dei Maestri Razionali, acquistava all’asta alcune case “terrane e solarate” con cortile, pozzo e altri ambienti minori, confiscate a Federico Abatellis barone di Cefalà. Il barone era stato condannato e giustiziato per aver partecipato alla rivolta anti spagnola, nota come “la congiura dei fratelli Imperatore”. La rivolta, che nelle intenzioni dei partecipanti, avrebbe dovuto provocare, in seguito al sollevamento della popolazione, un improbabile passaggio della Sicilia alla corona francese, non andò a buon fine e i congiurati furono tutti arrestati, condannati e i loro beni, come sempre accadeva in questi casi, confiscati. Così nel settembre del 1531, otto anni dopo l’esecuzione del barone di Cefalà, la Magna Regia Curia, sempre alla ricerca di denaro per finanziare il continuo impegno bellico della corona di Spagna, vendette questo gruppo di case al giudice De Andrea, personaggio molto potente e uomo di fiducia del vicerè Ettore Pignatelli duca di Monteleone.
Si trattava evidentemente di un grande affare immobiliare per il Maestro Razionale: il fatto che il bene fosse in possesso della Regia Gran Corte permetteva facili manipolazioni nella transazione ed è indubbio che il vicerè in queste manovre esercitasse forti condizionamenti, tanto che l’asta pubblica andò praticamente deserta e l’unica offerta formulata, per altro di importo modesto, fu proprio quella del De Andrea. Ma chi era Geronimo De Andrea? Uomo colto e brillante, era uno dei personaggi più in vista della città, esponente di spicco dell’alta burocrazia del regno e di quel mondo del diritto che rapidamente aveva consolidato il proprio prestigio sociale e potere economico. Inoltre, Geronimo De Andrea era il marito di Elisabetta Alliata, figlia di Andreotta, potente barone di Villafranca, esponente di uno dei più prestigiosi casati aristocratici del regno. Il maestro razionale soltanto dopo poche settimane dall’acquisto delle case del barone di Cefalà iniziò ad assicurarsi le forniture di materiali per potere iniziare la costruzione del suo palazzo cittadino. A sovrintendere le opere del cantiere fu chiamato il capomastro regio Antonio Belguardo, considerato uno dei principali architetti del primo cinquecento palermitano, già attivo in altri prestigiosi cantieri palermitani: la chiesa di S Francesco d’Assisi, la chiesa di S. Maria dello Spasimo e la chiesa dei Sette Angeli ecc.). Il progetto edificatorio del giudice De Andrea era molto ambizioso ma non ebbe il tempo di portarlo a termine… infatti pochi mesi dopo l’inizio dei lavori, lo colse improvvisamente la morte, lasciando alla moglie e alle due figlie l’impossibile onere di portare a compimento la fabbrica del palazzo. Il giudice De Andrea, tra i numerosi beni immobili, lasciava agli eredi il palazzo incompiuto, definito “uno tenimento di casi in contrata dila Feravecha, in lo quarteri dila Calza, a facho di la casa di lo signuri Joanni di Bonanno, incomenzatala fachata di fora, la quali ipso havia accaptato dila Curti”. Ma le ambizioni edificatorie del De Andrea non sarebbero state raccolte da nessuno dei suoi congiunti.
Nel giugno del 1535 Elisabetta Alliata, la giovane vedova del maestro razionale convolò a nuove nozze con il vecchio cugino Giovanni del Campo, barone di Mussomeli e soltanto un mese dopo Andreotta Alliata procedeva, per conto della figlia, alla vendita del palazzo dei De Andrea.
Interessante sapere che ad acquistare l’edificio ancora in costruzione fu Elisabetta Mastrantonio vedova del barone di Cefalà Federico Abatellis, giustiziato più di un decennio prima. Il significato prettamente simbolico di questo acquisto è confermato dalla impossibilità per la nobildonna di tornare ad abitare il palazzo palermitano. Infatti dopo l’esecuzione del marito, Elisabetta Abatellis aveva trovato esilio a Catania, dove a seguito delle manovre dei Mastrantonio, baroni di Aci, sua famiglia d’origine, aveva contratto vantaggioso matrimonio con il potente Guglielmo Raimondo Castello barone di Biscari e quindi risiedeva con la famiglia nella città etnea, dove erano ormai concentrati tutti i suoi interessi economici. A differenza dell’ingenua vedova De Andrea, Elisabetta Castello era donna abile e di potere e non si sottrasse al difficile onere di portare a compimento l’erigendo palazzo nella “strada del Lauro”. Per prima cosa riconfermò Antonio Belguardo come capomastro e responsabile del grande cantiere ed anche se lontana da Palermo, seguì sempre in prima persona le operazioni per la realizzazione della fabbrica. Ciò che è certo è che anche la baronessa di Biscari non riuscì a portare a termine completamente l’edificazione del palazzo: nel 1542 lo affittava ancora incompleto al “legum doctor” Andrea de Arduino, protettore del Regio Patrimonio, che vi stabiliva la propria residenza. Attorno al 1570 l’edificio venne ceduto alla potente famiglia palermitana dei del Bosco; a loro si deve il completamento architettonico della fabbrica. Nel secolo successivo il palazzo fu ulteriormente ingrandito e rinnovato dai del Bosco e Fardella principi di Paceco. Nel 1726 un terremoto danneggiò tutto il complesso architettonico che venne abbandonato per un lungo periodo, infine il palazzo nel 1735 pervenne ai principi di Aragona di casa Naselli che lo ricostruirono nelle forme in cui lo vediamo oggi.
Altre trasformazioni rilevanti vengono apportate al palazzo a partire dal 1787 quando era la magnifica dimora di don Baldassare Naselli e Morso, marito di donna Marianna Alliata, figlia di Domenico principe di Villafranca (discendente della moglie del primo costruttore del palazzo). Nella seconda metà del del XIX secolo l’edificio venne acquistato dal ricco commerciante- imprenditore Paolo Briuccia che trasformò buona parte dell’edificio in un prestigioso hotel ”Albergo Aragona”: già allora il palazzo nulla conservava degli arredi originari purtroppo andati dispersi.
A ricordo della passata nobiltà restavano soltanto la smisurata vastità degli ambienti, lo scalone d’onore in pietra grigia di Billiemi, il portale e il grande cortile colonnato, oggi purtroppo murato su tre lati.
hotel Patria 1Durante l’Esposizione Nazionale del 1891-92 sotto la gestione dei fratelli Corsaro, con la nuova denominazione di “Hotel Patria” l’albergo ospitò più di duecento clienti. Da allora fino al 1943, quando i bombardamenti ne danneggiarono pesantemente un’ala (nell’altra vi si insediano i tedeschi che per divertimento mitragliavano il porticato), fu uno degli alberghi più conosciuti e rinomati della città.
Dai primi anni del dopoguerra fino al 2000, quando fu avviato il restauro, nel cortile di palazzo Aragona si trovava una trattoria assolutamente memorabile per la città, la trattoria Stella del mitico “zio Aldo”, un vero pezzo di storia della città che fu il ristorante preferito dalla buona borghesia e dagli intellettuali di Palermo.

L’attuale edificio è oggi di proprietà dell’Università degli studi di Palermo che ultimamente ne ha curato il recupero per destinarlo a pensionato universitario.

Nicola Stanzione

 

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