Palazzo Marchesi

In piazza SS.Quaranta Martiri al Casalotto, nel cuore dell’antico quartiere del trans-Kemonia non lontano dall’antico mercato di Ballarò, sorge quel che resta del grande “hospicium magnum” edificato alla fine del XV secolo dal magnifico Antonio de Cusenza attraverso l’ampliamento di un più antico edificio preesistente. La famiglia Cusenza mantenne la proprietà del palazzo fino al 1518, anno in cui fu comprato all’asta da Salvatore Marchesi potente castellano del Palazzo Reale di Palermo da cui deriva il nome. Ma il palazzo rimase proprietà di questa famiglia per meno di mezzo secolo, infatti nel 1556 Bartolomeo Marchesi vende il palazzo alla corona di Spagna che lo concede al Tribunale della Santa Inquisizione che l’occupò fino al 1558.
Per circa undici anni fino al 1569, l’edificio resta in stato di abbandono per poi passare per delibera regia ai padri Gesuiti di Casa Professa che l’avevano chiesto per ampliare il loro limitrofo complesso religioso da poco edificato. I Gesuiti vengono espulsi dal Regno di Sicilia nel 1769 e di conseguenza perdono la proprietà del complesso; i religiosi se ne riappropriano al loro rientro nel 1805. Infine con le soppressioni degli ordini religiosi attuate dalle autorità sabaude l’edificio nel 1879 viene incamerato dal demanio dello stato che vi colloca il Genio Civile e, in seguito il Genio Militare.

La prestigiosa dimora tardo-quattrocentesca, oggi nascosta da costruzioni di epoche successive, nonostante le continue trasformazioni apportate nel corso dei secoli, mostra ancora oggi in maniera evidente molti elementi del suo impianto originario. Rimangono il patio d’ingresso con un bel loggiato stilisticamente riconducibile all’architettura gotico-catalana e la magnifica torre merlata sulla quale nel 1731 venne innalzato il barocco campanile della vicina chiesa del Gesù o Casa Professa.

Palazzo_MarchesiLa torre, vivace testimonianza di arte gotico-fiammeggiante che certamente accresceva il carattere nobile del palazzo, presenta tre livelli segnati da sottili cornici marcapiano: nella parte basamentale si trova una piccola finestra di gusto rinascimentale con architrave decorato da una coppia di puttini alati che recano l’insegna araldica della famiglia Cusenza. Nel secondo ordine spicca la magnifica finestra trifora centrale riccamente decorata, realizzata da maestri lapicidi maiorchini che rappresenta un “unicum” nell’architettura palermitana del XV secolo, mentre il terzo livello è caratterizzato da una bifora con archivolto rettangolare a bilanciere. Il suo spazioso atrio interno, di chiara impronta catalana, simile a quello del coevo palazzo di Gaspare Bonet alla “Misericordia” (oggi Galleria di arte Moderna), conserva ancora oggi gran parte delle antiche arcate a sesto acuto sorretti da pilastri ottagonali, una finestra gotica, una bella cornice a piccoli archi inflessi e una elegante “escalera escubierta” a doppia rampa, elementi architettonici dell’originaria costruzione di particolare pregio. Dalla scala esterna, un tempo si raggiungeva direttamente il vestibolo dal quale, attraverso una ampia porta, si accedeva alla grande sala magna del piano nobile.

sott. palazzo marchesiPalazzo Marchesi presenta una attrattiva che desta molto interesse, unica forse, nei palazzi all’interno della nostra città: sotto il suo vasto cortile, infatti, si trovano due singolari ambienti sotterranei scavati nell’ammasso calcarenitico (del resto tutta l’area attorno Casa Professa presenta diversi ingrottati scavati dall’opera millenaria di erosione del torrente Kemonia, alcuni dei quali, utilizzati come catacombe dai primi cristiani della città). Il primo dei due ambienti venne verosimilmente utilizzato come “camera dello scirocco” dai proprietari del palazzo nelle torride giornate dell’estate siciliana. Vi si accede attraverso un cunicolo dove una lunga scala scavata nella pietra immette, piegando a sinistra, in una camera ipogea di forma quadrangolare circondata da sedili anch’essi scavati nella roccia. Scendendo qualche altro gradino si trova un’ampia vasca con gradini degradanti identificata ultimamente, senza ombra di dubbio, come bagno rituale di purificazione ebraico “Miqweh”, risalente al periodo in cui il Casalotto era la contrada nel quale per tanti secoli visse, quasi del tutto indisturbata, la comunità israelitica di Palermo (Harat al Yahud).

L’acqua che alimentava la vasca (secondo i dettami del Tanakh l’acqua del Miqweh doveva essere assolutamente pura) proveniva dalla falda freatica formatasi per effetto delle infiltrazioni superficiali e del vicino Kemonia, sorgente che riempiva con le sue limpide acque anche l’altro enorme locale adiacente, utilizzato un tempo come cisterna che, certamente secoli fa, serviva ad assicurare il fabbisogno idrico della città in caso di emergenza. Oggi una parte del palazzo è sede della sezione manoscritti e rari della Biblioteca Comunale di Palermo dove si conservano circa quattrocentomila antichi volumi.

Nicola Stanzione

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