Palermo tra due fiumi: alla scoperta dell’antica Palermo tra il Kemonia e il Papireto

Palermo tra due Fiumi, racchiusa fra il Kemonia ed il Papireto,  fu così per secoli di storia fintanto che l’evoluzione orografica, storica ed artistica della Città di Palermo non modificò il suo territorio, deviando e interrando i loro percorsi, edificando lungo i loro alvei.

La Città antica,  identificata da quel piede fenicio che rendeva penisola il giovane cuore di Palermo appena colonizzato, si sviluppava attorno ad un’unica primordiale  strada, quel Cardo fenicio-romano poi chiamato al Qasr dagli arabi, strada Marmorea, Via Toledo ed infine Cassaro ovvero ad oggi Corso Vittorio Emanuele, che congiungeva  il primo nucleo insediativo col  Palazzo Reale al porto cittadino, sbocco del Mediterraneo.

La Galca o Paleapolis si susseguiva alla Neapolis che era lambita dal mare e come abbracciata da due fiumi poderosi che rendevano fertili le sue terre e floride le sue colture. Da un lato il kemonia o Cannizzaro o fiume del Maltempo, corso d’acqua  torrentizio  che sgorgando dalla Fossa della Garofala, dov’è oggi Villa d’Orlèans, si estendeva ad oriente, in quella parte di città che dava verso la campagna, quell’area verdeggiante e agreste da  dove  arrivava frutta e verdura fresca,  venduta poi nel Mercato di Ballarò, ma anche quegli agrumi  che fecero della Conca D’oro il grande paradiso di Palermo, pieno di profumi e sapori.  Lungo il suo corso, inizialmente fuori dalle mura puniche, riconoscibile in quello delle attuali via Castro, piazza Casa Professa, vie Ponticello e Calderai per poi concludersi nel mare all’altezza della odierna via Roma, si ebbe a partire dal III° sec. a.C. il primordiale insediamento. L’urbanizzazione si sviluppò prima alla sua foce e poi lungo il suo decorso,  con casupole o catoi, povere e modeste strutture popolane in parte ipogee o ingrottate per la friabilità del terreno lungo il corso fluviale. Ma la presenza del Kemonia che durante l’inverno regolarmente esondava per le piogge,  implicava che lì fosse tutto un  territorio insalubre e malsano soggetto a gravi e terribili  inondazioni con spesso vittime umane.

Ad occidente invece era l’altro fiume, il Papireto, alimentato da sorgenti più tranquille e ricche di vegetazione tra cui tante piante di papiro, si sviluppava con depressioni partendo da quella che lo originava, il Danisinni. Il suo corso si estendeva lungo la via Papireto, del Capo, di S. Onofrio e della Conceria per congiungersi anch’esso al mare. Per parecchi secoli i due fiumi circondarono quella lingua di terra che fu primo insediamento della città di Palermo, sebbene col tempo l’agglomerato edilizio fosse uscito dai confini delle mura antiche, anch’esse modificate ed ampliate a partire del periodo di dominio arabo. Si dovrà aspettare il Regno dei Vicerè spagnoli per avere un sostanziale intervento di riassetto urbanistico dalle città, che proprio dalla fine del 1500 si va per avviare.
Contestualmente anche l’affermarsi dello stile del Barocco, l’avvicendarsi dei fatti legati alla Riforma e Controriforma e poi al Concilio tridentino, crearono le condizioni adatte per focalizzare l’attenzione verso la città e la sua esigenza di  rinnovamento e urbanizzazione. L’azione di prosciugare e rendere salubri le aree urbane adiacenti i due fiumi si concretizzarono nella deviazione del Kemonia che venne in buona parte rinvasato verso l’Oreto e nell’interramento del Papireto, che venne incanalato sottoterra e condotto sino alla Cala. Queste  ed altre importanti operazioni edilizie di elevato impatto urbano, se da un lato riconfigurarono interi quartieri, dall’altro stravolsero la planimetria della città e la conformazione dei mandamenti, soprattutto dopo il tracciato della strada trasversale al Cassaro, la via Maqueda, nel cui incrocio si generarono i Quattro Canti di   Piazza Vigliena.

La zone della città lungo la strada Nuova, nel tratto tra piazza Sant’Antonino e i Quattro Canti prima e poi da qui fino alla omonima Porta Maqueda,  furono cantiere aperto dove aristocrazia e clero fecero da padroni  realizzando palazzi, chiese ed oratori e dove anche il Sanato palermitano fece la sua parte finanziando l’acquisto della Fontana di Piazza Pretoria e commissionando la ricca decorazione ai cantoni di Piazza Vigliena.

Dei corsi dei due fiumi rimase traccia nella toponomastica della vie o per l’epiteto ad alcuni luoghi ove scorrevano. Poi la storia ha continuato il suo cammino, arricchendo ogni angolo e scorcio di questi quartieri di curiosità e storia, leggende e fantasie,  reali e immaginarie. Ma soprattutto ai due quartieri si  legarono i due storici mercati popolari del Ballarò e del Capo,  ancora oggi attivi e testimoni fedeli, dal loro avvio, dell’influenza della dominazione araba nella cultura palermitana. I profumi e gli odori  che si respirano al loro interno e tra i vicoli tortuosi dove di sviluppano, i colori che si mescolano nelle bancarelle, la varietà delle merci esposte e l’origine orientale di tanti aromi e spezie che arricchiscono i piatti tipici della cucina locale, non sono che il chiaro segno di un  territorio che ancora oggi è culla di svariate civiltà e culture, che coesistono e si rigenerano senza rinnegarne alcuna.

Grazia Bellardita

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.