Il giardino della Cuncuma a Palermo

Nel cuore del quartiere del Capo, tra piazza Monte di pietà e piazza Beati Paoli

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Forse oggi è una rarità poter ascoltare la parola Cuncuma in un discorso comune tra le nuove generazioni, giocoforza la lentissima ma inesorabile scomparsa del dialetto in favore dell’italiano, e tuttavia devo dire che neanche tra le vecchie generazioni si registra un significato netto della parola “Cuncuma”. Eppure una volta a Palermo essa era riconoscibilissima e ben inserita nei discorsi a seconda dei contesti.
Andiamoci con ordine.

Fra Paolino da San Bartolomeo nel suo Viaggio nelle Indie Orientali fa un’attenta considerazione della parola in un contesto più ampio. Parlando delle mercanzie indiane cita appunto la Cuncuma e suggerisce che non bisogna chiamarla “Curcuma”, poiché quest’ultima è una corruzione della parola creata dagli europei. In quanto alla Cuncuma, come spezia, la identifica con lo Zafferano:

«Dal nome Samscrdamico Cuncuma fu corrotto Curcuma degli Europei, i quali impiegano la radice di questa pianta di foglie verdi e larghe per tingere in giallo.
I Brahmani al contrario attribuiscono al Cuncuma, o alla Terra merita, che è il Zafferano Malabarico, la virtù di levare la lepra, la pituita, la rogna, gli umori grossi, e le infezioni della pelle, procedenti da cattivi umori. Questa pianta è dedicata al dio Sole perché leva la lepra, che si crede essere una malattia data in castigo, di quei che hanno peccato contro il sole, o sia il dio Shiva degli’Indiani
»¹


Tornando a ragionare in casa nostra, effettivamente, la Cuncuma indicava un giardino, perciò potrebbe essere stato un appezzamento di terreno coltivato a Zafferano nei secoli passati. Ad avvalorare questa ipotesi ci viene in soccorso un libro interessante dal titolo “La conca d’oro in tripudio” nel quale si legge che il giardino della Cuncuma

«Fu già della Commenda di San Giovanni la Guilla de’ cavalieri Gerosolimitani, e nel 1467 dal Commendatore Fra’ Bartolomeo di Siena cõcesso ad enphiteosi per onze 2 annovali ad Ubertino Costa, il quale nel 1473 lo vendè per onze 4 annovali a Tomaso Monforti: morto costui: pervenne nel 1552 a Luca Monforti, che nel 1557 spiantollo ed appianollo, e vendè 133 canne di tal piano alla città di Palermo per fabbricarvi la Pannaria a prezzo d’onze 330, delle quali ne rilasciò alla città onze 80 ed ebbene contanti onze 50: per l’altre onze 200, una suggiugazione di onze 18 a 9 per cento: tal giardino abbracciava l’isole delle case fabbricate di rimpetto alla chiesa de’ SS. Cosimo, e Damiano, l’ucciditore della Guilla, e le chianche: fu poi revendicato dal Commendatore Fra Niccolò la Marra per sentenza della Regia Gran Corte a 24 Settembre, 3 indizione 1609»²

Nel cuore del quartiere del Capo, tra piazza Monte di pietà e piazza Beati Paoli vi è la via Judica nella quale si scorge il cosiddetto “Arco della Cuncuma”, cioè l’accesso al Cortile del Secco, ovvero dove un tempo vi stava la Siccheria vecchia, cioè la Zecca vecchia che poi per corruzione della parola divenne cortile del Secco «[…]è uno dei pochi caratteristici cortili della vecchia Palermo ancora esistente, anche se caduto in stato di abbandono, vi prospetta l’edificio appartenuto alla famiglia Di Grazia e preso in locazione dalla Regia Corte per ubicarvi la Zecca di Palermo, che vi ebbe sede dal 1681 al 1699, anno del suo trasferimento in piazza Marina»³

Se vogliamo tuttavia penetrare le oscure e misteriose leggi del verbum panormitano, la parola “Cuncuma” non individua soltanto un oggetto preciso o un luogo, ma viene utilizzata anche per indicare qualcosa di astratto, o meglio, di occulto.

«Cuncuma, s.f., riunione o compagnia di uomini, per lo più non buoni o giudicati come non buoni.‖ Riunione segreta e misteriosa come quella de’ Beati Paoli, che avevano le loro grotte paurose e impenetrabili presso il giardino detto della Cuncuma.‖ Essiri di la Cuncuma, essere del tal numero de’ tristi, della cosca, aver l’arte e l’attitudine d’ingannare e prevedere gli inganni, essere furbo³, ecc.

In un manoscritto del sec.XVII, conservato nell’Archivio Comunale di Palermo, si legge: « V’era un giardino detto della Cuncuma, dove v’era una grand’hosteria, et ivi si giuntavano li guappi e taglia cantuni di Palermo, e ne venne il motto: È di la Cuncuma, quando si vuol dire un uomo furbo»⁴.

arco della cuncuma

Inoltre, alcuni storici hanno ipotizzato che il nome derivi dalla posizione inusuale in cui si trovava questo giardino, ovvero una depressione terrena tra le alture del Cassaro e il quartiere del Capo, quasi un grande letto di fiume scavato un dì dal Papireto e che somiglierebbe ad un vaso, o altro contenitore d’acqua chiamato in siciliano appunto “Cuncumeddu”.

«Il nome poi del giardino pare essere stato preso dalla sua giacitura bassa in mezzo alle due alture del Cassaro e del Seralcadio, significando la voce Cuncuma vaso di rame da riscaldare acqua, sì che i luoghi bassi infetti di malaria ancora si dicono essiri la Cuncuma di malaria. È da notare che in questo giardino fu la famosa Fonte della Ninfa, da noi recentemente scoverta, e che sul confine del giardino verso il Capo si vede tuttavia la Grotta dei Beati Paoli, società segreta assai terribile, ne’ secoli passati»⁵

Palermo è piena di significati sia reali che fantasiosi e aleggerà sempre su di lei questo alone di mistero che si percepisce ancora oggi passeggiando inconsapevoli tra le viuzze oscure e fatiscenti del suo labirintico ventre, pronte in qualche modo a raccontarci in ogni angolo un pizzico di verità da svelare tra le carte del passato.

Antonino Prestigiacomo

Note
¹ Fra Paolino da San Bartolomeo, Viaggio alle indie orientali, tip. Antonio Fulgoni, Roma 1796
² La Conca d’oro in tripudio, Stamperia di Giovan Battista Ajccardo, Palermo, 1703
³ Maria Mimmo Gambino, Dietro le quinte del teatro del sole, Brotto Editore, Palermo, 1988
⁴Giuseppe Pitré, Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Forni Editore, Bologna, 1870
⁵ Vincenzo Di Giovanni, La topografia antica di Palermo dal secolo X al XV, Tipografia e Legatoria del Boccone del Povero, Palermo. 1889

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Antonino Prestigiacomo
Antonino Prestigiacomo
Nato a Palermo, dove vive e lavora, ha frequentato la facoltà di Lettere e filosofia dell'Università degli studi di Palermo, è presidente dell'Associazione socio-culturale “Athos”; da anni si prodiga per la valorizzazione e la promozione territoriale della città di Palermo".

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