Riserva Borbonica di Boccadifalco e Torre Milinciana

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Prima di iniziare può essere utile forse fare un breve riassunto del quadro storico in cui si inserisce la storia della Riserva Reale di Boccadifalco e degli altri Siti Reali nati durante il periodo Borbonico in Sicilia: nel 1734 Carlo III di Borbone, già duca di Parma e Piacenza, dopo complicate vicende dinastiche e guerre di successione, sottrasse la Sicilia al dominio austriaco degli Asburgo, dando inizio alla dinastia dei Borbone di Sicilia e di Napoli.

I Borbone avevano fissato la capitale del Regno a Napoli ma dimorarono in Sicilia per due lunghi periodi: tra il 1798 e il 1802, in seguito all’invasione delle truppe francesi guidate da Napoleone, e tra il 1806 e il 1815 a causa della seconda invasione napoleonica.

Le sedi siciliane in cui risiedevano i Borbone erano la splendida Palazzina Cinese nel Parco della Favorita di Palermo, la Real Casina di Caccia nel bosco della Ficuzza, gli appartamenti reali nel Palazzo dei Normanni di Palermo, sede ufficiale del re in Sicilia e, appunto, la Riserva Reale di Boccadifalco, dove il principe ereditario, futuro re delle due Sicilie Francesco I amava soggiornare con la sua famiglia.

LA RISERVA REALE DI BOCCADIFALCO

Fra le numerosissime proprietà dei Borbone di Napoli in Sicilia (che furono acquisite con l’obbiettivo di conseguire un patrimonio di possedimenti della corona nell’isola) merita un posto di rilievo la “Riserva Reale di Boccadifalco” che il principe Francesco di Borbone, duca di Calabria, volle realizzare tra il 1799 ed il 1810 durante l’esilio “forzato” della corte reale in Sicilia, nello stesso periodo in cui il padre, re Ferdinando III, impiantava, nella fertilissima Piana dei Colli, il più prestigioso dei Siti Reali isolani, a cui il sovrano dà il nome di “Real Parco della Favorita” in ricordo della omonima Reggia di Portici a Napoli.

Sua Altezza Reale, principe Francesco, amante della vita campestre e interessato alle industrie agrarie (in Sicilia l’agricoltura era ancora primitiva e l’industria inesistente), rilevò, acquistandola o prendendola in enfiteusi, una notevole estensione di terre composta da tanti fondi agricoli, circa 91 salme, nella campagna ad ovest della città, uno dei siti più fertili e ricchi di acqua dell’agro palermitano, per impiantarvi una azienda destinata a specifiche attività di diletto, quali le battute di caccia, passatempo preferito dai Borbone e utilitaristiche al tempo stesso, quali la zootecnia e la sperimentazione di nuovi sistemi agronomici.
Il progetto di Francesco era principalmente indirizzato ad avere funzioni economico-produttive con l’obiettivo di incrementare le produzioni attraverso l’adozione di tecniche innovative per l’agricoltura e l’allevamento, insieme a nuove modalità di collaborazione con i contadini del luogo, attivando una rigenerazione non solo del territorio ma anche del tessuto sociale.

Nella nuova tenuta, il principe, per prima cosa trasforma la fattoria del Gabriele in una casina reale per se e per la moglie Maria Clementina d’Asburgo, poi impianta numerosi campi sperimentali (egli stesso si occupava in prima persona degli esperimenti agrari, facendo utilizzare i più moderni strumenti per l’agricoltura fatti arrivare da Napoli e dall’Inghilterra). Inoltre vi realizzò una grande masseria per l’allevamento di bestiame (vacche e pecore importati dalla Spagna e dall’Africa), comprensiva di stalle, magazzini, forni, caseifici e abitazioni per il numerosissimo personale addetto alla tenuta dove si realizzava anche una vasta produzione di frutta e verdura, in parte destinata alla mensa reale, nonché ortaggi vari, mandorle, noci, orzo, uva, fave, lenticchie, fagioli, avena, fieno, olive, granoturco.

Il principe, in diverse fasi, riuscì a dotare la proprietà anche di rilevanti padiglioni e di originali architetture di supporto per le attività che si svolgevano nella tenuta, oltre che di collocare una serie elementi di statuaria allegorica di grande gusto estetico.

Nel 1817 fa realizzare dall’insigne botanico avellinese Giovanni Gussone un magnifico orto botanico ricco di fiori, di una vasta varietà di piante fruttifere, boschive e numerose specie esotiche, tropicali e sub-tropicali.
Il principe Francesco divenuto, nel frattempo, Luogotenente del re in Sicilia, abbandonerà Palermo solo nel 1825 (la corte borbonica era tornata definitivamente a Napoli nel 1815), dopo la morte del padre, per assumere la corona regale.
Da allora tutto fu abbandonato al suo destino. Di conseguenza il delizioso orto botanico scomparve, la Casina Reale residenza del principe andò in rovina e le terre della riserva avute in enfiteusi tornarono agli originari proprietari.

Gli appezzamenti di terra che erano stati acquistati furono in gran parte concessi in gabella ed in affitto, grazie all’opera scrupolosa e attenta del marchese Enrico Forcella, amministratore dei siti reali borbonici in Sicilia.
Dopo l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, quel che restava, passò al demanio della corona sabauda, anche se da tempo parte della riserva era stata completamente abbandonata. Infine quando nel 1919 i siti reali passarono al Demanio dello Stato, molti di quei terreni, che tanto impulso diedero all’economia di quel territorio, si trovarono in possesso di alcuni grandi proprietari della zona, che, a suo tempo, li avevano avuti concessi in gabella.

La grande Tenuta Reale, luogo di rara bellezza, era ubicata nella zona pedemontana del monte Caputo e si estendeva tra il tratto ovest dello stradone di Mezzomonreale, oggi Corso Calatafimi, a sud, e la borgata di Passo di Rigano, a nord.
Era delimitata ad ovest dalla dalla strada pedemontana detta la Conigliera, odierna via Umberto Maddalena, che collega la contrada Rocca di Monreale con Boccadifalco.

La grande tenuta comprendeva anche le ricche sorgenti del Gabriele, il baglio detto della Masseria vecchia, la quattrocentesca fattoria del Gabriele, cascine, casali e bagli agricoli. Inoltre nell’area della tenuta, a nord di via Altarello, insistevano alcune importanti ville nobiliari, tra cui Villa Gatto, Villa Nave, Villa Natoli, Villa Marassi di Pietratagliata, Villa Perpignano-Petrulla, oltre ad estesi fondi agricoli della piana di Luparello, in buona parte oggi occupate dall’areoporto di Boccadifalco inaugurato nel giugno del 1931.
Si accedeva alla riserva reale attraverso tre ingressi: il primo detto “del Giglio”, per lo stemma dei Borbone apposto sui piloni, costituito dall’antica via Altarello da dove si raggiungeva direttamente l’orto botanico, la Casina Reale, e la nuova chiesa di Boccadifalco, costruita nel 1835 per volontà del marchese Enrico Forcella.

Leoni all’ingresso monumentale in Corso Calatafimi

Un altro era il monumentale ingresso sulla via di Mezzomonreale (oggi Corso Calatafimi), caratterizzato dalle due sfingi in pietra di Billiemi, fiancheggiate da due erme egizie che sormontano i piloni, chiamate come quelle dell’ingresso alla Favorita; i Leoni. L’ultimo dei tre ingressi, situato allo sbocco di via Micciulla, che era chiamato volgarmente delle “Facciazze” per i grandi mascheroni che decoravano i pilastri in tufo, fu demolito nel dopoguerra, dopo essere stato danneggiato dai bombardamenti aerei durante l’ultimo conflitto mondiale diretti sul limitrofo aeroporto.
I bombardamenti colpirono duramente tutta la borgata di Boccadifalco (un territorio disseminato di beni culturali tutt’altro che trascurabili), compresi molti edifici dell’ex tenuta reale che, praticamente, già da molto tempo non esisteva più. In tempi più recenti, purtroppo, il contesto paesaggistico in cui si trovava inserita la riserva, che è ormai parte integrante della città, si presenta molto diverso rispetto ai fasti del periodo borbonico.

Tutta la zona è profondamente mutata. Infatti, negli anni 80 del secolo scorso, i giardini nell’area compresa tra la via Maddalena, Corso Calatafimi e via Altarello sono stati in gran parte occupati da una disordinata edilizia residenziale e nel corso negli ultimi anni la situazione risulta peggiorata.

LA TORRE DELLA “MILINCIANA”

La Torre, ubicata nel fondo anticamente appartenuto al Monastero di San Martino delle Scale e successivamente al dottore in legge Girolamo Caccamisi, è preesistente al periodo della realizzazione della Tenuta Reale, anche se non abbiamo elementi probanti per collocarla in un periodo specifico (XV-XVI secolo?).
Prende il nome da un gabelloto del fondo di nome Giuseppe Napoli, soprannominato “milinciana” a quanto pare per la forma della sua testa che ricordava umoristicamente la melanzana.
Il manufatto architettonico, un tempo circondato da un vasto caseggiato, è quello che rimane di una residenza probabilmente utilizzata come padiglione di caccia del principe Francesco di Borbone, nel Sito Reale di Boccadifalco (il resto dell’edificio fu demolito in seguito all’acquisizione del terreno da parte del demanio aeronautico, perché ritenuto di nessun interesse).
La trasformazione della primitiva torre in casina con funzioni abitative avvenne tra il 1810 e il 1815 quando, il principe Francesco, affida l’incarico del progetto all’architetto Gaetano Bernasconi, uno degli architetti dei quali, in quegli anni, si servono i Borbone, coadiuvato dal Capomastro della Real Casa Salvatore Palazzotto che realizza una elegante struttura a pianta quadrata in stile neogotico siciliano, come dimostrano le due finestre con archi a sesto acuto, una bifora con colonnina al centro, nel primo ordine, e una monofora nel secondo ordine.

Torre Milinciana veduta

Le due aperture, ancora in buono stato, sono abbellite da raffinate decorazioni con tarsie in pietra lavica a motivi floreali e geometrici, allusive dei decori dell’arte chiaramontana. A coronamento della sommità della torre troviamo una merlatura a coda di rondine che presenta una fascia di archetti pensili con piccole sculture che raffigurano testine con sembianze umane.
Scampati ai danneggiamenti dei bombardamenti restano, inoltre, alcuni brani murari superstiti e la rampa di scale, chiaro intervento postumo, che permetteva di raggiungere il piano superiore, di cui rimangono i ruderi.

Gli interni, abbandonati al degrado e completamente sventrati, sono stati, nel tempo, depredati di ogni elemento architettonico di pregio.
Un paio di decenni addietro fu messa in sicurezza dalla Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Palermo, perché “minacciava rovina”. Ma poi l’oblio!

E quando ai danni del tempo si affianca anche l’indifferenza e l’abbandono, la naturale conseguenza è quella di veder dissolvere, in una lenta ma inesorabile agonia, le memorie del nostro passato che con un po’ di attenzione in più si potrebbero salvaguardare.

Nicola Stanzione

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Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

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