I Borbone, si sa, nutrivano una speciale passione per la caccia, per la quale occupavano gran parte delle loro giornate. A tal proposito, non era raro che sotto il regno Borbonico si istituissero ampie zone dedicate alla caccia, per il divertimento del re e dei suoi ospiti.
Una zona particolare colpì l’attenzione del Ferdinando I delle Due Sicilie, detto anche il Re Nasone, che volle farne la sua personale riserva. Si tratta del vasto bosco della Ficuzza.
Fuggito da Napoli per rifugiarsi a Palermo a causa delle insurrezioni e dell’avanzata napoleonica, il re aveva bisogno sia di una dimora per la sua famiglia che di un luogo dove dedicarsi alla caccia. Acquistò i feudi Cappelliere, Lupo e Ficuzza, che in precedenza appartenevano al clero, e trasformò il bosco nella sua tenuta di caccia. Fu proprio la sua passione a dare origine al primo nucleo abitato della borgata di Ficuzza nel 1799. A tal proposito, non era raro che sotto il regno Borbonico si istituissero ampie zone dedicate alla caccia, per il divertimento del re e dei suoi ospiti.
La real Casina di caccia della Ficuzza
Nel 1799, il sovrano convocò l’architetto palermitano Venanzio Marvuglia, affinché costruisse una dimora degna del suo illustre ospite, che fosse allo stesso tempo sobria ed elegante. Il primo progetto fu affidato ad Alessandro Emmanuele Marvuglia, che venne però abbandonato. Fu preferito il padre Giuseppe Venanzio Marvuglia, il cui progetto fu realizzato con la collaborazione dell’allievo Nicolò Puglia nei primi anni del XIX secolo. I lavori della Real Casina di Caccia iniziarono nel 1802 e terminarono nel 1807. Progettata in stile tardo barocco, la Casina si caratterizza per la sua facciata rettangolare e severa. Ricorda molto la reggia di Caserta o le dimore nobiliari inglesi dell’epoca, con la differenza che al posto di un giardino sontuoso, dietro la Casina si estende il bosco sterminato. Il re Ferdinando visse qui ininterrottamente dal 1810 al 1813.
La struttura al suo interno presenta diversi saloni di rappresentanza, una cappella privata, stalle, magazzini e le camere da letto del re e del suo seguito. Purtroppo, non si è conservata la mobilia originale, razziata in occasione delle rivolte ottocentesche dai cittadini di Ficuzza e dei paesi vicini. Nel 1820, oltre ad arazzi, mobiletti e quadri, furono trafugate anche le campane della chiesetta. La camera da letto del re conserva ancora antichi dipinti che raffigurano scene di caccia. Inoltre, la Casina ospita il museo naturalistico del bosco, che custodisce anche animali imbalsamati.

Nel corso del XIX secolo, la Casina e la riserva attraversarono diverse vicissitudini.
Dopo l’Unità d’Italia, l’area divenne proprietà del Demanio del Regno d’Italia. Parte del bosco fu persino abbattuta per creare nuovi latifondi, da concedere ai sostenitori della monarchia. Nel 1871, quanto restava dell’antica riserva reale fu affidato all’Amministrazione Forestale e dichiarato inalienabile. Agli inizi del XX secolo, Ficuzza divenne una meta preferita per la villeggiatura della nobiltà palermitana e fu dichiarata stazione climatica montana nel 1901.
Tuttavia, lo sviluppo edilizio della borgata si arrestò dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’Amministrazione regionale rifiutò ulteriori concessioni edilizie. Nel 1948, l’area boschiva fu affidata all’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana per attività di rimboschimento. Infine, nel 2000, l’area è stata istituita come riserva naturale. La gestione della riserva è affidata all’Azienda Forestale Demaniali della Regione Sicilia, che compie un grande lavoro di recupero e mantenimento.
Il pulpito del Re
Dell’antica riserva rimane, all’interno del bosco, quello che ancora oggi viene chiamato Pulpito del Re, un grosso trono rudimentale ricavato da una roccia. Secondo alcuni, si tratterebbe di un antichissimo altare risalente al periodo dei Sicani. Tuttavia viene chiamato “pulpito del Re” perché pare che Ferdinando soleva sedersi proprio su questa roccia per riposare e forse, continuando a cacciare gli animali che i servitori attiravano proprio sotto il suo formidabile “Nasone”.
Vera o falsa che sia questa diceria, la caccia del re era tutt’altro che sconsiderata infatti, all’interno del bosco, nei pressi della peschiera, vi sono ancora i resti del complesso sistema di recinzioni adoperato dal sovrano, affinché alcune aree rimanessero incontaminate e consentissero il ripopolamento della fauna. Insomma una forma di rispetto e tutela del patrimonio naturale.
Samuele Schirò


Era IV a Napoli e III in Sicilia, poi quando unificò i due regni e creò il regno delle Due Sicilie (di fatto annettendo la Sicilia a Napoli) si intitolò I delle Due Sicilie.