Se chiedessi ad un palermitano: chi è Luigi Biondo? Probabilmente non saprebbe rispondere. Qualcuno potrebbe pensare al Teatro Biondo che c’è in via Roma, ma avrebbe ragione solo in parte. Perché il “Biondo” del teatro è più correttamente legato ad Andrea Biondo, di cui Luigi era il fratello: esattamente il secondo di quattro figli.
Ma se invece dicessi “padiglione Biondo” o “reparto Biondo“, subito si accenderebbe una luce, perché senz’altro tutti abbiamo incontrato questo nome negli ospedali e negli ambulatori della città.
Ma chi era allora questo misterioso “Biondo”? La risposta a questa domanda è sorprendente: Luigi Biondo non era un medico, ma il più grande e generoso benefattore che Palermo abbia mai avuto.
Andiamo a scoprire la sua storia cominciando dalla famiglia di provenienza.
La famiglia Biondo di Palermo: da tipografi ad imprenditori
Al tempo della bella Epoque, quando Palermo era all’apice del suo splendore e gareggiava per fasti con le principali città europee, tra i nuovi ricchi imprenditori borghesi, ecco emergere i Biondo, una famiglia di librai editori di Palermo.
Il capostipite era Salvatore Biondo che era proprietario di una tipografia sita in via del Protonotaro, una piccola traversa del Cassaro. Un’attività che negli anni 70 dell’800 venne convertita in una vera propria editoria per ragazzi, sia nel settore scolastico sia nella letteratura d’intrattenimento.
Con l’aiuto dei quattro figli, Andrea, Luigi, Eugenio e Teresa, l’impresa tipografica di famiglia venne trasformata in una vera e propria casa editrice che in pochi anni ebbe un notevole successo.
Andrea Biondo (1867-1939) era laureato in giurisprudenza e condivideva con la moglie Margherita Comida una grande passione per il teatro. Nel 1898, quando fu completato il primo tronco della via Roma, i fratelli Biondo acquistarono uno dei lotti disponibili per costruire la propria abitazione. Poi, però, acquistarono altri due lotti contigui al primo, con l’idea di costruire un teatro di prosa: quello che, dopo una travagliata storia, sarebbe diventato il Teatro Biondo di Palermo.
Questa “passione per il teatro”, ed il successo ottenuto, indussero la famiglia Biondo ad investire ancora nelle attività di svago culturale. Così, circa dieci anni dopo, nel 1914 fecero costruire un secondo locale dedicato soprattutto alle Operette e alla Rivista, il Kursaal Biondo, lungo la via Emerico Amari, (ex cinema Nazionale ed oggi sala Bingo) e nel 1923 il Cine-teatro Massimo di piazza Verdi.
Pochi anni dopo, per ragioni non molto chiare, i fratelli Biondo decisero di dividere i beni di famiglia. Alcune voci sostengono che una relazione di Luigi Biondo con una nota signora benestante di Palermo, abbia costretto la famiglia a pagare un cospicuo risarcimento al marito tradito. Fatto sta che Andrea Biondo continuò ad occuparsi del teatro della via Roma e del Kursaal; Eugenio Biondo si dedicò all’incremento dell’attività tipografica, riuscendo a trasformare l’azienda in una società anonima, la Ires, specializzata nei lavori commerciali e nei libri scolastici, fin quando non morì improvvisamente nel 1938; Teresa Biondo ebbe la sua parte in denaro, si sposò con Filippo D’Asaro e morì a 83 anni. E il nostro Luigi Biondo? Gli fu assegnato il cine Teatro Massimo, ma decise di trasferirsi a Roma, rimase celibe, si occupò di finanza investendo il proprio capitale, diventando ricchissimo!
Il ritorno a Palermo di Luigi Biondo

Luigi Biondo trascorse a Roma circa un trentennio vivendo, per quanto ne sappiamo, una vita semplice, sobria e priva di lussi, nonostante gli affari lo avessero reso ricco. Poi, ormai anziano, decise di tornare a Palermo con un sogno nel cuore: creare a Palermo strutture sanitarie e assistenziali da donare ai palermitani.
Che dire? Fu pura filantropia? Dissapori con i nipoti che sarebbero stati gli unici eredi? Un modo per espiare chissà quale colpa? Non lo sappiamo.
Sappiamo che Luigi trascorse gli ultimi anni della sua vita spendendo tutto il suo cospicuo patrimonio (circa un miliardo delle lire di allora!) per finanziare ben quattordici complessi sanitari e assistenziali, costruiti a proprie spese in soli sette anni, dal 1958 al 1965.
Finiti i soldi, due anni dopo, il 30 agosto 1967, quando aveva 95 anni, Luigi Biondo morì da povero, ospite delle suore di uno degli istituti da lui costruiti.
Pare che anche il funerale sia stato sobrio come la sua vita, con pochi partecipanti e nessuna pompa magna. Quello che fa specie, purtroppo, è la corta memoria delle amministrazioni cittadine che lo hanno dimenticato nonostante la sua straordinaria generosità. Pensate che a Palermo non esiste strada o piazza o vicolo che porti il suo nome!
E così anche noi abbiamo perso la sua memoria, ma per ricordare quanto bene ha fatto alla città basta citare alcune delle strutture assistenziali che dobbiamo a quest’uomo.
Tra le opere realizzate da Luigi Biondo spiccano un fabbricato di quattro piani per l’Ospedale dei bambini, uno per la rieducazione dei minori disadattati presso l’Ospedale psichiatrico, la “Casa della madre e del bambino” in piazza Danisinni e l'”Aiuto Materno” della via Noce.
Al Policlinico realizzò un padiglione per lo studio e la cura contro il cancro, mentre a Villa Sofia fece costruire un padiglione per anziani cronici e paralitici e il centro traumatologico. All’Ospedale Civico, Biondo donò un padiglione di cardiochirurgia e un ambulatorio dermosifilopatico.
Non dimenticò i minori disadattati, costruendo un secondo padiglione all’Ospedale Psichiatrico, una “Casa di riposo per anziani inabili” in corso Calatafimi e una mensa popolare per i non abbienti.
Per non dimenticare Luigi Biondo
In tempi recenti, la memoria di Luigi Biondo è stata ricordata grazie all’iniziativa del Teatro Al Massimo che ha promosso un convegno e gli ha dedicato una targa posta nel foyer del teatro. È stato inoltre istituito il premio “Luigi Biondo”, conferito a personalità che si sono distinte per la loro filantropia e il loro mecenatismo culturale. Ma quest’uomo meriterebbe più riconoscimenti!
La storia di Luigi Biondo dovrebbe essere un monito per Palermo e per l’Italia intera: un uomo che ha dato tanto alla sua città non può essere dimenticato. Meriterebbe davvero essere presente almeno in una delle strade più importanti affinché la sua generosità e il suo impegno sociale possano essere un esempio per le nuove generazioni. Speriamo che le Istituzioni possano rivalutare questa opportunità…
Saverio Schirò
Fonte: Gabriello Montemagno, Storia dell’imprenditore che regalò ospedali, in Repubblica.it