Nella Palermo del ‘600 già non mancavano le estati afose che ancora oggi tormentano la nostra città. A quei tempi, però, non esistevano i sistemi di refrigerazione e condizionamento nei quali oggi troviamo un po’ di sollievo per cui ecco che era necessario l’uso della neve per mitigare i torridi pomeriggi estivi.

Per fortuna l’acqua fresca non mancava, perché molte delle sorgenti che si trovavano nelle campagne attorno alle mura cittadine, venivano convogliate nelle caratteristiche quartare, nelle quali veniva conservata l’acqua per uso potabile. Questi contenitori, grazie alla loro fattura e alla loro posizione, riuscivano a mantenere la temperatura un po’ più fresca rispetto all’ambiente tuttavia, durante le ore di maggiore calura, anche quest’acqua diventava calda ed imbevibile. Sin dai secoli precedenti accadeva che il popolo, bene o male, si adattava a bere ciò che c’era, mentre i nobili mandavano i propri servi a prendere l’acqua dalle sorgenti degli Angelini, di S. Agata alle Mura e di S. Giuliano, dove la temperatura si manteneva sempre più fresca.
Un miglioramento avvenne quando, come riferiscono Paruta e Palmerino nel loro Diario del 1577, a Palermo “si incominciò ad usare il bevere arrifriscato con la neve“.
L’uso della neve fu introdotto già nel 1546 dagli spagnoli, precisamente da Luigi Castelvì Valenziano. Questi fece scavare delle fosse sulle montagne (i nivieri o neviere), nelle quali la neve veniva conservata per poi essere trasportata in città e venduta in apposite botteghe. Si usava per rinfrescare l’acqua e per preparare bibite ghiacciate e sorbetti che allietassero i palati dei nobili, che nei mesi estivi si godevano le villeggiature nelle loro residenze di Bagheria o della Piana dei Colli.
Tale fiorente commercio ovviamente fu subito regolamentato dal Senato, che la vide subito come un’occasione per riscuotere le gabelle. Nel 1557 concesse il “diritto proibitivo” di vendere neve a don Fabrizio Valguarnera, barone del Godrano, che inizialmente non dovette pagare alcun dazio. Tale tassa fu introdotta successivamente, per un importo di un grano a rotolo (790 grammi) di neve.
Tante altre regole vennero successivamente introdotte, come l’obbligo, da parte dell’appaltatore monopolista, di non farne mancare mai alle botteghe, anche a costo di farla arrivare dal monte Mongibello (l’Etna); oppure l’obbligo per i trasportatori della neve di entrare in città solo attraverso Porta Nuova, Porta dei Greci o Porta di Vicari.
Ma come funzionavano la raccolta e la conservazione della neve?
La raccolta della neve, che per Palermo e dintorni avveniva principalmente sulle Madonie, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, era un’attività tutt’altro che stagionale. Ad ogni periodo dell’anno corrispondeva una fase di lavoro diversa e gli operai spesso alloggiavano tutti insieme nelle “case neviere”, costruite proprio nei pressi delle fosse dove la neve veniva conservata.
La tanto attesa stagione estiva, l’unica in cui si guadagnava per i propri sforzi, iniziava addirittura nel precedente mese di ottobre. In questa fase le neviere venivano pulite e sistemate, laddove ci fosse bisogno di manutenzione. Era anche il momento migliore per scavare delle nuove insenature, prima che arrivasse l’inverno.
Nei mesi successivi gli operai stavano sempre all’erta, pronti a partire per raccogliere le nuove nevicate nei dintorni. Il prezioso bene veniva quindi caricato sui carretti e trasportato velocemente alla neviera, dove veniva pressato il più possibile e poi coperto con un isolante, di solito paglia o cenere. Questa manovra di pressatura e isolamento faceva sì che la temperatura si mantenesse sempre bassissima e dunque non permetteva alla neve di sciogliersi.
Alla fine dell’inverno si procedeva alla misurazione del “raccolto”, in modo da poter prevedere la gestione degli ordini che sarebbero giunti già da aprile e maggio.
Ed ecco finalmente l’estate. La neve, ormai diventata una specie di lastra compatta, veniva tagliata in blocchi e trasportata fino in città, dove era distribuita tra le botteghe dei nivaioli e le ville nobiliari che ne facevano richiesta. A Palermo esistevano diversi negozi che vendevano neve e i toponimi di vicolo della Neve all’Alloro (da via Alloro a piazza Marina) e vicolo Nevajo (l’attuale vicolo Viola nei pressi di via Maqueda) ne sono due testimonianze.
Per evitare che la tanto effimera merce si perdesse durante le operazioni di estrazione e taglio, che dovevano avvenire obbligatoriamente nei giorni più caldi dell’estate quando la domanda era al massimo, gli operai lavoravano spesso di notte, evitando così di esporre la neve al sole e vanificare duri mesi di fatica.
L’uso della neve scomparve in città verso il XIX secolo, quando vennero impiantate le prime fabbriche di ghiaccio. Alcune neviere rimasero attive fino agli anni ’60 circa, ovvero fino alla diffusione capillare dell’uso dei frigoriferi in tutte le case.
Samuele Schirò
Ti potrebbe interessare anche...
Palermo e la secolare lotta contro il caldo
- Fonti:
- A. Traina – 101 Storie su Palermo che non ti hanno mai raccontato – Roma 2012 – Newton Compton Editori
- R. La Duca, La città perduta, 1 serie, Palermo 1975
- G. Palmeri, Neve e neviere in Sicilia, in Salvare Palermo n 20, 2008
- M. DI Liberto, Nuovissimo stradario storico della città di Palermo, Palermo 1995
- Foto di copertina: Sullo sfondo “monte Cuccio innevato” by Windingball – Opera propria via wikimedia.org CC BY-SA 4.0