Quando si parla di Palermo, c’è sempre un argomento che spunta fuori, anche se a volte noi siciliani vorremmo che non fosse così: la mafia. È un tema che ha segnato la nostra città, la nostra isola e la nostra identità. Un fenomeno che creato una serie di streotipi e false credenze che hanno corrotto l’immagine della Sicilia agli occhi del resto dell’Italia e del mondo.
Alla fine degli anni Settanta, a Londra, appena sentivano che ero di Palermo facevano un sorrisino malizioso ed un gesto col pollice passato sulla guancia ad indicare un atteggiamento mafioso che che mi doveva connotare.
Ma attenzione: mafia non vuol dire Sicilia, e Sicilia non vuol dire mafia. Questa è la prima cosa da chiarire. Palermo è una città piena di luce, di arte, di mercati colorati e di ospitalità, e non ha nulla da vedere con le coppole, i baffi, le pistole e le lupare che vengono mostrate nei film sulla Sicilia.
Raccontare la storia della mafia a Palermo, gli stereotipi che circolano e la lotta per la legalità è fondamentale, non solo per chi viene in visita, ma anche per chi vive qui e vuole capire meglio le radici del presente.

Un po’ di contesto storico: come è nata la mafia?
Per capire la mafia bisogna tornare indietro, molto indietro. Non è nata in un giorno preciso, ma è frutto di secoli di dominazioni, ingiustizie e vuoti di potere. Dopo l’Unità d’Italia (1861), il fenomeno si è intensificato con lo Stato centrale lontano e poco presente nelle campagne siciliane. In quel vuoto, personaggi locali, più intraprendenti e spesso violenti, iniziarono a esercitare un “controllo” sul territorio: offrivano protezione (a pagamento, ovviamente) ai contadini e ai latifondisti. Nasceva il famoso “pizzo”, che non era altro che un’estorsione travestita da garanzia.
Più tardi questi gruppi si strutturarono come una vera e propria organizzazione criminale, con gerarchie, regole e un codice d’onore: nasceva “Cosa Nostra”. A differenza delle bande comuni, la mafia si distingueva per la sua capacità di infiltrarsi nella politica e nelle istituzioni.
Negli anni ’70 e ’80, arrivò il periodo più buio: la guerra di mafia tra i clan, le stragi, il traffico internazionale di droga che fece di Cosa Nostra una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo. Palermo viveva nel terrore: spari in pieno giorno, omicidi eccellenti, uomini di Stato uccisi.
Gli anni delle stragi e la svolta
Il 1992 è una data che ogni palermitano porta nel cuore come una ferita aperta: le stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui morirono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte. Quelle immagini fecero il giro del mondo e segnarono uno spartiacque. La città fu scossa. Per la prima volta, migliaia di persone scesero in piazza non per paura ma per dire basta.
Da lì nacque una nuova coscienza civile. Non che la mafia fosse sparita (anzi, si è trasformata, si è fatta più silenziosa e più economica), ma Palermo iniziò un percorso diverso. Scuole, associazioni, imprese cominciarono a parlare di legalità, a educare i giovani a non avere paura, a mostrare al mondo un’immagine di Palermo che diventava più moderna, aperta e sicura.
L’impatto della mafia sulla società palermitana
Questo clima subito per anni ha creato paura, diffidenza, e a volte, purtroppo, anche un’accettazione passiva. L’omertà, questo muro di silenzio, non nasce per caso. Nasce dalla paura di ritorsioni, dalla sensazione di non poter contare sullo Stato, di essere soli.
Per decenni, la mafia ha dettato le regole, non scritte, della vita quotidiana. Le estorsioni, il “pizzo”, erano la norma. Molti commercianti pagavano per “campare in pace”, per non vedere la propria attività bruciata, per non rischiare la vita. Il potere mafioso non si limitava solo al crimine, ma si estendeva al controllo sociale. Chi dovevi votare, chi dovevi assumere, a chi dovevi rivolgerti per un favore.
Ma non pensate che tutti fossero sottomessi. L’altra faccia della medaglia mostra la città dei movimenti antimafia, delle manifestazioni di studenti, delle associazioni di commercianti che hanno detto “basta”. La mafia ha avuto il suo momento di gloria, ma ha anche creato i suoi nemici più tenaci.
E in questi ultimi anni, la lotta alla mafia è diventata una cosa di tutti. Non è più solo una questione di polizia e magistratura, ma di società civile. Le associazioni come Addiopizzo, che ha convinto centinaia di commercianti a denunciare gli estorsori, hanno mostrato che un altro modo è possibile. Le scuole che portano i ragazzi in visita ai luoghi della memoria, i musei che raccontano la storia dei caduti, le cooperative che coltivano i terreni confiscati ai boss. Tutto questo è un segnale forte che suscita speranza nelle nuove generazioni.
Realtà e stereotipi: sfatiamo qualche mito

E arriviamo al punto più delicato, quello degli stereotipi. I turisti, quando arrivano a Palermo, spesso hanno in testa un’immagine precisa della mafia. Quella dei film, con gli uomini vestiti di scuro, i “picciotti” con le coppole, i dialoghi sussurrati. Ecco, dimenticatevi tutto.
Non tutti i siciliani sono mafiosi: Questo è lo stereotipo più banale e più offensivo. La stragrande maggioranza dei siciliani è fatta di persone oneste, che lavorano duramente, che amano la propria terra e che sono le prime vittime della mafia. Ci sono stati e ci sono ancora oggi tantissimi siciliani che hanno pagato con la vita la loro scelta di legalità.
La mafia non è un codice d’onore: I film hanno fatto credere che la mafia abbia delle regole, un suo codice d’onore. Non è vero. La mafia è un’organizzazione criminale, basata sulla sopraffazione, sull’avidità e sulla violenza più brutale.
Non è un fenomeno folkloristico: Vedo a volte turisti che si fanno selfie davanti a cartelli con scritte mafiose o che comprano souvenir ironici sulla mafia. Questo non è “folklore”, è una cosa seria. La mafia ha ucciso, ha distrutto famiglie, ha portato miseria. Non è un gioco e non va banalizzata. E sbagliano i commercianti locali quando incentivano questo tipo di immagine attraverso gadget o nomi di locali o di pietanze che richiamano questo fenomeno.
La mafia non è morta, ma è cambiata: Purtroppo, non possiamo dire che la mafia non esista più. Certo, i boss di un tempo, quelli che sparavano per strada, sono stati arrestati. Ma la mafia di oggi è più sottile, più invisibile. Si muove nel mondo della finanza, si infiltra negli appalti, ricicla denaro sporco. È una mafia “colletto bianco”, che agisce dietro le quinte, ed è per questo che è ancora più pericolosa.
Un turista che viene a Palermo deve sapere che la mafia esiste, che ha lasciato cicatrici, ma deve anche vedere come i palermitani si sono rialzati, come hanno creato una città viva, colorata e accogliente.
Conclusione
Parlare di mafia a Palermo non è semplice, perché significa toccare un nervo scoperto. Ma è importante farlo con onestà. La mafia ha una storia lunga e dolorosa, ha inciso sulla società, ma oggi non rappresenta l’anima della città. Gli stereotipi la riducono a folklore, ma la realtà è ben diversa: è stata una piaga e oggi è una sfida che molti palermitani affrontano a testa alta.
