Il valore dei soldi nella Palermo di un tempo

Cosa potevi acquistare con le Onze, i tarì, i grani e i pìccioli, che sono le antiche monete che circolavano in Sicilia

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Leggendo le storie del passato, sentiamo spesso parlare di Onze, tarì, grani e pìccioli, che sono alcune delle antiche monete che circolavano in Sicilia. Adesso cercheremo di orientarci nel sistema monetario dei secoli passati per capire il valore dei soldi nella Palermo di un tempo.

Indice

Storia della monetazione in Sicilia

Sappiamo che sin dall’antichità si coniavano delle monete ed il loro valore era legato al peso del metallo che lo componeva, dunque l’oro, l’argento, il rame e il bronzo.
Anche in Sicilia è esistita una monetazione sin da tempi antichissimi, risalente ai periodi greci, punici e romani. Bizantini e arabi avevano in uso monete proprie, tuttavia risale al periodo normanno l’origine di una vera e propria moneta siciliana.

Le monete coniate in Sicilia, prima a Messina e dalla metà del 1600 a Palermo, erano l’Onza, il Tarì, il Grano e i Pìccioli, che erano l’unità minima. Tutte avevano un valore definito, fino a quando, nel 1735, Carlo III Borbone, incoronato re delle due Sicilie, non volle uniformare le monete siciliane e quelle napoletane affinché avessero lo stesso valore.

Le monete antiche in Sicilia

Onza (o Oncia)

L’Onza d’oro (o Oncia) fu una delle prime monete che ebbe corso nel Regno di Sicilia. In realtà non era una moneta vera e propria, non fisicamente almeno: era una moneta di conto, cioè aveva un valore nominale, che già circolava nel resto d’Italia sin dal X secolo. Insomma una moneta virtuale che veniva adoperata per transazioni di una certa importanza.

Trenta tari (due scudi) con la fenice – 1793.

Al tempo di Federico II, un’Onza d’oro valeva 30 Tarì (d’argento), 600 Grani o 3600 Pìccioli. Di conseguenza:

  • Un’ Onza d’oro, 30 Tarì
  • un Tarì, 20 grani, 
  • un Grano, 6 pìccioli. 

Per vedere le prime Onze realmente coniate, dobbiamo attendere circa il 1732, al tempo di Carlo III di Sicilia, il quale volle che le monete fossero realizzate fisicamente, in oro e in argento. Volle che in una delle facce fosse rappresentata una “fenice ad ali spiegate”, come segno di rinascita. Anche le scritte non erano casuali: “Oblita ex auro Argentea Resurgit”, o “ex Auro Argentea Resurgit” o solamente “Resurgit”, con allusione sia alla moneta in se stessa che al Regno di Sicilia che risorgeva nella figura di Carlo III Borbone raffigurato in ogni moneta.

Onza d’oro Doppia_Palermo_1753 wiki

Le Onze in oro avevano un diametro di 22 mm ed un peso di 4,4 g; quelle in argento, un peso di circa 70 grammi e diametro variabile a seconda delle emissioni e comunque oltre i 5 cm. Tutte avevano un contorno cordonato o rigato in rilievo. 

Esisteva anche una doppia Onza d’oro col peso di 8,8 g e il diametro di circa 25 mm. In questa moneta al posto della fenice al rovescio era raffigurata un’aquila ad ali spiegate con gli stemmi degli Aragona e dei Borbone, mentre nelle successive emissioni, l’aquila venne sostituita dal Triscele tra due corone di alloro.

L’Onza Siciliana smise di esistere con l’Unità d’Italia nel 1860 e fu valutata circa 12 lire e 75 centesimi di quei tempi. 

Il Tarì 

Il termine ha origini arabe, deriva infatti da “tarī”, che significa “fresco di conio”, ed è una delle più famose monete medievali.

Inizialmente il tarì era d’oro, ed ebbe la sua fortuna perché coniato nella potente Repubblica marinara di Amalfi, e per questo era comunemente utilizzata durante gli scambi commerciali nel bacino del Mediterraneo.
Era una moneta relativamente piccola e pesava poco meno di un grammo. Al dritto,  presentava la croce di Sant’Andrea e delle scritte in caratteri cufici. Dopo la conquista normanna il tarì continuò ad essere coniato, ma sotto Re Ruggero le scritte arabe furono sostituite da sigle cristiane. 
Con Federico II fu chiusa la zecca di Amalfi e i tarì furono coniati in altre città: furono introdotti i suoi multipli, con un peso che arrivava a superare i 5 grammi mentre l’aquila sveva ad ali spiegate aveva sostituito la croce.

Sicilia. Re Ferdinando III (1759-1825). Trenta tari (due scudi) 1793.

La moneta ebbe corso fino alla fine del XIII secolo, quando Carlo D’Angiò, ne ordinò la cessazione. Fu reintrodotta, ma questa volta in argento, al tempo di  Ferdinando II d’Aragona (1452 – 1516) e in questa forma rimase attiva fino all’unità d’Italia nel 1860.

Tutti i Tarì avevano il contorno con delle foglie in rilievo, spesso l’aquila ad ali spiegate e l’immagine del re: vennero coniati in multipli e sottomultipli. Il Tarì classico era una piccola moneta d’argento di circa 20 mm di diametro e pesava poco più di 2 grammi (come la monetina di 5 centesimi, ma ancora più leggera!).

Sottomultipli erano ½  Tarì e il ¼ di Tarì, chiamato “Cinquina” perché equivaleva a 5 grani. Erano entrambe in argento e pesavano 1 g e 0,6 g.   
Vennero coniate anche monete d’argento di 2, 3, 4, 6 e 12 Tarì con dimensioni e peso che aumentava al crescere del valore: dai 25 mm di diametro e quasi 5 grammi del 2 Tarì, ai circa 40mm e 27 grammi del 12 Tarì: davvero una grossa moneta!

È curioso pensare che tranne nelle ultime emissioni, queste monete non recavano la scritta del loro valore e dunque si riconoscevano solo dalle dimensioni, dal peso e dalle immagini!

Il Grano 

valore dei soldi - un grano
Moneta da 1 grano del 1700

Il Grano, al plurale “grana o grani”, era una moneta in circolazione a Napoli ed in Sicilia. 

Fu battuto per la prima volta a Napoli al tempo di Ferdinando I di Napoli (1458-1494). Era una monetina di rame di circa 4 grammi e di 23 mm di diametro che in Sicilia valeva 6 piccioli.
Sotto Carlo furono coniate  alcune monete da 10 e 5 grani in argento (detta anche “Cinquina”) ma solitamente fu preferito il rame per la comodità di non coniare monete d’argento troppo piccole.

Anche i grani avevano il contorno in rilievo ma questa volta, tra le scritte compariva l’aquila della Sicilia e non la sagoma del re.

Pìcciolo

Riproduzione del pìcciolo siciliano

Era la più piccola tra le monete. Gli odierni spiccioli, per capirci, tanto che in epoca borbonica, e forse anche prima, il singolo pìcciolo non fu più coniato e la monetazione parti con quella di tre pìccioli chiamato “terdenari” che equivaleva a mezzo grano. 

La moneta era in rame e aveva un diametro di circa 10 – 15 mm con un peso poco più di 0,6 grammi.  Una faccia mostrava  una corona e l’incisione “Philippus Dei Gratia Rex Siciliae”. Nell’altra un aquilotto con ali spiegate con intorno inciso “Rex Siciliae”.

Altre monete siciliane

Nel corso degli avvicendamenti storici che la Sicilia visse durante i secoli, comparvero diverse altre monete con una fortuna altalenante.

Ricordiamo la “Piastra siciliana” che era d’argento ed equivaleva a 12 tarì. Doveva essere probabilmente una derivazione della piastra napoletana.
Lo scudo e il ducato furono antiche monete “internazionali” che circolarono anche in Sicilia, benché la loro origine fosse continentale. Potevano essere d’oro o d’argento ed il nome era dovuto al fatto che le prime monete, coniate in Francia, recavano l’effigie dello scudo, o stemma, della casata che le aveva emesse.
Per un certo periodo, vennero chiamati “baiocchi” le monete di un Grano ottenute dalla fusione di alcuni cannoni: non ebbero molta fama e ben presto sparirono dalla circolazione.

Valore dei soldi nella Palermo di un tempo

Specificate le caratteristiche delle monete che circolavano in antichità, rimane da capire quale fosse il loro reale valore. Ovviamente è piuttosto difficile stabilirlo: come capita anche adesso, il valore dei soldi non era stabile e per le monete realizzate in metallo nobile, le oscillazioni erano anche legate al valore del metallo. 

Ancora di più è improponibile un raffronto tra le monete attuali e quelle del passato. Per chi fosse interessato, può consultare un sito di conversione storica per calcolare le equivalenze monetarie dal 1860 ad oggi.

Per avere un’idea del valore dei soldi nella Palermo di una volta, daremo qualche notizia sui pagamenti effettuati per ottenere dei beni o servizi, ma si capisce che sono solo un piccolo esempio.

Nel XIV secolo la “sontuosa dimora dei Chiaramonte” in campagna, con vigna, terra coltivabile e giardino (la torre dei Diavoli) era stimata 40 onze. Dipingere una cappella, realizzando un San Salvatore e altre pitture nell’abside di una chiesa, 2 onze, 7 tarì e 10 grani.

Nel 1500 una indulgenza veniva comprata a 1,15 tarì, mentre 100 onze all’anno non furono sufficienti per completare la costruzione dello Spasimo.

Alla fine del 1600, una casa si affittava per un centinaio di onze all’anno! Tranne la famigerata casa del Papireto che vide crollare il profitto da 100 a meno di 40 onze annue, per le tristi vicende che vi accadevano (La casa della morte).
Nello stesso periodo, una corsa in portantina per il Cassaro o per la Strada Nuova costava da 2 a 3 tarì.

1775: divieto di sosta al Cassaro! Quaranta frustate al cocchiere, 100 onze di multa o il sequestro del mezzo per il padrone! 

Nel 1778 allo scultore Marabitti furono date 260 onze (una somma considerevole!) per realizzare “Il genio di villa Giulia”. Tre anni dopo, nel 1781 la Fontana di santa Caterina, costò alla madre superiora, la bellezza di 500 onze! (forse un’impennata dell’inflazione?)

Viaggiare costava un botto: se nel 1791 volevi andare da Palermo a Messina ti costava 10 onze e 15 tarì, tutto compreso: mulo, guida e vitto. Sul traghetto per Napoli, il passeggero aveva un camerino, una cuccetta e il vitto per 9 onze (pari a L.113,50 al tempo del Pitrè e circa 460 € odierne).

Nel 1790: un quintale olio veniva comprato per 9 onze (pari a L.113,50 al tempo del Pitrè e dunque circa 4,60 € al chilo). Un rotolo di pane (circa 800 grammi) costava 12 grani, un rotolo e mezzo, e magari due (da 1,2 a 1,6 KG) un tarì (circa 1,2 euro al Kg rapportato ad oggi).
La carne migliore costava 30 grani (1,5 tarì) al Kg, le galline 3 tarì l’una, le uova tre grani l’uno; un quarto di vino sette grani; un rotolo di formaggio, 28 grani.
Il “Giornale di Commercio”, settimanale, costava 5 grani il numero, un tarì il mese per gli associati mentre il Giornale di Sicilia, 9 tarì (L. 3,82).

Fonti:

  • Edoardo Martinori, La moneta – Vocabolario generale, Roma, Istituto italiano di numismatica, MCMXV (1915).
  • Voci: Onza, Tarì, Grano, Picciolo in wikipedia.org
  • A proposito di monete siciliane antiche … e moderne in l’altrasicilia.it
  • Giuseppe Pitrè, La vita in Palermo cento e più anni fa, Ed Barbera, Firenze 1944
  • Immagine dell’onza by wikipedia.org dominio pubblico –
  • immagini 30 tarì by Di АНО «Международный нумизматический клуб» – АНО «Международный нумизматический клуб», CC BY-SA 4.0,

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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