Nel 1487 fu istituito il Tribunale dell’Inquisizione Spagnola e a Palermo fu inviato il primo inquisitore delegato, dall’azzeccatissimo nome frate Agostino La Pena, dando vita ad un clima di profondo terrore religioso che sarebbe durato per oltre 500 anni.
Ripercorriamo questa vicenda attraverso la storia romanzata della prima vittima dell’Inquisizione Spagnola, una giovane donna di nome Eulalia Tunarif, ebrea di nascita, ma convertita al cristianesimo per un amore non corrisposto che l’avrebbe condotta alla rovina.
L’istituzione del Tribunale dell’Inquisizione
Sotto il regno di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, il Regno di Spagna, dove (non senza tensioni) cristiani, ebrei e musulmani convivevano da tempo, decise di operare delle nuove politiche volte a consolidare l’influenza del cristianesimo sui loro domini, tramite l’istituzione dell’Inquisizione.
Da una parte questo avvenne per dichiarati motivi religiosi, dall’altra parte per meno esplicitate ragioni di natura economica. Pare infatti che la corona, già fortemente indebitata nei confronti dei banchieri ebrei, non solo avrebbe potuto cancellare i propri debiti condannando i propri creditori, ma avrebbe anche ottenuto enormi ricchezze confiscandole ai presunti rei.
Non dilungandoci oltre sugli ulteriori sviluppi dell’Inquisizione in Spagna, torniamo adesso alla nostra Sicilia, dove il Regno di Spagna inviò un suo inquisitore delegato, il sopracitato frate Agostino La Pena, perché istituisse anche a Palermo un tribunale con le stesse funzioni di quello spagnolo, presieduto dal famigerato Tomás de Torquemada.
Appena giunto a Palermo, il nuovo comitato inquisitore si sistemò emblematicamente nel Palazzo Reale, iniziando subito a disporre un potere assoluto e temibile, di gran lunga superiore a quello politico del viceré e a quello religioso del papato.
Il Senato Palermitano si oppose. Palermo non era la Spagna.
Qui da oltre due secoli non c’era più una vera comunità musulmana, mentre gli ebrei, tanto invisi alla corte iberica, erano parte integrante della nostra società, non una minaccia per la fede.
Pare che gli emissari palermitani cercarono anche il sostegno anche di Messina, Catania e Trapani, perché si esponessero insieme le proprie ragioni ai sovrani, tuttavia nessun appoggio arrivò dalle altre città e alla fine anche in Sicilia l’Inquisizione Spagnola ebbe i pieni poteri che tanto reclamava.
La triste storia di Eulalia Tunarif
Proprio in questo contesto storico e sociale è ambientato il racconto di Eulalia Tunarif, una vicenda che non appartiene a nessun libro di storia, ma che è entrata a far parte di tutta quella serie di narrazioni popolari che molti autori, in questo caso Luigi Natoli, hanno avuto il merito di raccogliere e tramandarci con grande maestria.
A diversi mesi dall’istituzione del suo Tribunale, l’Inquisizione Spagnola non era ancora riuscita ad imbastire un processo come si deve. Nonostante le torme di spie e delatori che aveva mandato in giro per i quartieri popolari di Palermo, all’inizio era riuscita ad imprigionare e punire solo qualche mendicante con problemi mentali o qualche religioso delirante. Nessuna colpa che richiedesse clamorosi autodafé che si concludessero con spettacolari esecuzioni, come quelle che già avvenivano nelle città spagnole.
Ma era solo questione di tempo.
L’amore disperato
Mentre gli inquisitori mettevano piede a Palermo, a Siracusa viveva una bellissima ragazza ebrea di nome Lia Tunarif. Di lei si invaghì Iñigo Lopez, un giovane soldato spagnolo, anch’egli bello e di nobili origini. Subito tra i due iniziò una travolgente storia d’amore.

Tuttavia al militare era proibito innamorarsi di un’ebrea e dopo l’impeto di passione iniziale, le loro fedi contrapposte iniziarono a diventare un problema e a raffreddare i loro rapporti. Fu così, che follemente innamorata, Lia decise di convertirsi alla religione del suo amato.
Iñigo la affidò dunque alle cure di un padre domenicano perché le insegnasse la dottrina e gli usi cristiani. Di lì a breve fu battezzata con il nome di Eulalia, santa tanto cara agli spagnoli.
Purtroppo però i conti della ragazza erano sbagliati. Si era rassegnata al fatto che la sua famiglia ebrea le avrebbe voltato le spalle dopo la conversione, sperava però di crearsi una nuova famiglia, sposando l’amato Iñigo, cosa che non avvenne mai. Il soldato infatti non aveva alcuna intenzione di accasarsi con la bella Eulalia, che era per lui nient’altro che uno sfizio, così di lì a poco trovò una scusa per troncare la relazione e non farsi più vedere.
La ragazza disperata tornò a cercarlo al Castello Maniace, dove il giovane era di stanza, ma i suoi compagni le riferirono che Iñigo non era più lì. Si era trasferito a Palermo.
Eulalia era sola, senza amore e senza famiglia.
Decise che non c’era più niente per lei a Siracusa, così, venduti i suoi pochi beni, comprò un posto su una feluca diretta a Palermo.
Giunta nella capitale si mise subito alla ricerca dell’uomo che amava, chiedendo in giro dove fossero acquartierate le truppe spagnole. Dopo tre giorni alla fine lo ritrovò, all’uscita del Castello a Mare.
Lo supplicò di non abbandonarla, implorandolo di tenerla con lui anche come schiava, purché potessero stare ancora insieme, ma Iñigo non volle sentir ragioni ed infuriato andò via, lasciandola lì piangente per la strada.
Fu allora che la disperazione divenne rabbia ed Eulalia iniziò a maledire a gran voce il soldato, la sua stirpe, ed infine, il suo Dio, al quale si era dovuta convertire per un amore non corrisposto e che le era costato tutto, anche la famiglia.
La strada era affollata e tutti poterono udire chiaramente le sue parole blasfeme. In pochi secondi la povera Eulalia si ritrovò circondata da soldati che la imprigionarono e la condussero al Palazzo Reale, di fronte all’Inquisitore.
Il processo e la tragica fine

Giunta al cospetto degli inquisitori, ancora colma di rabbia, Eulalia non fece nulla per sottrarsi alle accuse che le venivano rivolte, anzi, decise che non avrebbe mai più rinnegato la propria fede. Dopo un breve processo si decise di giudicarla colpevole e di mandarla con altri rei all’autodafé.
Un lungo corteo condusse gli inquisiti, vestiti di sacco e su carri trainati da buoi, dal Palazzo dei Normanni fino alla piazza dove erano stati allestiti il palco e le tribune per le autorità. Eulalia, sulla quale pesavano le accuse più gravi, viaggiava in fondo alla processione.
Giunti alla piazza gremita di curiosi, gli accusati, chiamati uno per volta, venivano condotti sotto il pulpito per ascoltare la sentenza che li riguardava. Quasi sempre si trattava di pene minori, comminate in seguito ad un pentimento, tipicamente una breve detenzione o una condanna al remo. Ma per Eulalia era diverso.
Di fronte al suo rifiuto di abiurare e alle gravi accuse che le pesavano sul capo (bestemmia, sacrilegio, rinnegazione della fede, perversione demoniaca e ostinazione nella colpa), il tribunale ebbe finalmente l’occasione che aspettava. Eulalia fu affidata al braccio secolare perché ne eseguisse la pena capitale (visto che tecnicamente l’Inquisizione non poteva eseguire le sentenze di morte).
Portata a piazza Marina, dove era stato allestito il rogo, i frati che l’accompagnavano la esortarono più volte a pentirsi, per salvare almeno la sua anima, ma Eulalia si rifiutò, chiedendo solo di riportare un pizzico delle sue ceneri a don Iñigo Lopez.
Dopo un breve rituale e la lettura di alcune formule la ragazza fu legata al palo in cima ad una catasta di legna, che fu presto accesa, offrendo il macabro spettacolo alla folla atterrita. La vista di quella fanciulla giovane e bella che veniva consumata dalle alte fiamme, fu solo la prima di una lunga serie di atrocità alle quali il popolo palermitano avrebbe assistito negli anni a venire.
Fu così che venne inaugurata una delle pratiche più atroci perpetrate nella nostra terra, che faremmo bene a non dimenticare mai.
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Fonti: L. Natoli – Storie e leggende di Sicilia
Wikipedia.org – Inquisizione Spagnola