Lo scandaloso mercato delle indulgenze di Palermo

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Come i libri di storia ci insegnano, la vendita delle indulgenze è stata a lungo un’importante fonte di reddito per il Vaticano, che soprattutto nel XVI secolo ne ha fatto un vero e proprio business, scatenando tra l’altro il disappunto di una parte della cristianità che, dietro agli ideali di Martin Lutero, avrebbe poi portato all’importante scisma noto come Riforma Protestante.

Cosa è un’indulgenza?

Per chi non lo sapesse, il termine “indulgenza” indica la possibilità di evitare la pena meritata per i peccati commessi (anche quelli veniali!), attingendo al “tesoro dei meriti” accumulati da Cristo e dai Santi. La confessione sacramentale rimetteva la colpa, l’indulgenza le pena. Per intercessione della chiesa, nella figura del papa, questo perdono che inizialmente veniva elargito gratuitamente, bastava una pia pratica o un’elemosina a pii istituti o per il culto, nel corso del tempo cambiò radicalmente la prassi: così, dalle offerte spontanee si passò alla richiesta di donazioni e infine a vere e proprie tariffe.

Verso il 1500, divenne comune acquistare le indulgenze per se stessi o per i propri defunti sperando di accelerare il passaggio dei propri cari dal Purgatorio al Paradiso, risparmiando loro un non precisato numero di anni da scontare il quel “carcere spirituale”.
Era naturale che da lì a poco gli abusi divenissero ordinari e le finalità religiose e spirituali dei fedeli, in molti casi diventassero secondarie rispetto alle esigenze finanziarie di alcuni enti ecclesiastici.

Clamorosa fu la predicazione dell’indulgenza per la costruzione di San Pietro nei primi anni del ‘500, che scatenò la rimostranza di Martin Lutero in Sassonia e da lì, a catena, il movimento teologico che avrebbe aperto la porta alla Riforma protestante.

Come funzionava il “sistema” delle indulgenze

La pratica consisteva nel rilascio di certificati ufficiali (redatti da notai e validati dalla bolla papale) che valevano lo sconto delle penitenze legate ai peccati. Queste indulgenze, che potevano essere plenarie o parziali, venivano date ai fedeli in cambio di un sincero pentimento suggellato da donazioni o opere in favore di un istituto religioso.

Con il passare degli anni, l’intero sistema innescò un complesso circuito economico simile a quello degli odierni valori bollati. Venne stabilito un tariffario per le indulgenze, che venivano così stampate in massa e distribuite a vari enti religiosi che fungevano da veri e propri concessionari. I ricavi venivano quindi raccolti ed utilizzati poi dal papato per finanziare determinate opere.

La compravendita di questi “certificati di perdono” era diffusissima. Le chiese ed i conventi inviavano dei loro emissari, detti quaestores, che andavano addirittura di casa in casa per vendere le indulgenze, instillando spesso l’idea che essendo tutti peccatori, chi non avesse aderito a questa pratica non era considerabile un buon cristiano.

Come in tutti i territori abitati da un popolo di fede cristiana, anche in Sicilia e a Palermo non mancarono questi scandalosi episodi, che traevano vantaggio dalla devozione (e talvolta dall’ignoranza) della povera gente.

La vendita delle indulgenze a Palermo

Come detto, il fenomeno della vendita delle indulgenze era abbastanza diffuso in tutto il mondo cristiano, e Palermo non era da meno.
Nello specifico, oltre ai tantissimi episodi di cui storicamente abbiamo perso le tracce, è giunto fino a noi un atto notarile del 1556 estremamente specifico, stilato appunto per regolamentare il prezzo e i diritti di distribuzione di un pacchetto di indulgenze da “smerciare” nella nostra città.

I contraenti di questo accordo erano due emissari del viceré di Sicilia Juan de Vega, il procuratore del Generale dell’Ordine di Santa Maria della mercé Consalvo Cespedes, e un mercante catalano, tale Dimas Urgell. Quest’ultimo aveva il compito di coordinare e finanziare le operazioni di vendita, il religioso deteneva i diritti per l’applicazione delle bolle papali, mentre gli emissari del viceré, che in Sicilia ricopriva anche il compito di Legato Apostolico, dovevano presiedere e avallare l’accordo, garantendo una sorta di nullaosta, naturalmente in cambio di un lauto compenso.

Il contratto stabiliva la ripartizione di quasi 50.000 indulgenze, dal valore nominale di 1,15 tarì ciascuna. Al mercante ne sarebbero toccate 15.390, per un valore di 897 onze, all’Ordine dei Mercedari 19.988, dal valore di 1165 onze, infine al viceré spettavano le rimanenti 14.052 bolle, per un valore di 819 onze.

Tale operazione commerciale avrebbe fruttato un totale di 2881 onze, una piccola fortuna che ufficialmente sarebbe stata utilizzata per il riscatto di alcuni prigionieri cristiani catturati dai musulmani.

Nell’accordo notarile erano anche stabilite le condizioni di vendita e distribuzione. Le indulgenze sarebbero state affidate a dei commissari (regolarmente stipendiati) che avevano il compito di coordinare le squadre di predicatori (i cosiddetti quaestores). Questi ultimi erano degli agenti di vendita a tutti gli effetti. Andavano in giro per le strade e per le case, utilizzando ogni leva per convincere la gente che le indulgenze fossero l’unico mezzo per evitare la dannazione eterna o una lunga permanenza in purgatorio, per sé e per i propri cari, anche se già defunti.

I predicatori erano estremamente motivati, visto che erano pagati a provvigione. 4 grani per ogni certificato venduto.

Oggi tutto questo sistema di mera commercializzazione religiosa, stupisce non poco, visto che secondo i canoni moderni il tutto è inquadrabile come una scandalosa truffa. Evidentemente in quegli anni la percezione doveva essere molto diversa, in una società in cui l’influenza della Chiesa era molto potente, tanto da trasformare in verità qualunque panzana, almeno agli occhi del popolo.

Samuele Schirò

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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