La fontana Ninfeo di villa Campofiorito-Trabia

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Villa Campofiorito-Trabia con il suo magnifico Ninfeo sorge, immersa in un fitto agrumeto di più di quattro ettari, nella borgata di Santa Maria di Gesù, antica località nell’estrema periferia a sud-est della città.
Fu conosciuta in passato anche come “Villa del Ricevitore” perché edificata per volontà di Carlo Riggio e Saladino, dei principi di Campofiorito e di Aci, “Gran Balì e Ricevitore del Sacro Ordine dei Cavalieri di Malta di Palermo” nei primi decenni del XVIII secolo (con tale nome la menziona lo scrittore Luigi Natoli nella sua opera Coriolano della Floresta). La villa fu costruita per essere residenza estiva dei Riggio di Campofiorito.

 

L’edificio
A pianta rettangolare e linee semplici, si sviluppa su due elevazioni.
Dal punto di vista architettonico, non presenta tuttavia elementi di rilevanza (l’unico elemento di pregio sono i soffitti del piano nobile con decorazioni a stucco a motivi floreali). Diverso discorso vale per l’annessa Fontana- Ninfeo considerato uno dei più raffinati ed eleganti esempi dell’architettura in stile Rococò della Sicilia.
Questa straordinaria opera dalla bellezza che stupisce, intrisa di erudizione e concettismo, viene attribuita tradizionalmente a Don Paolo Amato di Ciminna, figura autorevole dell’architettura palermitana del tempo, (recenti ricerche e nuove acquisizioni di materiale documentario sembrano confermare tale ipotesi), che per circa quarant’anni ricoprì la carica di architetto del senato cittadino.
Avvalorano questa tesi soprattutto le comparazioni con altre opere dello stesso periodo sicuramente attribuite al celebre architetto.

 

La fontana
Si presenta come uno scenografico e sontuoso apparato scultoreo formato da un monumentale arco trionfale (che probabilmente intendeva celebrare la committenza) posto centralmente e sormontato dalle armi di casa Riggio, a cui si affiancano lateralmente due archi complementari di più piccole dimensioni, fiancheggiati da colonne tortili avvolte da tralci di vite e sormontati da una balaustra in pietra.
Rivestito da una grande profusione di decori floreali realizzati con i più diversi materiali (ostriche e conchiglie marine, ardesia, scaglie di ossidiana ecc.), il tutto ingentilito da piccoli affreschi.
Ma è al centro che troviamo il fulcro di tutta la composizione: il “Carro di Venere”.
Esso è composto da una grande conchiglia capovolta montata su due ruote trainato da tre cavalli marini in marmo grigio di Billiemi guidati da un auriga, statua oggi non più presente nella composizione ( ma conservata, in frammenti, dagli attuali proprietari della villa).
Una grande foglia d’acanto in muratura costituisce la spalliera del carro.
Dietro il “Cocchio di Venere” una rupe artificiale costituita da tanti stalattiti, culminante nel punto dal quale, un tempo, sgorgavano numerose cascatelle d’acqua che scendendo giù per gradini ottenuti con delle lastre di ardesia poste di taglio, si riversavano, attraverso le bocche dei tre cavalli, nella vasca di raccolta delle acque antistante il carro, delimitata anch’essa da un bordo in pietra di Billiemi.

La scenografica fontana che, negli anni cinquanta del secolo scorso sembra sia stata lo sfondo di un servizio fotografico effettuato dalla rivista americana “Vogue”, purtroppo oggi versa in condizioni di forte degrado ( ma pur nell’incuria conserva un fascino particolare), necessita di un impegnativo progetto di recupero, invocato da anni dagli attuali proprietari ( che le istituzioni continuano colpevolmente ad ignorare), i fratelli Lo Giudice, componenti di una famiglia che per diverse generazioni aveva amministrato, come mezzadri, la grande tenuta per conto dei Lanza Branciforte principi di Trabia che l’avevano acquisita per via dotale dai Riggio di Campofiorito.
A più riprese i Lo Giudice hanno provato a vendere la tenuta, dove però esiste un vincolo monumentale della Sovrintendenza ai Beni Culturali sulla fontana, e un altro vincolo sull’area agricola, che di fatto, come è facile immaginare, scoraggiano gli eventuali acquirenti.
Nel frattempo l’opera va in malora e nessuno si occupa di salvaguardare questo meraviglioso gioiello. Il problema di oggi è quindi quello di salvare questo gioiello di siffatta importanza storica e architettonica: è arrivato il momento ( dopo che tanti appelli in merito sono rimasti, purtroppo, finora inascoltati) che le istituzioni intervengano in maniera seria per scongiurare che un monumento di tale importanza e pregio possa cadere nell’oblio o finire nelle mani sbagliate, o peggio ancora, abbandonata al proprio destino.

Da qualche parte ho letto che, “i monumenti sono il simbolo della cultura che li ha prodotti”. Ebbene, guardando oggi il Ninfeo di villa Campofiorito mi chiedo: di quale cultura parliamo? Della cultura dell’incuria? Della cultura che mortifica la propria identità culturale? Della cultura dell’incoerenza che dimentica il passato?
Considerato l’altissimo valore culturale del manufatto, bisogna trovare immediatamente le risorse, elaborare un progetto e realizzare prima possibile il restauro di questo pezzo pregiato del nostro patrimonio artistico-architettonico. Questo è il compito delle istituzioni; ed evitiamo ulteriori commenti!

Foto: http://www.ilportaledelsud.org/villatrabia.htm

Nicola Stanzione.

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Nicola Stanzione
Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

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