L’ Edicola della Fonte dell’Averinga

Una piccola costruzione cinquecentesca ubicata nella parte bassa dell'attuale borgata di "Colonna Rotta", a poche centinaia di metri dal Palazzo Reale e dalla Cattedrale

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Oggi vi voglio portare, cari amici lettori di “Palermoviva”, a scoprire la storia di un luogo di
notevole importanza storico-culturale, ma purtroppo quasi sconosciuto ai palermitani, al punto che quando qualche giorno fa, recatomi in loco per fare alcune foto, non mi sono meravigliato affatto che un abitante di una casa vicinissima a questo luogo mi chiese “ma che cosa era questo edificio? Mi riferisco “all’Edicola dell’Averinga” una piccola costruzione cinquecentesca ubicata nella parte bassa dell’attuale borgata di “Colonna Rotta“, a poche centinaia di metri dal Palazzo Reale e dalla Cattedrale, che fra le numerosissime testimonianze storiche presenti tutt’oggi nel territorio palermitano, sembra essere fra quelle più trascutate dai cittadini palermitani, compreso gli studiosi.

La Storia

Raccontano le cronache che nel 1587, essendo vicerè di Sicilia Don Diego de Guzman conte di Albadelista, l’allora Pretore della città Andrea Salazar, con il contributo economico di due
aristocratiche famiglie palermitane, i La Grua e gli Alliata, fece raccogliere le copiose acque
della fonte dell'”Averinga”, che scorgava a cielo aperto nei giardini appartenenti ai Giacona
duchi di Sorrentino, all’interno di una “capiente vasca interrata” e, allo scopo di proteggerle e tutelarne la salubrità, vi fece erigere attorno “un’edicola”, un corpo di fabbrica di semplice
impianto rettangolare, realizzato con muratura di conci di pietra calcarea di varia pezzatura,
dalle linee mirabilmente severe.
A memoria dell’evento il Pretore vi fece affiggere una targa marmorea, oggi conservata nella sacrestia della chiesa di San Giovanni alla Guilla: la lapide riporta inciso questo “distico” dell’illustre poeta monrealese Antonio Veneziano, incaricato dal senato della città a dettare le iscrizioni senatoriali per le opere pubbliche: -“Me Nilus genuit, nome fecere Papyri; quae fueram unda salo, sum modo limpha solo-Antonii Venetiano distycon” (Vengo generato dal Nilo e prendo il nome dal papiro ed io, che ero onda del mare, ora sono corso d’acqua terrestre). Tale sorgente era nota fin da tempi molto remoti: il nobiluomo Vincenzo Di Giovanni nel suo “Del Palermo restaurato” riferisce che in epoca araba (gli arabi erano maestri nella gestione delle acque), la fonte era denominata “Ayn Rutah” da cui derivò l’omonima “Bab-al Rutah (Porta Rota) edificata nel 948 dall’emiro della dinastia kalbita al Hasan-bin-Alì-al Husan. Essa si trovava in prossimità del limite nord-occidentale della città, nell’antica contrada oggi detta dei “Danisinni”, toponimo che deriva con tutta probabilità dalla corruzione dell’arabo Ayn-abi-Said (la fonte di Abu Said) dal nome del Walì (governatore) fatimide Abu Said Musa Ibn Ahmad che agli inizi del X sec. reggeva il governo della città di Balarmu. Per quanto riguarda l’attuale denominazione di “Averinga”, le fonti che abbiamo a disposizione non fanno molta chiarezza; tante ipotesi sono state avanzate dagli storici riguardo l’origine del toponimo, dal marchese di Villabianca, al Morso, allo stesso Di Giovanni, all’Inveges, tutte più o meno attendibili: la tesi che sembrerebbe più plausibile è anche la più condivisa dagli studiosi, è quella che l’etimo di tale denominazione sarebbe la corruzione dell’arabo antico “Haverlaig”, fonte che svanisce e perisce, o da “Hainberling”, fonte che come un pozzo, sprofonda nello stesso luogo dove sorge.
Già verso la metà del cinquecento, sotto il governo del vicerè Juan de Vega quando, per
delibera del senato palermitano e del suo pretore il ben noto don Cesare Lanza si iniziarono i primi lavori di bonifica delle malsane paludi del Papireto, le acque di tale sorgente vennero
raccolte in una sorta di “serbatoio” circondato da travertino sulla cui parete laterale, anche in questo caso, fu affissa una lapide commemorativa.
Le acque dell’Averinga, si versavano nel fiume Papireto, prima che il corso d’acqua fosse
definitivamente incanalato ed interrato. Esse alimentavano, attraverso un sistema di
canalizzazioni sotterranee che attraversavano la città, alcune fra le più importanti fontane della città: le fontane della Guilla, di Santa Ninfa, di Santa Caterina, del Garraffo (la sorgente era chiamata anche “testa del Garraffo”) e, probabilmente, come ipotizzato recentemente da alcuni studiosi, anche le due fontane di Piazza San Francesco d’Assisi. Inoltre le acque della fonte venivano sfruttate a beneficio della comunità per usi civici ed irrigui (servivano ad approvvigionare diverse abitazioni private, animare alcuni mulini e ad irrigare orti e giardini, fatto determinante per lo sviluppo agricolo della zona). A testimonianza dell’importanza che la fonte rivestiva per gli abitanti della contrada e delle zone circostanti, a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, accanto all’edicola, fu edificata una chiesetta rurale a spese degli abitanti della borgata.
La piccola chiesa, che divenne ben presto meta di pellegrinaggio per gli agricoltori dei dintorni, fu intitolata “Madonna delle Grazie l’Averinga”. Oggi, dell’edificio religioso non rimane più nulla.

Porta- fonte dell'AveringaLo storico edificio

Abbandonata all’incuria e in balia di vandalismi per tantissimo tempo, l’edicola dell’Averinga, oltre ad avere subito nel tempo pesanti manomissioni, è stata adibita dai proprietari, spesso abusivi che si sono succeduti nelle varie epoche, agli usi più disparati (fu usata come stalla, magazzino, cantina, garage, falegnameria ecc.).
Però malgrado il totale disfacimento e il degrado attuale, che certamente rendono difficile una precisa lettura del manufatto, è possibile ancora oggi notare alcune vestigia dell’antica struttura, come alcuni (per quel tanto che ne resta) pregevoli elementi architettonici.
Esternamente l’edificio presenta, nel prospetto principale, un portale architravato cinquecentesco in pietra che mostra elementi molto simili ad un portale esistente nel cortile del castello di Carini (i La Grua erano signori di Carini) che inquadrava il portone d’ingresso
dell’edificio.
Nella parete muraria del fronte nord-orientale, invece, si potevano ammirare fino a non molto tempo fa, i resti di una finestra (trifora) che presentava i connotati dell’architettura
gotico-catalana, dove era possibile notare ancora gli stipiti in pietra da intaglio, che, assieme ad un’altra apertura, dava luce all’unico ambiente dell’edificio. Fino agli anni settanta del secolo scorso questa trifora conservava, ancora in ottimo stato, le colonnine con capitelli in marmo bianco finemente lavorati che recavano i simboli araldici delle famiglie Alliata e La Grua; adesso nulla rimane, le colonnine sono state divelte e trafugate (recentemente una delle colonnine è stata ritrovata) e la finestra è stata totalmente trasformata. Da fonti antiche sappiamo, inoltre, che era presente anche una marmorea “aquila senatoria”. All’angolo destro del prospetto meridionale si può notare la sporgenza di un semipilastro in pietra di forma ottagonale con tanto di capitello. Da questo superstite elemento architettonico, secondo quanto scritto dallo storico palermitano Nino Basile, sembra possibile, ma i dubbi sono tanti, avallare l’ipotesi che, in origine, l’accesso all’edicola fosse preceduto da un portico.
All’interno dell’originaria costruzione restano, seppure molto degradati, i portali di ingresso e uscita delle acque con stipiti in pietra. Sono ancora visibili, inoltre, degli incavi dove erano
collocati dei magnifici rosoni in maiolica smaltata di vari colori. Uno di questi rosoni, insieme a delle mattonelle che rivestivano l’intonaco, fu riscontrato dal professor Enrico Salemi nel 1882. Il professor Salemi, “riscoprì” l’Edicola dell’Averinga di cui cui si era incredibilmente persa la memoria. Egli, autorevole studioso ed esperto dei monumenti palermitani nonché socio della “Società Siciliana di Storia Patria” studiò a fondo la storia e le caratteristiche edilizie dell’edificio.
Tuttavia egli ritenne che in origine l’edicola dell’Averinga altro non era che una sala da bagno. Tale interpretazione, ovviamente errata, generò credenze popolari che si radicarono talmente tanto nella memoria degli abitanti della borgata che fino a non molto tempo fa alcuni continuavano a chiamare il luogo ” bagni della Regina”.
Attualmente l’edificio, di proprietà di un privato, versa, come accennato prima, in uno stato di totale abbandono e di estremo degrado che rispecchia il contesto in cui la fabbrica viene a trovarsi. Praticamente è impossibile tentare un recupero dell’antico manufatto che si trova in totale fatiscenza.
E’ angosciante vedere come frammenti di storia della città si dissolvono fra l’indifferenza di tutti.
Ma sembra che ormai Palermo abbia perduto il suo rapporto con la storia.
Si parla tanto di identità culturale ma questa, si deve fondare, soprattutto, sul rispetto del nostro patrimonio storico e della memoria del passato………..ma la cultura non è tale, se “dimentica il passato”.

Nicola Stanzione

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Nicola Stanzione
Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

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