Inglobata nel tessuto urbanistico della città, la Porta di Vicari, anche nota come Porta Sant’Antonino, è lo sbocco della via Maqueda dalla parte della Stazione Centrale di Palermo: a guardarla non sembra sia una delle antiche porte di Palermo. E invece, è un importante monumento che riflette gli eventi storici che hanno plasmato l’evoluzione urbanistica e architettonica della città.
L’architettura delle porte palermitane si è infatti adattata ai bisogni e ai gusti delle diverse epoche, passando dalla semplice arcata a tutto sesto del periodo punico, all’arco acuto smussato tipico dell’era arabo-normanna, fino alle forme più monumentali e decorative del Rinascimento e dei periodi successivi, quando la funzione difensiva delle porte divenne meno rilevante.
La Porta di Vicari, ha seguito più o meno la stessa evoluzione.
La nascita di Porta di Vicari nel 1600
La Porta di Vicari nacque nel XVII secolo, in concomitanza con lo sviluppo urbanistico della città e la realizzazione della via Maqueda. Nel 1600, la costruzione di questa nuova
arteria stradale rese necessaria l’apertura di due nuovi varchi nelle mura: Porta Maqueda verso Nord e Porta di Vicari che si apriva verso la campagna meridionale. Quest’ultima fu ricavata sotto un baluardo esistente, assumendo la forma di una breve galleria tra i bastioni di Porta di Termini e Porta Sant’Agata.
La porta era composta da due prospetti, uno interno e uno esterno, collegati da una volta spessa quanto il baluardo. In origine, si era pensato di intitolarla “Porta Manriquez“, in onore della viceregina Donna Luisa Manriquez, moglie del Viceré Duca di Maqueda, ma, alla fine, prevalse la dedica a Francesco del Bosco, conte di Vicari, allora pretore della città.
La porta si presentava piuttosto semplice, un fornice con sole due lapidi a marcare l’apertura, una verso l’interno della via Maqueda e l’altra verso i giardini dell’esterno.
Da Porta di Vicari a Porta di Sant’Antonino
Dopo la costruzione del convento di Sant’Antonino nel 1630, Porta di Vicari iniziò ad essere chiamata anche “Porta di Sant’Antonino” per la sua vicinanza alla chiesa omonima. Questa doppia denominazione persiste ancora oggi.
Nel 1637, il viceré Don Luigi Moncada, duca di Montalto, in un clima di rinnovo urbanistico della città, venendo meno la necessità dei fossati, lungo il lato meridionale della cortina muraria fece costruire una strada che collegava il convento di Sant’Antonino con la contrada di Sant’Erasmo (l’odierna via Lincoln): una bella via alberata che prese il nome di Stradone di Alcalà, in onore del viceré. In questa occasione, la porta fu restaurata, pur mantenendo sostanzialmente le sue linee architettoniche originarie. Per commemorare l’intervento, all’interno della volta fu collocata una lapide marmorea con un’iscrizione.
Gli abbellimenti del Settecento
Nella politica di rinnovamento architettonico della città, avvenuto nel XVIII secolo, anche Porta di Vicari subì significativi interventi di abbellimento.
Nel 1716, su iniziativa del pretore Don Ferdinando Gravina, principe di Palagonia, la parte esterna della porta venne rimodellata secondo il progetto dell’architetto cittadino Andrea Palma. Questo intervento segnò un passaggio da uno stile semplice e funzionale a un’estetica più ricercata, pur mantenendo alcuni elementi rinascimentali.
L’arco della porta era inquadrato da due lesene contrapposte, chiuse da un frontone curvilineo interrotto. In questo spazio era inserita un’aquila dallo spiccato effetto plastico e chiaroscurale. Gli elementi decorativi interni richiamavano quelli di altre porte cittadine, come Porta Nuova e Porta dei Greci.
Nel 1778, anche la parte interna della porta venne ornata su iniziativa del pretore marchese di Regalmici.
La ricostruzione neoclassica del 1789

Nel 1789, Porta di Vicari a Palermo subì una radicale ristrutturazione in stile neoclassico. Fu demolita la parte del baluardo che ospitava l’antica porta per cui fu necessario costruirne una nuova, spostata più avanti rispetto alla precedente, per allinearla alle costruzioni che erano state edificate nel frattempo lungo le mura cittadine. Il progetto fu curato dall’architetto del Senato, Pietro Ranieri.
La nuova porta, che è quella ancora esistente, è più ampia della precedente e presenta una struttura bipartita, simile a quella adottata per Porta Felice. Caratteristiche salienti sono la bella balaustra con eleganti colonnine, sormontata da un fregio dorico, e le colonne a dischi di stile tuscanico che sorreggono l’insieme. Su ciascun lato della porta furono collocate fontane decorate con sculture allegoriche, originariamente destinate alla Porta Reale.
La porta di Vicari come si presenta oggi
Dopo il 1860, Palermo continuò a espandersi urbanisticamente, trasformando l’area attorno a Porta di Vicari. La parte di bastione rimasta dopo i lavori del 1789 fu inglobata nelle costruzioni private e poi completamente demolita per creare l’ingresso su via Roma, di fronte alla stazione ferroviaria.
La Porta di Vicari (o Sant’Antonino) che conosciamo oggi è quella ricostruita nel 1789, in posizione più avanzata rispetto all’originale. È un elegante esempio di stile neoclassico, con i suoi due piloni, la balaustra, il fregio, le colonne e le fontane laterali. Sebbene abbia perso appeal nei palermitani che la attraversano con indifferenza, senza conoscerne la storia, la Porta di Vicari rappresenta l’evoluzione delle porte urbane della città nel corso dei secoli e meriterebbe più attenzione.

Una curiosità
A completare l’assetto architettonico di questa parte della città extra moenia, di fronte alla porta di Vicari, nello spazio davanti alla chiesa di Sant’Antonino, nel 1635 era stato costruito un complesso monumentale con un sedile semicircolare, statue e una fontana progettata da Vincenzo La Barbera. Tuttavia, questo fu distrutto intorno al 1873 a causa dello sviluppo urbano verso sud. La fontana fu spostata in piazza Alberico Gentile, mentre le statue vennero collocate nel convento di Sant’Antonino.
Saverio Schirò