Palermo 1737: Il “Bando delle teste”, una curiosa legge contro la criminalità

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Correva l’anno 1737 quando Carlo di Borbone, che due anni prima era stato incoronato nella cattedrale di Palermo Re di Napoli e di Sicilia (rex utriusque Siciliae), inviava a Palermo, come viceré e capitano generale di Sicilia, Bartolomeo Corsini Principe di Sismano, esponente di una delle più nobili famiglie fiorentine e nipote dell’allora papa Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini.

Naturalmente questa parentela influì pesantemente nella decisione del Borbone di affidare la dignità vicereale al principe di Sismano, anche se la scelta non fu fatta soltanto in virtù di essa. Infatti, il Corsini, era un politico di notevole esperienza e un abile diplomatico, tra l’altro, molto vicino al segretario di Giustizia poi primo ministro del Regno Bernardo Tanucci. Si deve riconoscere, inoltre, che almeno nei primi anni del suo governo, operò abbastanza bene e si rese gradito ai siciliani che ne apprezzarono la diplomazia e la saggezza delle sue misure (prova ne è il fatto, che il suo “ufficio” fu più volte prorogato su istanza del parlamento siciliano e con il beneplacito del monarca).
Il nuovo viceré, subito dopo aver preso possesso della carica, manifestò la sua ferma intenzione di prendere provvedimenti per tentare di risolvere i problemi di sicurezza e di ordine pubblico, allora vera piaga della società siciliana.

Bartolomeo Corsini

La criminalità nella Sicilia del 1700

A quei tempi, infatti, tutto il regno era infestato da banditi, “scorridori di campagna” e “fuorusciti” che, sprezzanti dell’autorità e delle leggi, sfuggivano la giustizia e seminavano il terrore fra la popolazione.
Grosse bande operavano in tutta l’isola e la loro temerarietà era tale che quasi giornalmente giungevano al Corsini, notizie di oltraggi alle persone e di “atrocissimi delitti” perpetrati da manutengoli e assassini che “commettevano quotidianamente eccessi da disonorare la natura umana”.

D’altra parte, bisogna ricordare che in Sicilia la questione della sicurezza pubblica era un male endemico: a tal proposito possiamo citare cosa scriveva circa un secolo e mezzo prima, attorno al 1585-86, il notaio palermitano Argisto Giuffredi: parole che sintetizzano esaustivamente quel che era il contesto sociale e culturale della Sicilia di allora.
Egli, uomo saggio, aveva addirittura sconsigliato ai propri figli l’acquisto di beni fuori Palermo, e così scriveva:

“perché son pericolosi, e nello andarvi possono succedervi mille disgrazie o di fuorusciti o d’altra sorte ladri o di nemici… e sepur aveste a ir fuora o poresso o lontano, andatevi sempre armati e in ordine, come se doveste scontrar fuorusciti di certo”             

Per fronteggiare una situazione preoccupante e cercare di stabilire l’ordine nell’isola, sempre più in preda alla delinquenza e al terrore, il principe Corsini, avendo ricevuto libertà d’azione da parte del sovrano, introdusse, anzi “ripropose” il cosiddetto “bando delle teste“: d’altro canto i viceré erano i titolari delle massime funzioni di governo e giurisdizionali, compreso una parte del potere legislativo e solevano emettere spesso queste “Pragmaticae”, che avevano la stessa forza di una legge. 

Come in altre occasioni, il Real ordine – emanato dalla cancelleria viceregia – venne notificato per mezzo del pubblico banditoree sotto forma di fogli volanti e manifesti, affissi nelle principali piazze delle città siciliane, perché venisse a “notizia di tutti”.   

Ma, quali erano le disposizioni dettate dal “Bando delle Teste”?

A dirla sinteticamente, si trattava di un’istituzione molto ambigua, un “ignominioso” contratto che consisteva nel concedere il condono dei passati misfatti a quel delinquente che, in qualunque parte del regno, uccideva o consegnasse vivo un delinquente “maggiore di lui”.
Un modo per voler rimediare a un male maggiore contrapponendogli un male minore e rendere lecito l’illecito: un disgustoso sistema che addirittura gratificava criminali che, normalmente, avrebbero meritato solo la forca.

Un simile esercizio della giustizia si era già sperimentato e con buoni risultati un secolo prima, quando il principe di Paternò Francesco Moncada, nominato vicario generale con ampi poteri dal viceré de Guzman conte di Olivares, scese in campo per mettere fine alle scorrerie del bandito Gian Giorgio Lancia, un delinquente che comandava una masnada di circa duecento uomini che spadroneggiavano da tempo nel Valdemone.

Il principe di Paternò ottenne dall’Olivares la concessione dell’amnistia per tutti i reati commessi in precedenza, a chiunque avesse consegnato vivo o morto un affiliato a quella banda di pubblici malfattori. Il Lancia, tradito e braccato inesorabilmente dal principe che assoldò allora molta gente armata, fu costretto a fuggire a Napoli dove fu presto catturato e inviato a Messina per essere giustiziato, mentre la sua banda veniva completamente sgominata e i componenti tutti torturati e condannati alla forca.   

Esaminiamo adesso i particolari del bando vicereale.

Esso iniziava con la concessione a “qualsiasi bandito o Discorsore di campagna o Delinquente il quale ammazzerà o prenderà vivo qualsivoglia bandito fuorgiudicato o Discorsore di campagna il quale sia maggior delinquente, s’intende che sia ipso jure et ipso facto di tutti e qualsivoglia delitti eccettuati gl’infrascritti, ecc.”.   
Bisogna sottolineare che non tutti i rei potevano beneficiare dell’indulto, infatti, gli imputati di delitti considerati “gravissimi” quali quelli di “lesa Maestà Divina vel Umana e falsa moneta, de falso, de nefando, de assassino (ovviamente quello del delinquente maggiore non contava) de velenazione et de omicidio proditorio fatto sotto pretesto d’amicizia, nonché i colpevoli di qualsivoglia delitto che avessero commesso come ufficiali sub pretesto officii, stabiliva il bando, che non avrebbero potuto ”beneficiare della paterna sovrana benevolenza. Erano esclusi dal beneficio anche coloro che fossero giudicandi o giudicati dal tribunale ecclesiastico.

Da notare che non veniva stabilita – forse non casualmente – la graduatoria per ciò che riguardava la “classificazione” dei reati, cioè quali erano i delitti maggiori e quali quelli minori e, chi i delinquenti maggiori e i minori, essendo questo a totale discrezione di S.E. che, al tempo stesso, si riservava a suo esclusivo arbitrio, di decidere in merito alle pene da infliggere.

Il bando concedeva, altresì, che il beneficiario potesse “girare” il beneficio, evidentemente nel caso non avesse al momento carichi pendenti, ad un altro soggetto, perché fosse a costui concesso l’indulto. Tutto questo con la garanzia – sub Verbo Regio e bona fede – come dire, parola di Re.

Ma c’era di più: nel caso che l’assassino avesse preso vivo, o morto più di un delinquente maggiore, aveva la facoltà di nominare altri banditi a cui S.E. avrebbe garantito lo stesso trattamento spettante ai loro “danti causa”, permettendo contestualmente che questi ultimi si facessero pagare un compenso dagli “aventi causa”, ossia i delinquenti “minori” da loro nominati.
Inoltre, se il delinquente ucciso fosse stato un “semplice” bandito, cioè nè un discorsore di campagna, nè un fuor giudicato, il diritto di preda su denaro, vestiti e cavalli spettava a colui che l’avesse ucciso o preso, a condizione che se i cavalli fossero stati rubati costui avrebbe dovuto pagare ai legittimi proprietari – se rintracciati – almeno la metà del valore degli animali.
Il diritto di preda, anche se con modalità leggermente diverse, veniva riconosciuto anche ai Capitani d’armi e agli Ufficiali regi (i quali però, spesso pescavano nel torbido).

I pubblici ufficiali che avessero arrestato o ucciso dei criminali rei di gravi delitti godevano della possibilità di avere riconosciuti le stesse prerogative dei cosiddetti “delinquenti minori”. In questi casi, era il viceré che si riservava la facoltà di concedere, come misura premiale, il diritto di “vendita delle teste”.

Il bando concludeva precisando che, la concessione del beneficio valeva solo per cinque anni e, comunque, veniva concesso a condizione che il beneficiario non risiedesse e non si avvicinasse a meno di dieci miglia, circa, dalla città e dalle terre dove risiedeva il viceré, nei villaggi e nei luoghi dove aveva commesso dei delitti e dove abitavano eventuali suoi accusatori.

I risultati del “Bando delle Teste”

Inutile dire che l’istituzione del bando delle teste del principe Corsini, come altri bandi simili emanati da alcuni suoi predecessori, non sortì risultati apprezzabili.
Gli effetti repressivi del bando furono molto limitati e non si risolse il problema del quieto vivere dei cittadini del Regno.
Emanato, infatti, con l’intento di combattere la criminalità e porre un freno alla delinquenza, tale istituto, dette origine ad una vera e propria “compra-vendita di teste”, un odioso “business” che scatenò gli appetiti di malviventi senza scrupoli e, di conseguenza, finì per generare ulteriore spargimento di sangue: con grave danno ovviamente per l’ordine pubblico e per una retta amministrazione della Giustizia.

Dopo dieci anni, nel 1747, il principe Bartolomeo Corsini lasciò l’isola per tornare a Napoli, ma per quel che riguardava la sicurezza degli onesti “regnicoli”, anche se il suo bando era severo e in quegli anni la giustizia gravò la mano su molti criminali, poco o nulla era cambiato.

Possiamo concludere affermando che questi “provvedimenti” (il bando del 1737 fu forse l’ultimo del medesimo tenore), finivano per essere pura illusione in una terra così “difficile” e con la storia così tribolata come quella della nostra isola.

Da allora molto è cambiato, ma la Sicilia resta una terra difficile, bella ma difficile…in tutti i sensi.

Nicola Stanzione

FONTI: Chiacchiere e fatti nella Sicilia che fu: Roberto Volpes.

Soggetti, Istituzioni, Potere: Edizioni Palumbo

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Nicola Stanzione
Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

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