La vita della gente comune nella Sicilia di un tempo

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La vita della gente comune nella Sicilia di un tempo era caratterizzata da estrema povertà, lavoro duro e precarie condizioni di vita. La società era fortemente gerarchica, con una piccola élite di nobili e latifondisti che deteneva la maggior parte della ricchezza e del potere, mentre la stragrande maggioranza della popolazione viveva in condizioni difficili.

L’aspetto più triste di queste condizioni di vita è il riconoscere che è rimasto sorprendentemente invariato nel corso dei secoli, addirittura peggiorato per una certa fascia di persone, mantenendosi precarie fino al secondo dopoguerra. 

La vita della gente comune in campagna 

vita della gente comune in campagna
Vita di Contadini foto Depositphotos

Prima della rivoluzione industriale, che in Sicilia è arrivata in forte ritardo rispetto a molti stati europei, l’agricoltura era la principale attività economica. In Sicilia si producevano grano, cereali, agrumi, uva e olio d’oliva. I contadini lavoravano lunghe ore, “da stidda a stidda”, si diceva cioè dall’alba al tramonto, per un salario misero, spesso in condizioni di servitù della gleba. Erano soggetti a frequenti carestie, epidemie e disastri naturali, che aggravavano ulteriormente la loro condizione di precarietà.

Durante i periodi di carestia, spesso causata dalle frequenti siccità, il grano veniva a mancare e i nobili ed i possidenti che si erano riforniti in tempo, nel momento del bisogno lo nascondevano e aspettavano che il prezzo salisse, per venderlo all’estero, mentre la gente moriva di fame. 
Per prepararsi in caso di una cattiva annata, i contadini facevano affidamento ad altri prodotti alternativi come le fave che si raccoglievano prima e potevano conservarsi secche per i periodi più difficili. Ultima risorsa per sfamarsi era contendere le carrube agli animali!

Donne e bambini facevano la loro parte partecipando alla coltivazione della terra e ancor di più spigolando nei campi per recuperare spighe dimenticate o fave cadute ai mietitori o ai burdunari (i guidatori di muli, che attaccati in fila indiana, trasportavano i prodotti della terra). 

Tanta gente era sofferente, molti bambini malnutriti, pochi i vecchi malati perché l’aspettativa di vita alla nascita era di circa 30 anni, con alti tassi di natalità e di mortalità, soprattutto infantile. Per svariate ragioni, erano gli uomini che più spesso avevano la peggio lasciando molte vedove e molte donne che dovevano arrangiarsi per campare. Chi era in grado, si dedicava ad un lavoro come la quasettara (chi confezionava calze da donna), la filatrice di lana, la balia o la lavandaia, mentre le più piccole venivano accolte in famiglie benestanti come “criate”, un altro capitolo molto triste da approfondire. 

Non molto diversa era la vita della gente comune delle zone costiere, dove la pesca era la principale attività. I pescatori vivevano in piccoli villaggi e vendevano il loro pescato direttamente ai mercati locali. Anche la loro vita era dura e spesso pericolosa.

La vita della gente comune nelle città

La vita in nelle città era molto diversa da quella dei paesi dal momento che vi erano altre opportunità di lavoro, per cui le condizioni economiche potevano variare anche di molto.

Gli artigiani riuscivano ad avere un certo reddito grazie alla produzione dei loro manufatti: tessuti, ceramiche, metalli, mobili… Altri riparavano scarpe, pentolame, terracotta e tutto quello che si poteva aggiustare. Nel campo del commercio, esistevano le botteghe che vendevano merce di vario genere, mentre gli ambulanti vendevano un po’ di tutto (vedi I Venditori di una volta a Palermo).
Esisteva poi anche la gran massa degli operai che in città spesso faticavano a trovare un lavoro che assicurasse un’adeguata sussistenza. 

L’alimentazione era basata su cibi semplici e poveri che dovevano essere necessariamente acquistati, mentre nelle campagne ci si poteva arrangiare con la coltivazione in piccoli appezzamenti di terreno. In ogni modo, non c’era tanta differenza tra l’alimentazione nei paesi e nelle città: pane, pasta, verdure e legumi erano la quotidianità; la carne la domenica, nel migliore dei casi, altrimenti solo nelle feste grandi come Pasqua e Natale. 

Le abitazioni erano piuttosto fatiscenti 

vita della gente comune in un cortile
Cortile in un quartiere povero ricostruito con AI Bing creator

Naturalmente, molto dipendeva dalla disponibilità economica: ma in ogni modo si trattava di abitazioni semplici ed essenziali, con alcune caratteristiche comuni in campagna ed in città.

Le case dei più poveri erano spesso dei tuguri, il Pitrè le chiama catoi e le descrive come abitazioni molto povere e malsane. Le troviamo nelle zone rurali ma anche nei quartieri più popolari della città: a Palermo ne esistevano parecchie fino a non troppi anni addietro! 

Il catojo tipico, era solitamente formato da una sola stanza, con soppalco per conservare di tutto, dalle riserve di grano, al carbone, ai vestiti… Una singola finestra forniva luce e aria alla stanza quando in inverno la porta rimaneva chiusa. Nei mesi primaverili ed estivi, invece, la porta si manteneva quasi sempre aperta perché la vita si svolgeva per lo più all’esterno. Strade e cortili diventavano così un luogo di socializzazione specialmente per le donne ed i bambini.

Arredato con letto smontabile fatto con tavole poggiate su trispi, un tavolo, un cassettone, stoviglie e altri utensili domestici, il catojo poteva avere anche un balcone laddove esisteva un piano superiore. Erano comunque luoghi umidi e poco igienici, con pavimenti di mattoni in pietra o terracotta porosa, pareti “allattate” con la calce, insomma nulla di più oltre l’essenziale.

U càntaru dove la gente comune faceva i bisogni
U càntaru, il vaso trasportabile dove le persone facevano i bisogni

In un piccolo vano adiacente, trovava posto il focolare piastrellato per preparare le pietanze, una “pila” in cemento per lavare le stoviglie con l’acqua che si doveva riempire nelle fontane della strada, perché non in tutte le case di Palermo arrivava l’acqua corrente. Spesso, nella stessa cucina, separato da una porta o da una tenda, veniva ricavato il retrè, il vano col gabinetto in pietra col buco: “u cumuni”.  Mentre nelle case rurali, come in alcuni paesi, dove non era costruita la fognatura, soprattutto le donne facevano i loro bisogni in vasi portatili: il pitale e il càntaro che successivamente venivano svuotati fuori, in zone apposite.

Si viveva così, tutti dentro quest’unica stanza, al massimo due, improvvisando i giacigli per i figli dove era possibile, cercando una parvenza di privacy con tende tirate a delimitare il letto coniugale.
Nei paesi a rendere la situazione ancora più precaria si aggiungevano gli animali come capre, pecore e galline che d’inverno venivano alloggiati all’interno delle abitazioni. 

Le strade maltenute e lastricate con pietrame, nei paesi o terra battuta nelle città, vedevano scorrere liquami nauseabondi per gli escrementi degli animali. Pensate che fino agli anni del dopoguerra anche stradoni importanti della città periferica, come corso dei Mille, per esempio, erano appianate con terra battuta e pietrisco pressato dagli “scacciapirciali”, specie di trattori con grossi rulli compattatori.  

Morale e assistenza

La miseria in molti casi influenzava anche l’atteggiamento morale e le scelte e i comportamenti erano spesso dettati dall’ignoranza e dalla necessità, spingendo spesso le persone a agire in modo contrario alla propria dignità.

L’unico freno veniva dalla religione che svolgeva un ruolo importante nella vita della gente comune. La Chiesa cattolica era l’unica religione ammessa e offriva un conforto spirituale e una parvenza di assistenza sociale ai più poveri. Gli ordini religiosi e le confraternite sono quelle che si sono occupate dell’assistenza agli indigenti, con distribuzione di cibo ed elemosine, curando i malati negli ospedali disponibili e occupandosi della sepoltura dei poveri e degli abbandonati.

L’evoluzione dall’Unità d’Italia al XX secolo

Nel corso dei secoli, la situazione della gente comune in Sicilia ha subito alcune modifiche. La fine del feudalesimo e l’unificazione d’Italia nel 1861 portarono alcune riforme, come l’abolizione della servitù della gleba e l’introduzione di un sistema fiscale più equo. Tuttavia, le condizioni di vita rimasero per lo più precarie, soprattutto nelle zone rurali.

L’inizio del XX secolo fu caratterizzato da una forte emigrazione verso le Americhe, in cerca di migliori opportunità di vita poi, dal secondo dopoguerra, l’industrializzazione, seppur limitata, iniziò a trasformare l’economia siciliana, creando nuove opportunità di lavoro e modificando lentamente e costantemente la condizione e lo stile di vita delle persone.

Saverio Schirò

Per chi vuole approfondire:

  • Calogero Messina – Sicilia 1492-1799 una campionario di crudeltà umane – Editrice L’Orma 2022
  • Giuseppe Pitrè, La famiglia, la casa, la vita del popolo siciliano. A cura di Aurelio Rigoli. Palermo : Il Vespro, 1978 (Ristampa anastatica dell’ed.: Palermo, 1913) in archive.org
  • Guido Pescosolido – L’economia siciliana nell’unificazione italiana, in Mediterranea, ricerche storiche, anno VII, agosto 2010, n. 19

Immagini generate con AI Bing Creator

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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