Petru Fudduni: l’uomo, il poeta e il suo mito

Un personaggio curioso della Palermo del '600

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Ho sentito parlare di Petru Fudduni da ragazzo per le storie che i grandi mi raccontavano: erano brevi aneddoti che lo descrivevano come un uomo del popolo, ma così intelligente da ribattere con prontezza e insolenza a chiunque lo voleva deridere, fosse povero, nobile o prelato. Storie divertenti perché ricche di ironia e arguzia, tramandate a memoria da una generazione ad un’altra.

A Petru Fudduni vengono attribuite numerose opere: poemetti in rima scritti in un buon siciliano; ma della sua vita si sa pochissimo, anzi qualcuno dubita che sia realmente esistito. Fatto sta che il mito del poveraccio che con le sue rime ha difeso la dignità della povera gente, è ancora vivo, almeno nelle generazioni del secolo passato. 

A Palermo, una via lo ricorda, e per non dimenticarlo nemmeno noi, ecco il racconto della sua vita leggendaria, della sua poesia pungente e del suo mito popolare. 

Petru Fudduni: l’uomo

Petru Fudduni - ritratto

Pietro nacque a Palermo tra il 1600 al 1604, la data è incerta. Nacque e visse nel quartiere del Capo, che allora si chiamava Seralcadio dalla lunga strada che attraversava la città al tempo degli arabi, nel rione degli “Schiavoni”, cioè dei mercenari dalmati. Come di tutta la povera gente del popolo, di lui si sa pochissimo, anzi, direi quasi nulla che non sia desunto dalle numerose leggende che nacquero intorno alla sua persona e dai versi che sono stati raccolti nei libretti che lo resero famoso tra i poeti vernacolari.

Cominciamo dal cognome, Fudduni: secondo alcuni sarebbe solo un soprannome col quale veniva apostrofato per le sue bizzarrie, nomignolo che lui stesso si attribuisce in un paio di versi, “mi chiamano Fudduni, ma foddi nun sugnu!” Il tutto senza alcuna vena polemica giacché altrove sostiene, sempre in versi, che per lui, Fudduni,  “folle” non significa né pazzo né sciocco!

Anche sulla nascita e sulla sua vita si intrecciano leggende ricostruite dai versi poetici.
Terzo di sette figli, sarebbe figlio di Alfio Fullone di Catania e Ninfa Tuzzolino di Palermo, battezzato alla Cattedrale di Palermo col nome di Pietro Carmine. Possibilissimo, benché in un altro verso Pietro sembra affermare di avere scoperto che il padre in realtà era un patrigno. Si tratta di incertezza sui suoi natali? Che sia stato adottato o semplicemente che il padre non si era comportato da tale? Non abbiamo modo di saperlo.

Intorno ai quindici anni, Pietro comincia a lavorare nella cava dell’Acquasanta come pirriaturi, cioè cavapietre, al posto del fratello maggiore morto in un incidente accaduto nella stessa cava.

Oltre al duro lavoro di cavapietre, lo sappiamo scalpellino, cioè intagliatore e decoratore di pietre ornamentali, e forse pescatore o comunque imbarcato nelle Galere per scontare una pena. Ma il fatto di avere un lavoro non gli impedì una vita grama da indigente, spesso costretto a chiedere l’elemosina per vivere. Un quadro piuttosto triste delle condizioni miserrime del popolo palermitano di quei tempi. 

In questo contesto di estrema povertà sarebbe nato il malcontento verso gli aristocratici che vivevano nel lusso, i ricchi prelati che ignoravano le masse e i possidenti che sfruttavano la povera gente. Malcontento che Petru cominciò a lamentare in battute in rima che facevano ridere i compagni e stuzzicavano i potenti e i sapienti. Questi, a volte risentiti e altre divertiti dalla prontezza delle risposte, non perdevano occasione per provocarlo. Ma lui, se insultato, rispondeva con “il carico” secondo un modo di dire palermitano, cioè rincarando la dose, e non gli importava di mettere un freno alla lingua per evitare punizioni alle quali poteva incorrere per essersi rivolto in maniera sgarbata e offensiva contro i nobili.
Invece, pare che questi lo trattassero con indulgenza, forse perché lo consideravano davvero un folle di cui ridere e prendere in giro; mentre altri apprezzavano la sagacia e la prontezza delle sue risposte rimate tanto da invitarlo nei loro salotti per metterlo alla prova!
Ed in questa prospettiva, la leggenda lo vuole in giro per la Sicilia a duellare con poeti e sconosciuti sapienti a colpi di rime e sberleffi in poesia ed alla fine uscire quasi sempre vittorioso.

Di sicuro si sposò, ma dai suoi versi sembra che non abbia avuto un matrimonio felice. Forse la moglie lo tradiva, come sostenevano alcune malelingue, e il povero Petru dovette difendersi a colpi di versi conditi del suo tipico linguaggio volgare e pungente che non risparmiò neppure gli aristocratici.

Non sappiamo molto altro dell’uomo Petru Fudduni se non quello che è rimasto nei suoi versi, l’ultimo dei quali l’avrebbe inciso lui stesso sulla propria lastra tombale.

Come assicura il Mongitore, la morte sarebbe avvenuta a Palermo il 22 marzo del 1670 e il suo corpo sarebbe stato seppellito nella chiesa di santa Maria dell’Itria (o della Pinta) benché della tomba non ne sia rimasta alcuna traccia.

Petru Fudduni: il poeta e il mito

Petru Fudduni è stato assunto al ruolo di poeta tanto da essere ammesso all’Accademia dei Riaccesi, tra le più illustri della città, per le numerose raccolte di componimenti a lui attribuiti. Ma qui si apre un interrogativo enorme: come avrebbe potuto comporre versi, talvolta eruditi, complessi e addirittura con citazioni in latino! se, come si dice, era analfabeta?

Alcuni hanno ipotizzato che Petru in realtà non solo era in grado di leggere e scrivere e dotato di una memoria eccezionale, ma abbia avuto una istruzione “superiore” che gli ha consentito di comporre e scrivere i versi che declamava oralmente.
Qualcun altro ipotizza che questo lavoro di scrittura lo abbia fatto per lui qualche amico letterato.
Altri, sostengono che l’uomo Petru, con la sua saggezza popolare espressa in citazioni estemporanee, sia diverso dal poeta che ha composto i libretti, magari attingendo alle espressioni ed al genio intuitivo del povero tagliapietre.
E infine, alcuni sostengono che Petru Fudduni in realtà non sia mai esistito ma sia un mito popolare, il “prestanome” che incarna la lotta contro le ingiustizie e la povertà in cui versava la popolazione di quei secoli.

Importa poco quale sia la verità, a noi piace pensare che un povero pirriaturi sia stato dotato di questo talento e, pur con modi piuttosto “coloriti”, ha difeso con forza e coraggio la classe super povera che lui stesso incarna. 
Ed è bello che la gente semplice ancora oggi ricorda il piccolo Petru Fudduni e lo cita come autore di proverbi e modi di dire palermitani o semplicemente per far sorridere con uno dei suoi aneddoti.

Alcuni dei sui aneddoti

Tantissimi sono gli aneddoti che la tradizione ci ha tramandato. Alcuni sono diventati modi di dire del popolo palermitano, altri una sorta di barzelletta che fa sorridere. In realtà dietro ciascuno di essi c’è un insegnamento tratto dalla saggezza popolare che nel nostro personaggio ha assunto la caratteristica di verso in rima.
Sono tratti dalle numerose raccolte, tuttavia ne citerò qualcuna così come viene ricordata dalla gente comune. Dunque, non letteralmente a volte.

Famoso è il rapporto con le donne e con il matrimonio

Gli disse un giorno un tale:
Picchì un pigghi i bonu mugghieri e lassi ‘n paci li boni cristiani?”
E lui rispose: “Picchi a fimmina è comu la ‘atta: cchiù l’allisci e cchiossài ti gratta.”

E ancora a chi si sposa: “Avivi un pinseri sulu e tinni mittisti tanti.”

E altrove: “A me casa cumannuu iu e di sutta u lettu ‘un nesciu
me muggheri s’havi a mettiri a ‘nginucchiuni”

E sulle donne in genere:
La rosa di chi cchiù veni adurata,
perdi l’uduri e di culuri muta,
di modo chi si vidi abbannunata
cu tantu la stimava la rifiuta
.”

Al vescovo che lo biasimava perché Pietro si era ridotto a mendicare:
povera e minnica va a filosofia” (povera fino a chiedere l’elemosina)
rispose: “Vero è, ‘ccillenza, ma di russu va vistuta l’ignoranza!

E a chiunque lo interrogava per metterlo alla prova rispondeva a tono:
Petru qual’è u megghiu vuccuni?” “L’ovu!“, rispose Pietro.
E l’anno successivo bastò che il primo gli chiedesse: “comu?” e lui ribattè subito: “ruru” (sodo!)

A chi gli chiedeva:
Si si poeta e l’animu t’abbasta
tu dimmi, cu cammina cu la testa?
Rispose:
Poeta sugnu e l’animu m’abbasta,
la taccia ci cammina cu la testa
” (chiodo che usa il calzolaio per risuolare gli scarponi)

Saverio Schirò

Per chi volesse approfondire:

Tante sono le Opere di Pietro Fullone, ne citiamo solo alcune: 

  • La Rosalia. Poema Epico di Petru Fudduni palermitano in ottaua rima siciliana. All’Illustrissimu Senatu della felici città di Palermu;
  • Lamentu di la vita umana cumposta di Petru Fudduni palermitanu. In terza rima siciliana;
  • Lamentu in morti di fra Martinu Liuni e Cardinas Arcivescovo di Palermo;
  • Puisì e cuntrasti in sicilianu.
  • Pazzia d’amuri cumposta novamenti …. in terza rima
  • S. Oliva virgini e martiri palermitana
  • La miseria di la vita umana
  • F. Giurleo, Petru Fudduni. La voce del popolo, Kalòs ed. Palermo 2020
  • G. Mannino ED, Petru Fudduni i versi di un mito, Ed il Vespro 1977
  • G. Girgenti, Le stramberie di Petru Fudduni, Palermo 1975
  • R. Contarino – Fullone Pietro, Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 50 (1998), Treccani.it
  • C. A. Pinnavaia, Petru Fudduni, in sicile.net
  • Wikipedia.org voci: Petru Fudduni, Il Capo (di Palermo),

Foto copertina by Depositphotos.com

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Staff member. Appassionato di Arte e Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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