Villa Branciforti di Butera a Bagheria

Palazzo Butera, il più antico palazzo di Bagheria

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STORIA                  

Don Giuseppe Branciforti, principe di Pietraperzia e conte di Raccuja, deputato del regno, già pretore di Palermo ed esponente di uno dei maggiori casati della feudalità siciliana, all’indomani del fallimento di una cospirazione baronale antispagnola che lo vide coinvolto, affranto dalla morte precoce del suo unico figlio Baldassare, deluso dalle oscure trame di corte che lo avevano visto privato, dopo una lunga vertenza giudiziaria, dell’eredità della cugina principessa di Butera, Margherita, in favore dell’omonimo cugino, il marchese di Militello, nonché amareggiato dai difficili rapporti con il padre Niccolò Placido principe di Leonforte, decide di ritirarsi, assieme alla famiglia e alla sua piccola corte, nelle proprie terre della “Bagaria”.

Si trattò innanzitutto di un gesto di ostilità verso la corte vicereale, ma nello stesso tempo di una precisa scelta di vita. Insomma, una sorta di auto-emarginazione sociale e familiare (momentanea), un isolamento sì, ma in un luogo ideale per curare la contemplazione, il riposo e insieme un luogo dove meditare una rivincita sia sociale ma, soprattutto, nei confronti del padre e del fratello minore Francesco, nominato dal padre esecutore testamentario pur essendo egli il primogenito.

Bisogna tuttavia ricordare che nel corso del Seicento altri feudatari, che già si erano trasferiti dai loro feudi nella capitale – per far corte attorno al viceré – cominciarono a costruire nell’agro palermitano le loro case di villeggiatura, tuttavia, la scelta del principe Giuseppe era molto più complessa, in quanto che egli era mosso sia da motivi legati alla sua attività politica ma anche da ragioni, come già detto, strettamente personali e familiari.

Alla decisione del prestigioso aristocratico siciliano di fare erigere la propria dimora nelle sue “terre solinghe e scure” (così egli li definisce, anche se si trattava di terreni coltivati), siti a poche miglia dalla capitale, si deve la nascita, quasi spontanea (il Branciforte non richiese mai la “licentia populandi”), del primitivo borgo rurale, e successivamente, dello sviluppo urbano della città di Bagheria che, all’inizio della sua storia fu chiamata, per volontà del principe, “nuova Raccuja”.

Il principe Giuseppe Branciforti volle tramandare ai posteri la propria inquietudine, lo sconforto dovuto alle peripezie della sua carriera politica e delle sue vicissitudini familiari, facendo collocare nei prospetti della sua nuova dimora alcune lapidi dove furono incisi dei versi che sintetizzano ciò che, in quel periodo, doveva essere il suo stato d’animo.

Nel prospetto occidentale del corpo centrale della villa, sopra l’architrave del piccolo portale d’ingresso, campeggia un marmo con questi versi scolpiti: Al mio Re nel servir qual’aspre e dure fatiche non durai costante e forte? E sempre immerso in importanti cure de le stelle soffrii la varia sorte. Tra le campagne alfin solinghe e scure spera la mente mia la propria morte, mentre vedovo genitor per fato rio qui intanto piango e dico «O corte a Dio».

Dall’ultimo di questi versi viene dunque la sdegnosa frase che l’aristocratico committente fece incidere, e che tuttora è possibile leggere nella parte esterna del fornice, un tempo ingresso alla villa, dell’unica torre superstite delle due originarie (anche se malridotta) rivolta verso Palermo: “O corte a dio”. E a questo “dettato di rifiuto” sociale, ma anche esistenziale, si accompagnano le parole esplicitate nella lapide datata 1658 che si trova nell’originario prospetto interno, al sommo di una superba scala in pietra a doppia rampa. Sotto l’arco del magnifico portale seicentesco coronato da una elaborata decorazione in stile plateresco che ingloba, dentro una nicchia, il busto dello stesso principe, il “costruttore” del palazzo fece incidere, ad imperitura memoria, un’epigrafe che cita un sonetto dello scrittore spagnolo Miguel De Cervantes, tratto dal romanzo “la Galatea” del 1585:

Ya la esperanza es perdida, y un solo bien me consuela: que el tiempo, que passa y buela, llevarà presto la vida.

 (E la speranza è perduta e un solo bene mi consola che il tempo che passa e vola toglierà presto la vita).

Ma l’isolamento scelto dal principe Giuseppe non fu condiviso dai suoi discendenti, infatti nel 1769, Salvatore Branciforti, principe di Butera, pronipote di Giuseppe, da incarico all’architetto Giovanni Giglio di costruire una nuova scenografica facciata addossata al nucleo originario dell’antica fabbrica, che cambia fronte all’antico edificio. All’iniziativa dello stesso principe Salvatore si deve la realizzazione, in accordo con altri proprietari terrieri, del nuovo schema urbanistico della cittadina e, in particolare, del tracciato di corso Butera che i cittadini ai tempi chiamarono “lo Stratone” (che aveva come sfondo la nuova facciata di palazzo Branciforte) che da Bagheria scendeva direttamente verso il mare di Aspra, frazione della città affacciata sulla costa. Questo corso, secondo la tradizione popolare, ma che certamente nasconde un fondo di verità, sembra essere stato tracciato in una sola notte, perché, a quanto pare, rasentava la proprietà di un altro grosso feudatario (Francesco Bonanno principe della Cattolica) che difficilmente avrebbe concesso il suo assenso. Ne nacque un’accesa controversia risolta, comunque, pacificamente. Una iscrizione marmorea del 1769 ricorda l’apertura della strada: Salvatori Brancifortio Buterae principi quod viam hanc qua ad villam elegantius compositam nobilior e regione aditus patet ad delicias perpetuis hic inde arboribus protectam veteribus contemptis diverticulis amplam rectam straverit; atque augendo colonorum censui aedem Dei Matris costruxerit, collabentem pontem restauraverit, in aridum fundum aquam per M pass. deduxerit agrumque ab amsegete venationis tuendae muro diviserit”.

Ortogonalmente a Corso Butera fu tracciato, operazione seguita personalmente dallo stesso Branciforti, un altro asse viario che arrivava fino ai ”pilastri” che delimitavano i possedimenti del principe, il cosiddetto “Stratonello” (oggi corso Umberto I). A questa strada fa da fondale la chiesa Madrice intitolata alla Natività di Maria, eretta per volontà del Branciforti su progetto dell’architetto Salvatore Attinelli nel 1771.

IL PALAZZO

L’impianto originario di Palazzo Butera, di cui oggi è difficile darne una precisa lettura, si è sviluppato attraverso le numerose trasformazioni e aggiunte realizzate intorno ad un’antica masseria di campagna presente in una vasta tenuta agricola che il principe Giuseppe rilevò nel 1595 da un facoltoso possidente, tale Benedetto Rizzo.

L’edificio presenta una struttura quadrangolare che si trova al centro di due grandi cortili, verso cui confluiscono alcuni corpi di fabbrica di semplici volumi che anticamente erano adibiti a locali di servizio (vi era anche un mulino), foresteria, magazzini, stalle e ad abitazione del numeroso personale di servizio. Venne concepito per finalità esclusivamente residenziali, rispondenti all’esigenza di esprimere, con la sua forma severa e di vaste proporzioni, il prestigio del casato dei Branciforte. La fabbrica faceva riferimento a una diffusa impostazioni planimetrica legata alla tradizione castellanea siciliana dei secoli XIV e XV.

Non mancava neanche di elementi “dissuasivi”. Infatti, circondato da mura con camminamenti di ronda, era delimitato da due torrioni merlati, posti in allineamento rispetto agli assi dei due prospetti principali, che conferivano alla struttura un carattere militare (delle due torri originarie, come già accennato, soltanto quella rivolta ad occidente verso Palermo, dove un tempo era allocata l’armeria del palazzo, è rimasta in buono stato, mentre quella rivolta verso la città di Termini Imerese, probabilmente usata come “libraria” – ormai in rovina – venne demolita alla fine del XIX secolo).

All’interno delle mura, il principe Giuseppe fece edificare anche una chiesetta, ormai scomparsa, e nelle vicinanze del palazzo, un teatro ancora esistente anche se bisognevole di restauri. L’aspetto attuale del palazzo, dovuto alla presenza di diversi elementi edilizi costruiti, come detto pocanzi, in epoche successive, presenta, sul versante settentrionale, la maestosa facciata barocca.

Costituita da tre livelli, nel primo ordine troviamo una serie di ingressi e, ai lati, due fornici che immettono verso l’ampia corte interna, che interrompono l’omogeneità del prospetto. Il secondo ordine presenta dei grandi finestroni sovrastati da eleganti timpani dalle linee morbide, una lunga balconata centrale e due balconi laterali sorretti da robusti mensoloni in pietra con le caratteristiche ringhiere in ferro battuto. Nel terzo ordine, ai lati del grande orologio, si aprono una serie di semplici finestre rettangolari. Al centro del muretto d’attico, sopra la cornice di coronamento, troviamo un frontone curvo che contiene le armi della famiglia Branciforte. Nella parte bassa della facciata del Palazzo, posta fra due ingressi, una lapide in marmo ricorda i fratelli Manfredi Ercole e Ignazio Maria Lanza di Trabia, caduti durante il primo conflitto mondiale del 1915-18.  Lo spazio antistante il palazzo è chiuso da una lunga cancellata in ferro battuto sostenuta da pilastri.

L’interno del palazzo è caratterizzato da diversi ambienti che nel tempo hanno subito notevoli trasformazioni dovute alle varie fasi edilizie. Al pianterreno troviamo le antiche cucine, altri locali riservati alle normali attività di ogni giorno e la scala di recente realizzazione in acciaio marmo e vetro che porta al piano superiore.

Nel piano nobile si susseguono una serie di sale riccamente decorate tra cui la stanza cosiddetta “delle Formelle” che il principe Salvatore – affiliato alla massoneria – utilizzava per le sue pratiche massonico-esoteriche e come alcova per i suoi incontri amorosi, la sala da biliardo e lo splendido salone delle feste dove si possono ancora apprezzare gli affreschi parietali e della volta tradizionalmente attribuiti al pittore fiammingo Guglielmo Borremans, anche se tale attribuzione sembrerebbe essere smentita da recenti e più approfonditi studi. Comunque, in mancanza di documentazione, possiamo affermare che si tratta di mano certamente raffinata. Sul terzo livello, oltre a delle camere private, troviamo il camerino dell’armeria e la sala dov’è possibile ammirare il meccanismo di “movimento” dell’orologio che la principessa Sofia Galeotti Lanza di Trabia fece collocare nel prospetto, nel giugno del 1900, in sostituzione di un altro più antico: l’orologio è stato rimesso in funzione durante il recente restauro che ha interessato tutto il complesso architettonico.
Nella parte retrostante del palazzo, il principe Salvatore impiantò un sontuoso parco di cui oggi, purtroppo, non è rimasta più traccia: il vasto giardino, interamente lottizzato, è stato letteralmente “soffocato” dall’urbanizzazione selvaggia di Bagheria che ha deturpato i dintorni della villa. Era un magnifico giardino caratterizzato da bei viali di olmi e cipressi, adornato da statue barocche e grandi vasi in tufo, inoltre vi faceva bella mostra l’elegante fontana marmorea conla statua dell’abbondanza opera di Ignazio Marabitti, che oggi si trova nel parco di Villa Comitini-Trabia, sempre a Bagheria.

Dopo un periodo in cui il palazzo fu gestito dalle suore vincenziane, che lo trasformarono in asilo infantile, seguito da una lunga fase di abbandono, il prestigioso palazzo è stato acquisito dal Comune di Bagheria che ne ha fatto una prestigiosa sede istituzionale.

LA CERTOSA

Nel 1797, Ercole Michele Branciforti e Pignatelli, figlio di Salvatore e di Maria Anna Pignatelli Aragona Cortes, fece edificare nel parco retrostante il palazzo, su progetto di Vincenzo Fiorelli, un edificio di architettura neoclassica con colonnato dorico e pronao comunemente detto la “Certosa” dove, per bizzarria del principe, furono realizzati dal maestro ceroplasta siciliano Ferretti, una serie di originali statue in cera che riproducevano, a grandezza naturale, figure di personaggi storici e contemporanei vestiti col tipico abito bianco dei frati dell’ordine certosino. Un vero museo delle cere ante litteram dove, nelle cosiddette “celle”, erano raffigurati personaggi come il Gran Conte Ruggero il normanno, l’ammiraglio Nelson, lord Acton – il favorito della regina Maria Carolina – Re Ferdinando I di Borbone, Luigi XVI re di Francia, lo stesso principe e altri. Nell’edificio erano presenti dipinti ed incisioni di grande pregio, tra cui diversi ritratti come quello dello stesso padrone di casa. Nei vari ambienti si potevano ammirare magnifici affreschi del “siciliano” Giuseppe Velasquez.

La Certosa di Villa Butera, che il marchese di Villabianca diceva essere stata costruita dal principe Butera “per novità di sua Grandezza”, prima di finire nell’oblio e abbandonata, fu per decenni una delle maggiori attrazioni di Bagheria e meta di illustri personaggi. Durante il lungo periodo di abbandono, fra l’indifferenza di tutti, ignoti ladri hanno trafugato le statue di cera e gli originari arredi, mentre la fabbrica agonizzante e quasi diroccata ha rischiato seriamente di rovinare. Solo di recente, nel 2008, l’edificio è stato restaurato, restituito al suo antico splendore e alla pubblica fruizione. Dal 2014 ospita il Museo del giocattolo e delle cere di Pietro Piraino, museo patrocinato dal Ministero della Pubblica Istruzione e dall’Unicef precedentemente allocato nel piano nobile della settecentesca villa Aragona Cutò. Ma i magnifici affreschi del Velasquez, i suoi arredi originari e le statue di cera purtroppo sono andati perduti per sempre. Alcune di queste ultime, recentemente, sono state ricostruite proprio dal prof. Pietro Piraino Papoff, verrebbe da dire, dopo un lavoro “certosino”, che assieme alla figlia Laila ha deciso di riprodurle tutte quante, seguendo le tecniche degli antichi maestri.

Per finire vorrei fare un appello alle istituzioni e nello specifico al sindaco di Bagheria e al Consiglio comunale: il museo del giocattolo rappresenta un bene artistico e antropologico, un luogo da conservare, da valorizzare, un patrimonio unico e, come tale, merita più attenzioni da parte delle istituzioni locali e soprattutto, come più volte denunciato dal professor Piraino, ha bisogno di una seria politica di promozione turistica. Altrimenti questa preziosa realtà (tra l’altro unica nel suo genere in Sicilia) non avrà un futuro, proprio come tante altre cose in questa martoriata terra.

Nicola Stanzione

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Nicola Stanzione
Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

1 COMMENTO

  1. Apprezzo il suo articolo ma la devo pregare di apportare alcune importanti correzioni.
    Giuseppe Branciforti era prima di tutto Principe di Leonforte e conte di Raccuja e poi divenne principe di Pietraperzia. I motivi che lo spinsero a ritirarsi a Bagheria furono la perdita dell’ unico figlio rimasto vivo: Baldassare e della contesa per l’eredità del principato di Butera persa contro il cugino e cognato Giuseppe Branciforti conte di Mazzarino e Principe di Niscemi (e non solo Marchese di Militello come da lei indicato).
    Giuseppe non partecipò mai alla congiura del 1658, vi partecipò invece il cugino omonimo che si salvò tradendo gli altri congiurati ed ottenendo come ricompensa la vittoria nel contenzioso già accennato.
    La volontà di trasferirsi alla Bagaria ebbe lo scopo di ritirarsi dalla corte e di preparare la sua rivincita e non solo per l’inquietudine che erroneamente gli viene attribuita. Infatti dopo la morte del padre (1661) iniziò ad abbellire la villa ed ad avere prestigiosi incarichi presso la corte (ottenne tra l’altro il titolo molto importante per l’epoca di cavaliere del Toson d’oro) ed ospitò a Bagheria più volte i vicerè riuscendo ad inserire la sua villa in un prestigioso libro che annoverava le migliore architetture del viceregno di Sicilia (tutti episodi che Lei non cita). Quindi ottenne più onorificenze del padre ma sopratutto la sua “creatura” Villa Branciforti-Butera divenne famosa e meta di villeggiatura dei vicerè di Sicilia, più di Leonforte che trascurò.
    Inoltre chiudo affermando che Salvatore Branciforti non era pronipote di Giuseppe Branciforti ma del fratello Francesco in quanto nipote di suo figlio Nicolò Placido II che erediterà la villa di Bagheria in quanto Giuseppe aveva perso i suoi due unici figli maschi.
    Ringraziandola per il contributo dato a questo palazzo la invito a recepire i miei suggerimenti.
    Angelo Di Salvo – autore di Giuseppe Branciforti il fondatore di Bagheria.

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