La licentia populandi: Come la Sicilia si costellò di nuovi paesi

Nel XVII secolo in Sicilia nacquero oltre 100 nuovi centri abitati. Il motivo fu una speciale licenza concessa ai baroni dal re di Spagna. Ma perché fu necessario?

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Ripercorrendo la storia di moltissimi paesini siciliani, si può notare un curioso particolare in comune. La loro fondazione risale alla prima metà del XVII secolo, in terre precedentemente remote e disabitate, oppure nei pressi di più antichi borghi e castelli ormai in rovina.

Il motivo è la cosiddetta licentia populandi, ovvero il privilegio regio che premetteva ai baroni la fondazione di nuovi centri abitati all’interno dei loro feudi. In questo modo solo nel ‘600 nacquero oltre 100 nuovi insediamenti in tutta la Sicilia.

Ma perché era necessario creare nuovi centri abitati? E quali erano i requisiti necessari?

La storia della licentia populandi

Nel corso del ‘500 in Sicilia vi fu un processo migratorio interno senza precedenti. Un complessivo aumento delle imposte e una repentina tendenza espansionistica dei centri urbani, fece sì che una larga parte della popolazione agricola decidesse di abbandonare le proprie attività nei centri rurali per cercare fortuna nelle grandi città, che manifestavano un bisogno crescente di manodopera e al contempo di servizi per i suoi abitanti.
La nuova dimensione “cittadina”, fece sì che la popolazione siciliana prosperasse letteralmente, facendo registrare un picco demografico notevole e passando dai circa 550.000 abitanti del 1505, ad oltre 1 milione nel 1606.

Il rovescio della medaglia, fu l’evidente incremento di “bocche da sfamare” quindi una maggiore domanda di beni alimentari che mal si sposava con il precedente spopolamento delle campagne, dunque con un brusco calo nella produzione agricola dell’isola.

Occorreva dunque un’abile contro-manovra, che permettesse di far fruttare quanto più terreno incolto possibile, creando nuove piantagioni e pascoli in aree remote e disabitate.
La soluzione arrivò nel 1610, quando re Filippo III di Spagna concesse ai baroni siciliani la licentia populandi, ovvero il permesso di costruire nuovi centri abitati all’interno dei loro feudi e dunque sotto il loro controllo giuridico ed amministrativo.

In realtà alcune licenze simili erano state già concesse già nei decenni precedenti ad alcuni nobili locali, tuttavia questi privilegi erano di solito assegnati come ricompensa per i servigi resi alla Corona.
Con la nuova iniziativa regia, invece, il privilegio era esteso a tutti i baroni, purché rispettassero una serie di presupposti e ovviamente non prima di aver pagato una consistente somma alla Tesoreria Siciliana.

I baroni in cambio ottenevano un seggio nel “braccio baronale” del Parlamento, il diritto di riscuotere tasse e gabelle nel proprio territorio e in molti casi anche il mero e misto imperio sul nuovo paese, ovvero la possibilità di esercitare la giustizia, inclusa la possibilità di mettere a morte i cittadini giudicati colpevoli. Un potere degno di un re.

Tuttavia, seppur manifestando chiaramente quest’ultimo privilegio, spesso con una forca sempre montata in paese come monito, era raro che i baroni emettessero davvero delle condanne a morte.
Non avevano alcuna intenzione di terrorizzare il popolo, anzi, facevano di tutto per acquisire prestigio, convincendo sempre più gente a trasferirsi nel loro feudo.

L’iniziativa fu un successo. Dopo un secolo che aveva visto i Siciliani trasferirsi in città e raddoppiare in numero, la promessa di nuovi posti di lavoro nelle campagne riportò la popolazione alla vita agricola, riuscendo nell’intento di risollevare la produzione di cereali, seta e vino.

Di contro in questo modo la Corona fu costretta a cedere sempre più potere ai baroni Siciliani, che ebbero così un peso maggiore nel governo dell’Isola, dando non pochi grattacapi ai sovrani e viceré di turno.

Cosa serviva per fondare un nuovo paese?

Come detto, per ottenere una licentia populandi era necessario rispettare alcuni requisiti.

Innanzi tutto occorreva trovare un luogo idoneo: un terreno geologicamente edificabile, con disponibilità di acqua potabile, non troppo lontano dalle strade principali e possibilmente vicino ad una cava, da cui estrarre il materiale necessario alle costruzioni.

Per richiedere la licenza, il barone doveva provvedere alle necessità di almeno 80 famiglie, costruendo a sue spese le case, una chiesa, una sede amministrativa, un fondaco, dei negozi di beni primari, un mulino, dei depositi per le attrezzature e un carcere.
Spesso a queste costruzioni civili venivano anche associate delle piccole fortificazioni, che consentissero di difendere militarmente i centri, una volta popolati.

Inoltre, in caso di vicinanza con paesi o città demaniali preesistenti, occorreva anche ricevere un benestare da parte delle autorità locali, prima di procedere alla nuova fondazione.

Ottenuti tutti i requisiti richiesti, il barone poteva finalmente rivolgersi alle opportune sedi amministrative e pagare una tassa, che solitamente oscillava tra le 100 e le 400 onze, sebbene in alcuni casi si siano registrati pagamenti sostanzialmente maggiori, forse dovuti a progetti di urbanizzazione particolarmente ambiziosi.
Quindi la Corona concedeva finalmente la licentia populandi, e ai cittadini era concesso di trasferirsi nelle loro nuove case.

Centri nati grazie alla licentia populandi

Come detto, furono oltre 100 i paesi nati grazie alle nuove concessioni. Il censimento del 1583 contava 144 insediamenti feudali. Nel 1714 erano diventati 254.

Tra questi vi sono località ben note ancora oggi, come Campofelice di Roccella, Aliminusa, Cinisi, Niscemi, Palma di Montechiaro, Campobello di Licata, Casteltermini, Valguarnera Caropepe, Vittoria e molte altre.

In questo modo, una Sicilia ormai spopolata nelle sue zone rurali, ha iniziato a costellarsi di nuovi centri, riscrivendo di fatto la storia e la geografia, con effetti tutt’ora visibili.

Fonti: S. Spoto, I Gattopardi, Roma 2007, Newton Compton Editori
I. La Fauci – Licentia populandi nascita delle città di fondazione in Sicilia – InStoria
Wikipedia.org – Storia della Sicilia spagnola

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Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

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