Capita spesso, a Palermo come in tutta la Sicilia, di sentire qualcuno sospirare un “Mischinu!” davanti a una disgrazia piccola o grande. Si usa per un bambino che cade, per un amico che si è fatto fregare o per un vicino che ha perso il lavoro. Si tratta di un termine che indica compassione e vicinanza, contrariamente al “cugino” italiano “meschino”, che invece ha tutt’altra accezione.
Scopriamo insieme da dove arriva davvero.
Mischinu: una carezza parlata
In siciliano mischinu (femminile mischina, plurale mischini) significa grosso modo poverino, poveretto.
Può essere detto con ironia leggera (“Mischinu, non aveva capito niente”) o con vera pietà (“Mischina, è rimasta sola”). Esiste anche l’espressione mischinu a mia!, “povero me!”, e l’ormai più raro verbo mischinijari (o mischiniari), ovvero stare accanto a chi soffre, partecipare al suo dolore, commiserarlo.
In italiano, invece, meschino ha preso soprattutto il senso morale di gretto, piccolo d’animo, taccagno. Stessa famiglia di parole quindi, ma destinazioni molto diverse.
Da dove arriva il termine Mischinu? Un viaggio lungo millenni
L’etimologia, qui, è abbastanza chiara e condivisa dai linguisti.
Mischinu viene dall’arabo miskīn (مسكين), che indica il bisognoso, il povero, a volte il mendicante. Quella stessa radice, attraverso l’arabo, ha dato parole simili in altre lingue: lo spagnolo mezquino, il francese mesquin, il portoghese mesquinho. E, sì, anche l’italiano meschino proviene dalla stessa radice.
Ancora più indietro si arriva all’accadico muškēnum, termine della Mesopotamia antica che indicava una classe di persone dipendenti, di condizione umile. Una parola che ha attraversato secoli e lingue prima di fermarsi sulle nostre bocche.
Dalle nostre parti è un lascito della lunga stagione in cui sull’isola si parlò e si scrisse arabo, tra IX e XI secolo, e in cui quella lingua restò viva ancora a lungo dopo l’arrivo dei Normanni. Quello che gli studiosi chiamano siculo-arabo lasciò nel siciliano un patrimonio enorme: dalla zàgara al zibbibbu, dalla gebbia a taliari.
Perché in Sicilia si usa in senso “buono”
Non è facile capire perché da noi questa parola abbia mantenuto un’accezione positiva.
In italiano letterario e moderno, meschino si è spostato verso il giudizio morale: non più solo “sventurato”, ma “di animo piccolo”. In Sicilia, invece, mischinu ha tenuto soprattutto il primo significato, quello della compassione.
Detto in modo semplice: a Palermo, se chiami qualcuno mischinu, di solito gli stai dicendo “ti capisco”, “ti sono vicino” non “sei una nullità”.
E se ci pensate racconta parecchio di questa città. Palermo di sfortune ne ha collezionate, di soprusi pure, di rovine ancora di più. Ma insieme al conto delle disgrazie ha sempre coltivato un talento raro, quello di non lasciare solo chi cade.
Molti di noi la usano ancora ogni giorno senza sapere di parlare, in quel momento, un pezzo di arabo sopravvissuto a mille anni di storia.
Quindi la prossima volta che sentite (o dite) “Mischinu!”, ricordatevi che state usando una parola siciliana antichissima, che vanta addirittura da radici mesopotamiche, e che è rimasta sulle nostre bocche con il senso più umano: quello di chi riconosce la sfortuna altrui e ne prova compassione.
Scopri anche: Le origini del termine “Mi Siddia”
Fonti: Treccani, vocabolario meschino;
Una parola al giorno, voce meschino;
Wikipedia, Lingua siculo-araba;
Dionisius A. Agius, Siculo Arabic;
Alex Metcalfe, Muslims and Christians in Norman Sicily.