Palermo a luci rosse: Storie di prostitute e prostituzione

Storia, miti e segreti del commercio sessuale in città, dall'antichità ai giorni nostri

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Quando parliamo di “Palermo a luci rosse” gli uomini che hanno superato la cinquantina ricorderanno certamente quelle abitazioni in città dove la sera si intravedeva una luce rossastra che illuminava l’interno o la scala di accesso ad un piano superiore. Non se ne vedevano moltissime benché alcune fossero proprio nelle vie del Centro, tutti noi ragazzi conoscevamo per fama vicolo Marotta e vicolo Ragusi note come le strade che hanno fatto la storia della prostituzione in città. Una storia che pare sia antica come il mondo! Addirittura affonda le radici nel mito e nella storia sacra. E naturalmente riguarda anche la città di Palermo…

Perché si dice “Palermo a luci rosse”?

Palermo a Luci rosse

Il legame tra il rosso e il sesso, secondo una curiosa teoria, nasce con Raab, una prostituta biblica del libro di Giosuè, che appende alla finestra una cordicella rossa come segno di riconoscimento della sua casa.
Nell’Ottocento, negli Stati Uniti, i ferrovieri lasciavano lanterne rosse fuori dai dormitori durante le soste nei bordelli mentre una tradizione olandese racconta che le prostitute di Amsterdam colorassero le luci con stoffa rossa per attirare i pescatori, ed ancora oggi in Olanda, le prostitute espongono lanterne rosse alle finestre, trasformando quel colore in un simbolo internazionale. Da qui l’espressione “a luci rosse”, oggi sinonimo di sesso a pagamento e contenuti erotici.

Dalle dee greche alla corsa delle bagasce

La prostituzione a Palermo affonda le radici nell’antichità sacra dei culti fenici e greci per Astarte e Afrodite. Non si trattava di semplice mercimonio: il sesso era parte integrante del rito religioso, un atto sacro compiuto nei templi dedicati alla dea. L’eros e il divino camminavano fianco a fianco, e Palermo crocevia di civiltà, porto aperto a ogni vento del Mediterraneo, era terreno fertilissimo per questo mix esplosivo.

Con la civiltà greca e quella romana anche a Palermo la prostituzione entrò ufficialmente nel costume sociale con una regolamentazione ben precisa ed il pagamento delle tasse: insomma, nacquero i bordelli ufficiali.

Il termine gergale palermitano per le prostitute è pulla, che pare derivi dal latino pullus (pollo) o da puella, cioè fanciulla, ma anticamente era adoperato anche per indicare giovani omosessuali in ruolo passivo. Non era certo un complimento, e tuttora è un parolaccia ancora in uso a Palermo, ed esprime il modo spregevole in cui la città guardava a queste donne: creature da consumare, da catalogare, da tenere a distanza. Già nel Medioevo, le cronache palermitane documentano espulsioni di prostitute dai quartieri residenziali e il tentativo di confinamento: alle fimmini di guadagnu si chiedeva di stare al loro posto, lontane dalle donne “per bene”.

Nel Cinquecento, la città trasformò il desiderio in spettacolo pubblico. Il teatro era il Cassaro, oggi Corso Vittorio Emanuele, dove ogni anno si teneva la celebre corsa delle bagasce“: le prostitute si sfidavano in velocità, a seno nudo, per vincere un corsetto di raso messo in palio dal re stesso. La folla si accalcava lungo i bordi della strada, e quella gara grottesca e goliardica rispecchiava perfettamente l’atteggiamento dell’epoca: il sesso era un fatto pubblico, quasi folcloristico, da mostrare e commentare. Luigi Natoli ne scrive nelle sue Storie e leggende di Sicilia.

Palermo a luci rosse: La mappa del piacere a pagamento

Se chiedete a un palermitano over settanta dove si trovavano «i casini», vi risponderà senza esitazione: nel centro storico. Quasi tutti concentrati in un raggio di pochi chilometri, tra il Politeama, il Cassaro, piazza Marina e la Vucciria. La città del piacere aveva i suoi indirizzi precisi, i suoi rituali, i suoi orari. Un vero e proprio distretto a luci rosse, mascherato dall’insegna innocua di «Pensione».

I luoghi più famosi della Palermo a Luci rosse erano:

Vicolo Marotta, traversa di Corso Vittorio Emanuele, era una istituzione della prostituzione cittadina, il red light district palermitano per eccellenza. Qui convivevano il lusso e il degrado: da un lato le stanze eleganti del Verneille e del Settequarti, risalenti agli inizi del Novecento e considerati luoghi di piacere sfrenato; dall’altro i bassifondi maleodoranti per chi non poteva permettersi il lusso.

Casa Valido, in Corso Vittorio Emanuele verso piazza Marina, era il tempio della buona borghesia e dei gerarchi fascisti. Gestita dalla signora Teresa Valido, una facoltosa donna di Riesi dalla personalità fortissima, era arredata con specchi, divani, canapè e letti a baldacchino. Durante l’occupazione americana, nella seconda guerra mondiale, divenne il ritrovo preferito degli ufficiali alleati.

Pensione Buganè, al numero 10 di piazza Sant’Oliva, di fronte al Circolo Ufficiali dell’Esercito, una posizione strategica non certo casuale. La gestiva Teresa Buganè, ex attrice di avanspettacolo che ai tempi della guerra aveva trovato nella prostituzione l’unica via di sopravvivenza per sé e per i suoi due figli. Era frequentata da militari, banchieri, professionisti e si sussurrava anche da qualche ecclesiastico.

Pensione Flores, in via Gagini, aveva prostitute continentali ed un cliente d’eccezione: Salvatore Giuliano, il bandito di Montelepre che terrorizzava la Sicilia del dopoguerra. Prima che le belle donne cominciassero a raggiungerlo nelle segrete alture di Montelepre, il mitico fuorilegge scendeva in città a soddisfare i propri istinti proprio in questa “Pensione”. E c’era anche la leggenda di una giovane prostituta che di giorno lavorava alla Pensione Flores mentre la sera insegnava latino.

Pensione delle Rose e Pensione Jolanda entrambe nello stesso stabile in via Ventura dietro al teatro Politeama.
Il ritrovo Taibbi in piazza Monte di Pieta, Casa Igiea, in via Lungarini e Pensione Palermo nei pressi di piazza del Garraffello alla Vucciria erano ritrovi più popolari.

Una menzione speciale merita la «Pensione 900», la cui storia si concluse in modo tragico nel marzo del 1943 quando le bombe delle fortezze volanti americane la rasero al suolo, uccidendo una decina di donne, la tenutaria, il portinaio e decine di marinai lì per festeggiare la libera uscita.

Poi c’erano le pensioni “di serie B”: disseminate nei quartieri popolari, dalla Cala alla via Cassari, dal vicolo Ragusi a via Candelai spesso posizionate in sorte di baracche alla meno peggio. Qui si concedevano donne più anziane, meno attraenti, per tariffe minime. La clientela era rozza, i rischi igienici altissimi. Queste case irregolari, gestite dalla malavita, operavano senza controlli sanitari e con donne sprovviste di patentino: scolo e sifilide erano malattie frequentissime.

Senza dimenticare infine tutta una serie di ragazze che “esercitavano il mestiere” in forma privata, nelle loro abitazioni. Di solito erano giovani donne vedove o sposate ma col marito in carcere che erano costrette dalla necessità a prostituirsi. Non si può avere una idea precisa di quante fossero dal momento che esercitavano in clandestinità ed erano frequentate da pochi fidati habitué e loro conoscenti.

Come funzionava una casa chiusa: regole, ritmi e marchette

Palermo a Luci rosse - casa di tolleranza ricostruita con AI
Casa di tolleranza inizio ‘900, ricostruita con AI

Ce ne parla Andrea Camilleri in un suo libro, lo abbiamo visto nei vecchi film ed il cliché è sempre lo stesso: entri in un appartamento che sembra una pensione qualsiasi. Al piano terra c’è una sala d’attesa. Lì, su divani e poltrone, siedono le ragazze in abiti succinti. Non hai diritto di scegliere in modo troppo elaborato, e loro non hanno diritto di rifiutarti. La maitresse che solitamente è una donna matura, ex prostituta, diciamo, “andata in pensione”, governa tutto con mano ferma. È lei il vero centro di potere della casa.

Palermo a Luci rosse - una marchetta ricostruita con AI
La “marchetta” era il gettone che solitamente veniva dato al cliente che lo consegnava alla ragazza prima della prestazione. A fine giornata, la ragazza restituiva i gettoni alla tenutaria per ricevere il compenso dovuto. (Marchetta ricostruita con AI sul modello dei gettoni francesi)

Una volta scelta la ragazza, si pagava alla cassa e si riceveva un gettone (“la marchetta“, da cui il termine della prestazione sessuale) si saliva in camera e si consegnava come ricevuta di pagamento. Non immaginatevi “notti di sesso infuocato”, no: l’incontro durava circa dieci minuti. Volendo, si poteva restare un quarto d’ora, mezz’ora, un’ora, pagando una tariffa proporzionale. La prostituta procedeva col lavaggio intimo del cliente controllando che non vi fossero segni visibili di malattie veneree e poi si consumava.

Subito dopo, la cameriera di piano rifaceva il letto e disinfettava la stanza e via, un altro cliente! L’igiene era una questione seria: visite mediche settimanali obbligatorie per le ragazze, patentino di buona salute da esibire e in talune case persino iniezioni di bismuto somministrate a tavola due volte la settimana come protezione dalle malattie veneree.

La tipica “giornata lavorativa” della prostituta iniziava alle otto del mattino, nei casini più eleganti, con la colazione a letto portata dalla cameriera. Si aveva a disposizione circa un ora per uscire ed eventualmente fare acquisti, ma mai in gruppo! e poi al lavoro fino all’una. Ripresa alle tre, fino alle sette. Poi ancora dalle otto all’una di notte.
Vivevano in una specie di semi-reclusione, sotto il controllo costante della Pubblica Sicurezza. La matematica era quella di un contratto di mezzadria: metà marchetta alla direttrice, metà alla ragazza. Con le spese per cibo e alloggio pagate extra.

Ogni quindici giorni scattava la regola della «quindicina»: le ragazze venivano scambiate tra le case di diverse città italiane. Prima di partire, bisognava mandare una fotografia «particolareggiata» alla maitresse della nuova destinazione per essere «ammesse». Una volta accettate, ci si presentava al nuovo posto di lavoro con tanto di patentino di buona salute e ci si registrava presso la Questura locale.

Quanto costava il peccato: il tariffario del desiderio

Palermo a Luci rosse - Tariffario AI
Tariffario anni ’30 ricostruito con AI

Le tariffe erano tutto tranne che uniformi. Il sistema era rigorosamente a classi, quasi un riflesso della stratificazione sociale italiana. Le tariffe erano differenziate anche per durata: la prestazione base, la «doppia», mezzora, un’ora. Per i militari ed i ragazzi di “primo pelo” alcune case offrivano sconti speciali. Alcune foto d’epoca degli anni 20-30 del Novecento riportano prezzi medi d 1 a 5 lire per il servizio normale, da 4 a 10 per la «doppia», e via via a salire per mezzora o per un’ora. Nelle case di lusso come quella della Valido, prima della definitiva chiusura, si arrivava fino a 10.000 lire per una prestazione. Nei bordelli di infimo ordine si scendeva fino a 50-150 lire. La media nelle case di medio livello era attorno alle 200 lire per la prestazione base.

Per capire il potere d’acquisto di queste cifre: negli anni Cinquanta, con 200 lire si comprava un pasto completo al ristorante. I guadagni erano naturalmente proporzionati alla mole di lavoro e pare che le prostitute più carine e ambite riuscivano a servire decine di clienti al giorno. Una catena di montaggio del sesso, fatevi quattro conti.

Nelle case di prima categoria, venivano offerte misure di riservatezza speciali per i clienti «importanti»: l’anticamera veniva chiusa, o si organizzavano incontri dopo la mezzanotte, l’orario ufficiale di chiusura. Banchieri, politici e prelati: si racconta che i preti entrassero in borghese ma si tradissero tenendo le medagliette religiose anche quando si spogliavano.

Nomi di battaglia e identità rubate

Nessuna si chiamava con il proprio nome. Era una regola non scritta ma universalmente rispettata: il nome di battaglia proteggeva l’identità reale, impediva che il «disonore» ricadesse sulla famiglia. E c’era anche un altro motivo più sottile, quasi psicologico: cambiare nome era il primo passo per costruire una doppia identità, un modo per convincersi che «quella lì» non eri davvero tu.

I nomi erano esotici, stranieri, evocativi. Spesso rivelavano la provenienza reale o inventata: la torinese, la tedesca, la messinese, la bolognese, oppure tripolina, Addis Abeba, Adua (soprannomi in voga durante il fascismo, quando le conquiste coloniali riempivano i giornali). E poi nomi slavi e mitteleuropei che evocavano qualcosa di lontano e misterioso: Tamara, Wanda, Sonia, Katia, Tatiana, Natascia, Vanessa, Marusca «la svergognata».

La chiusura delle case di tolleranza: il 20 settembre 1958

La Legge Merlin del 20 febbraio 1958, portava il nome di Angelina Merlin, prima senatrice donna d’Italia, socialista di Padova, che aveva dedicato anni alla battaglia per restituire dignità alle prostitute. Sette mesi più tardi, per dar tempo a prostitute e tenutari di organizzarsi, il 20 settembre 1958, a mezzanotte in punto, entrava in vigore la legge che chiudeva tutti i bordelli italiani. Era un sabato.

A Palermo non ci furono proteste. Ci fu una festa. Una festa malinconica durante la quale in ogni casa si brindò con i clienti più affezionati. Nessuno pagò la marchetta quella sera, offriva la casa, offriva la tenutaria, offrivano le ragazze. Era un addio.

La notizia della chiusura delle case di tolleranza attraversò l’Italia come un vento improvviso: molti reagirono con un senso di perdita, quasi fosse scomparso un pezzo di mondo che, nel bene e nel male, aveva fatto parte del tessuto sociale del Paese. Altri, invece, accolsero quel cambiamento con un sollievo profondo, convinti che finalmente si stesse compiendo un atto di giustizia verso la dignità delle donne.

Le regine della strada: le leggende del marciapiede

Palermo a Luci rosse - prostitute di strada
Prostitute di strada foto depositphotos.com

Dopo la Merlin, le prostitute non sparirono. Si dispersero per la città, molte comprarono con i pochi risparmi accumulati un piccolo appartamento e continuarono a lavorare in autonomia.

Nacquero così le regine della strada degli anni Sessanta e Settanta, figure leggendarie che Palermo ricorda ancora oggi con una miscela di ironia e nostalgia. La più famosa di tutte era la Trimmutura, che in dialetto palermitano significa «tre motori». Attiva soprattutto fuori dal centro storico, tra il porto e il mercato del Capo. Il suo vero nome era probabilmente Maria, e il soprannome derivava dalla fantasia che ognuno applicava a seconda delle dicerie sul suo conto. Qualcuno sosteneva che il nome fosse dovuto al fatto che la donna era una delle poche disposta ad “offrire un servizio completo”; altri che avesse una protesi a una gamba per via di un incidente, il che la costringeva ad andare “a tri cannili” (a tre candele, lentamente); altri ancora che fosse grossa e goffa il che la costringeva ad una camminata caratteristica…
In realtà, nessuno sa con certezza quale sia la verità e tantomeno come sia finita.

Insieme a lei vengono ricordate Nicoletta associata alla Trimmutura come se questo epiteto fosse una sua caratteristica: “Niculetta a Trimmutura”. Pare, invece, che fosse la rivale, attiva nella zona dell’Olivella: una donna piuttosto bella ed ambita da molti giovanotti. Altre figure come Sabella, a Sciancata, a Scimiuna sono meno conosciute. Qualcuno ricorda una tale Santina, che lavorava alle falde di Monte Pellegrino seduta su una sedia pieghevole accanto a un baracchino di legno, all’inizio del percorso verso il santuario di Santa Rosalia. Una presenza bizzarra e quasi sacrilega, proprio sulla strada dei pellegrini.

Palermo a luci rosse oggi: dal vicolo al Web

Oggi il mercato del sesso a Palermo è radicalmente cambiato. Le grandi aree verdi alle porte della città come la Favorita, le zone intorno alla stazione centrale e le aree portuali sono i nuovi teatri del sesso di strada. Le protagoniste sono spesso donne straniere, in gran parte nigeriane o dell’Europa dell’Est, vittime di reti di tratta, arruolate con l’inganno e poi costrette a lavorare in condizioni di estrema vulnerabilità.

Parallelamente è esploso il mercato online: siti di annunci, chat, app permettono alle escort di gestire autonomamente clientela e appuntamenti. Le tariffe sono tutt’altra cosa rispetto alle 200 lire di una volta: si parla di 100-150 euro per un’ora nelle fasce basse, fino a 2.500 euro a notte per le «escort di lusso» che prendono appuntamento direttamente tramite web.

Il giro d’affari è colossale: il Codacons stima il fatturato annuale della prostituzione italiana in 3,9 miliardi di euro. E il dibattito sulla riapertura delle case chiuse si ripresenta ciclicamente: un sondaggio SWG ha rilevato che il 71% delle donne italiane sarebbe favorevole al ripristino dei bordelli regolamentati. Paradossalmente, la legge nata per tutelare le donne è quella che le donne oggi mettono più in discussione.
E tu cosa ne pensi?

 

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

1 COMMENTO

  1. Molto interessante. Forse sarebbe stato il caso di inserire la bibliografia, a partire dal libro “Puellae” di Lucio Luca. Un’altra annotazione: nella ricostruzione della tabella con il tariffario bisognerebbe spiegare all’intelligenza artificiale che ha commesso un errore di cinque anni nel calcolo dell’era fascista. L’anno XV E.F. iniziò il 28 ottobre 1936 e terminò il 27 ottobre 1937. Comunque grazie per la passione con cui raccontate la lunga storia della nostra città.

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