Le parolacce a Palermo

cornaLe parolacce, si sa, le dicono tutti, in ogni parte del mondo e difatti sono la prima cosa che si tende ad imparare quando si vive in terra straniera.
Palermo, ovviamente non è da meno, anzi l’insulto dalle nostre parti ha assunto un carattere tutto speciale. Naturalmente non è il caso di elencare tutti gli improperi e le ingiurie che il popolo palermitano ha saputo coniare, anche per non cadere in un linguaggio triviale, becero e volgare (minchia che paroloni!… Ops, scusate).
Perché si dicono le parolacce? Innanzitutto per sfogarsi se qualcosa va storto, tipo “buttana ra miseria buttana!” Oppure per evitare di “Santiare”, cioè di bestemmiare, giacché fortunatamente non è costume del palermitano immischiare i Santi e tantomeno il buon Dio. E infine per abitudine, come chi intercala ogni due parole un “minchia”.
C’è poi l’abitudine di esternare la nostra disapprovazione verso qualcuno investendolo di insulti: e qua ecco che esce fuori tutta la fantasia del palermitano.
Essendo cresciuto in strada, come era tipico una volta, gli insulti e le parolacce le ho imparate sul campo, ma vi assicuro che la vera palestra è stata lo stadio dove veramente quello che si sentiva contro gli arbitri, era quasi “un’opera d’arte dell’ingiuria”.
Come tutte le cose, anche le parolacce cambiano coi tempi, si evolvono, e molte non si sentono più. Ora sono più continentali, più globalizzate. Che volete, è l’epoca di Internet!
Adesso mi appresto a ricordarne alcune, le più tipiche e altre più antiche, magari dimenticate: e scusatemi per qualche eccesso.

corna con le maniCuinnutu (cornuto)
Questa parolaccia è, a dire il vero, Nazionale, cioè ha lo stesso significato in tutta l’Italia. Il cornuto è semplicemente colui che è stato tradito dalla moglie, perché è lei che mette le corna al marito. Senza entrare nelle origini di questo insulto, dobbiamo notare che è una parolaccia tutta al maschile: il maschio può essere un cornuto, mentre non esiste un corrispettivo per la donna che viene tradita, come se ciò fosse del tutto normale (che mondo maschilista!).
Dunque il termine è Nazionale ma da noi è investito da una colorazione tutta particolare: intanto può essere inviato per delega “Va ricci cuinnutu a to patri” che sottintende che la moglie, e per transizione la madre del malcapitato, è una Buttana. Ma non solo, può essere esteso a tutto l’albero genealogico, Cuinnutu tu e tutta a to razza!. Interessante, vero?
Questo insulto può essere lanciato senza bisogno di parole, basta il gesto eleoquente dell’indice e del mignolo aperti sul pugno chiuso, per esempio fuori dal finestrino dell’auto, quando qualcuno azzarda una manovra pericolosa; o addirittura essere espresso in forma di metafora, col dico e non dico, tipo: “U cervu in pettu a tia è tignusu” (il cervo in confronto a te è calvo) oppure “Un passassi ri Porta Nova mancu a panza ‘nterra” (non riuscirersti ad attraversare Porta Nuova, neppure strisciando con la pancia: il perché penso sia evidente!)
C’è però una sfumatura positiva di questo insulto. Per esempio un Cuinnutieddu è un ragazzino furbo e in gamba, mentre un “Cuinnutazzu” può essere inteso per una persona scaltra, che ci sa fare; come del resto lo stesso cuinnutu, dipende con quale tono viene detto, può acquistare note positive.
Varianti con lo stesso significato di cornuto sono beccu e crastu (dal momento che le corna ce le hanno davvero!) e per entrambi esistono le sfumature positive: beccarruni e crasticeddu.

Una donna può essere Pulla, buttana o Niculetta.
Attenzione, il palermitano, normalmente è un gran signore, per cui è rarissimo che rivolga direttamente un insulto di questo genere ad una donna. A meno che non sia proprio incazzato!
Più facile rivolgere queste “perle” ai maschi che vuole offendere. In questo caso l’indirizzo delle ingiurie sono le mamme o le sorelle dell’ingiuriato.
È bene, a questo punto, fare le dovute distinzioni.
La “Pulla” (probabilmente da un vago latinismo, puella, fanciulla) è la donna, o la ragazza, che si concede facilmente. Quella che va un po’con tutti, con semplicità, forse per piacere (ma il piacere personale delle donne non pare sia contemplato!).
La “Buttana”, invece, è la classica prostituta, quella che si concede per denaro. Con questo, non si intendono per nulla offendere le donne che esercitano il “mestiere”, ma è solo un modo di ingiuriare le persone le cui parenti evidentemente non sono per niente delle prostitute professioniste.
Un discorso a parte va fatto per il termine “Niculetta”. Una offesa per lo più rivolta alle madri e alle sorelle, oggi ormai in disuso. Nicoletta, era una prostituta storica di Palermo negli anni 50. Pare fosse una bella donna, e andarci era motivo di vanto per i giovanotti dell’epoca. Esercitava, probabilmente, al di fuori delle case chiuse, in privato cioè, ed era la “rivale” dell’altrettanto famosa “Trimmutura”, la prostituta di strada, così chiamata o per le forme abbondanti o forse per il numero di prestazioni eseguite. Di queste due donne e di questo mestiere a Palermo ne parleremo comunque a parte ed a proposito si accettano testimonianze e ricordi personali.

Negghia, brunello e cosa ‘nutili
Queste ingiurie si muovono tra il bonario e l’offesa grave. Essere “na negghia” (nebbia) vuol dire essere evanescente, arruffone e incapace; mentre il “brunello”, non è un vino, ma uno che non ha parola, un cambiabandiera, uno poco affidabile. Molto più grave dire a qualcuno che è  ‘na cosa ‘nutile, o peggio, ‘na cosa ri jccari (una cosa da buttare) o addirittura nuddu miscatu cu nienti (nessuno immischiato col niente) cioè la nullità in assoluto.

Frociu, arrusu o garrusu
Della omosessualità oggi si ha più rispetto e più comprensione, ma una volta non era così. La parola gay, molto più elegante, l’abbiamo importata dal mondo anglosassone. Prima si diceva finocchio e basta, ma se si voleva offendere qualcuno lo si etichettava come frocio o peggio “arrusu” o “garrusu” che rappresenta la parte passiva dell’omosessualità. Apriti cielo se un ragazzo veniva chiamato così! O se il padre venisse ingiuriato con questi epiteti.

Ovviamente il bestiario potrebbe continuare ma non credo che sia il caso. Ricordiamo solo alcune parolacce quasi divertenti come tappinara che vuole insinuare che le prostitute in casa stavano in pantofole; stracchiulara che è un sinonimo ma non ne conosco la radice (sembra che abbia a che fare anche col modo di vestirsi e proporsi, cioè sguaiatamente). Immuruti ri patri, che è un’offesa-imprecazione lanciata in generale e “piscia e trema“, ingiuria rarissima lanciata ai cosiddetti  “cacasotto” direbbero i continentali.
La chiudiamo qui, ma sappiamo bene che di ingiurie ce ne sono tante quante la fantasia e la volgarità sa inventare, ma ci auguriamo di non sentirle mai, specie quelle più oscene, dal momento che per prima cosa squalificano chi le pronuncia.

Saverio Schirò

 

3 COMMENTI

  1. Mi fa ritornare ragazzino. E poi con il termine “cuinnutu” si coinvolgevano altri : ” cuinnutu tu e cu un tu rici puru”.

  2. Di ingiurie ce ne sarebbero veramente tante altre perché il palermitano sa essere fantasioso: ma si capisce che non tutte possono essere riferite… chi capisce intende…

  3. Saverio, troppo forte stu articolo, e per me che sono cresciuto alla Kalsa e sono andato una sola volta da “Niculiatta” tutte le ingiurie e gli improperi mi sono familiari. Su “stracchiulara” ho qualche dubbio, perchè pensavo che avesse a che fare con “curtigghiara”, una che fa “curtigghiu”. Ho cercato di spremermi il cervello alla ricerca di qualche altro “epiteto” e ho trovato “fissa i to matri” (che credo non abbia niente a che fare con la mancata scaltrezza della stessa ma con il proprio organo sessuale…..) e “aricchiuni” (sinonimo di frocio). Poi ho trovato “cascittuni” (sinonimo di spione). Alla Kalsa c’era un bambino che chiamavamo “setti cannuali” perchè gli scolava sempre il naso. Se ne ricorderò qualche altro ti farò sapere

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