Queste breve articolo si occupa provocatoriamente del “lato B” delle donne  perché, diciamoci la verità, è la parte anatomica  sulla quale si posano molto spesso gli occhi dei maschi.
Complice, forse, la moda che vede le donne preferire l’uso di pantaloni o gonne attillate che ricalcano perfettamente la sagoma dei glutei. Mi viene difficile pensare che lo stesso avvenisse nei secoli passati o addirittura anche fino a 100 anni fa, considerato l’abbigliamento femminile.
Naturalmente per molte donne “l’occhiatina” del maschio può essere vissuta in maniera ambivalente. Da un lato con una sorta di civetteria con la sensazione di chi seduce e fa colpo (presumibilmente chi è ben consapevole di avere un bel lato B); dall’altra con la paura del giudizio di chi non è sicura della propria avvenenza; mentre addirittura con terrore da parte di coloro che hanno coscienza di un corpo che fa a pugni con gonne e pantaloni, ma che legittimamente non rinunciano al diritto di seguire la moda.
Molto spesso le vedi quasi istintivamente abbassarsi la maglietta, un tentativo maldestro di coprire ciò di cui si vergognano o che esse stesse non apprezzano.

Ma passiamo alle occhiate del maschio, che a Palermo vengono tradotte con il termine “mummiate”, quell’abile movimento delle orbite oculari che, come un raggio laser di nuova generazione, punta  lo sguardo (istintivamente o con intenzionalità) verso le grazie sinuose dell’avvenente passeggiatrice.
Intanto eliminiamo ogni forma di ipocrisia, mettendo da parte ogni sorta di falso moralismo: questa pratica, con diverse sfumature, è consueta e sembra essere iscritta nel  patrimonio genetico del maschio, con particolare rilevanza in quello siculo che si distingue per la famosa “giriata” o “firriata”, quando superata frontalmente la sagoma della donna, le cui forme lasciano presagire che il meglio deve ancora arrivare, ci si gira per porre fine alla scannerizzazione 3D del fondoschiena.
La discriminante dipende naturalmente dalla qualità e dalla discrezionalità dello sguardo. Mi posso trovare davanti ad un quadro, ammirarlo e passare avanti. Posso trovarmi davanti allo stesso ed essere colpito dalla sindrome di Stendhal con i classici sintomi riconducibili a  capogiri, tachicardia e  vertigini. Ma posso anche essere sopraffatto dalla bramosia e dalla cupidigia, quindi dal desiderio di possederlo e quindi di rubarlo.
Stesso concetto può applicarsi nei confronti di un fiore: possiamo ammirarlo, provare emozioni forti o strapparlo dalle sue radici.  Essere o Avere? Sono le due modalità (direbbe Erich Fromm) con cui ci si approccia alle cose e alle persone.

Ma qual’è l’atteggiamento del maschio quando per strada incontra una donna?
Molti  uomini  apprezzano un sedere (che anche attraverso la pittura e la fotografia assurge esso stesso ad opera d’arte) e passano avanti; altri, meno abili nel gestire certe emozioni, possono incorrere nella sindrome di cui prima, ma la categoria peggiore è quella che si fa sopraffare dalla bramosia (probabilmente la stessa di cui fu vittima Adamo, nel vedere Eva, ma in quel caso poco condannabile vista la novità assoluta).
Ma in un contesto di libertà sessuale, cos’è che spinge tanti uomini a sbavare dinanzi alle fattezze di una donna? Sembra che alla stessa stregua del cane di Pavlov si attivi quel meccanismo del riflesso condizionato per cui la vista della donna viene associata alla sessualità, con conseguente scesa in campo degli istinti sessuali.
E’ possibile guardare una donna, sottraendosi al riflesso condizionato di cui prima? Per chi ha una fidanzata, una moglie, una compagna è possibile guardare una donna  con lo stesso sguardo di chi ammira un’opera d’arte senza sbavare?

Giuseppe Compagno

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