Una passeggiata sulle “Mura delle Cattive” a Palermo

Un luogo tanto ameno dalla storia piuttosto curiosa per dicerie e pettegolezzi

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Credo che ogni palermitano conosca le cosiddette “Mura delle Cattive” al Foro Italico. E magari si sarà anche chiesto chi erano queste donne così malfamate da essere ricordate addirittura in un luogo. Erano streghe? Ladre? Prostitute? Qualcuno senz’altro lo avrà pensato, e così, su queste “Cattive” si sono intrecciate storie e leggende. Un po’ di verità comunque c’è sempre: vediamo di scoprire di cosa si tratta, ma dobbiamo fare un salto indietro di quasi 500 anni!

La Palermo di fine 1500, era cinta di robuste mura protettive, rinforzata da 12 bastioni. Nella zona della Kalsa, le mura separavano la città dal mare, fino a quando il viceré Marco Antonio Colonna, nel 1581 fece prolungare la via Toledo, cioè il Cassaro, fino a Piazza Marina e l’anno successivo, fece costruire il lungomare, che costeggiava le mura: la Strada Colonna.
La strada fu via via arredata con la costruzione di un teatro marmoreo, diverse statue e marciapiedi sul lungomare mentre la cortina muraria venne interrotta con la costruzione della Porta dei Greci e di Porta Felice.  

Le mura cinquecentesche furono lentamente inglobate da costruzioni e casine che divennero dei circoli privilegiati per gli incontri culturali delle classi agiate: “Nell’estate si aprono le stanze del piano terreno di esse, per uso di caffè al comodo del pubblico, in alcune si adunano diverse società di nobili per conversazione, con biliardo e tavolini da gioco” (Gaspare Palermo, Guida istruttiva… 1816).

Nella seconda metà del ‘700, la strada Colonna venne ulteriormente ingrandita con l’abbattimento dei due bastioni, del Tuono e della Vega, che davano sul mare, diventando la meta preferita della nobiltà palermitana. Così, nelle sere d’estate il lungomare cittadino si animava di carrozze e lacchè e, secondo i cronisti dell’epoca, la passeggiata della Marina aveva un certo appeal anche per dare sfogo alle inclinazioni libertine delle classi nobili… e meno nobili.

Le mura delle Cattive

Della cortina muraria rimase solo un tratto di camminamento sopra le mura dalla parte vicina a Porta Felice. Un luogo definito dal Di Marzo, “indecente e abbandonato”, nonostante vi si affacciassero le terrazze dei piani superiori di alcuni notevoli palazzi nobiliari: il Palazzo Benso, il Palazzo Branciforti-Butera, il Palazzo Galati Lampedusa.
Poi nel 1813, don Antonio Lucchesi Palli principe di Campofranco, allora Luogotenente della Sicilia, decise di sfruttare il camminamento per realizzare un “pubblico parterre”, una pubblica passeggiata con accesso dalla strada Colonna attraverso due scalinate: una di fianco a Porta Felice, nell’attuale piazza Santo Spirito, decorato con due erme su alti piloni in tufo; l’altra nel primo tratto della via Alloro. 

Teodoro Duclère, (NAPOLI, 1816 – 1867) LE MURA DELLE CATTIVE A PALERMO, 1859

Questa “passeggiata”, posta a 5 metri dal piano stradale, fu pavimentata e arredata da panchine, piedistalli con vasi e statue, e designata come “strada Colonna superiore”, e fu apprezzata dai palermitani di tutti i ceti. 200 metri di terrazza sul mare da dove si poteva godere della brezza marina in maniera più riservata rispetto al lungomare sottostante, e forse per questo frequentata più discretamente dalle “cattive”, che in lingua siciliana definiva le donne che avevano perso il marito: le vedove.
Da questa frequentazione, nacque il nome di “Passeggiata delle Cattive” e “mura delle Cattive” fu chiamato tutto il complesso sopraelevato.

E qui, la tradizione e il chiacchiericcio popolare hanno farcito di leggende e storielle le frequentatrici di questo luogo. Ecco come descrive questo luogo il Piola nel 1870: 

Il nome di Mura de’ Cattivi, dicesi, essendo un luogo da potervisi respirare un’aria libera, vi andavano le donne che avevan perduto i mariti affin di dare alleviamento a’ loro dolori. Abbiamo in Palermo un proverbio, che il lutto di cui si vestono le vedove corrisponde ad un si loca, volendo significare che simili donne si mostrano disponibili per un altro marito. Pare dunque probabile che a tale scopo le vedove, nel nostro vernacolo “cattivi”, si portavano su queste mura. Collo scorrere del tempo questo sistema venne a degenerare, prima del 1823 (quando fu impiantato l’attuale parterre) era divenuto un convegno di donne di malaffare, le quali vi andavano in cerca di amorazzi”. (C. Piola, Dizionario delle strade di Palermo, Palermo 1870)

E ancora pettegolano i cronisti: “Qui (se la tradizione è plausibile) le vedove (cattivi) che non vogliono farsi scorgere, ma che invece si mettono in evidenza, vengono a prendere un po’ d’aria, e la frequente loro presenza dà il nome all’alto viale, ed il nome è etichetta della merce”. 

Insomma una brutta nomea per queste donne afflitte dal dolore per il lutto ed etichettate di essere facili prede da conquista, come recita un antico proverbio palermitano: “La vidua è come mecciu astutatu chi fuma” cioè è come una candela appena spenta che fumando è facile ad accendersi.

Ebbene non sappiamo cosa sia vero di queste dicerie, sorvoliamo volentieri, anche perché la passeggiata sul muro delle Cattive lentamente è andata fuori moda ed il luogo è andato semidistrutto durante i bombardamenti del 1943. La decisione di liberarsi dalle macerie prodotte dai bombardamenti sversandole nel mare prospiciente il Foro Italico, allontanò il mare dalla città e così il grande viale alberato e l’annesso parterre persero valore. 

Dal 1997, riqualificata e restaurata, la passeggiata sulle mura delle Cattive è tornata disponibile al pubblico, ma purtroppo è rimasta ancora poco valorizzata, poco frequentata dai palermitani e quasi sconosciuta ai turisti.

Saverio Schirò


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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Staff member. Appassionato di Arte e Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

2 COMMENTI

  1. L’Ingegner Felice Giarrusso, cui si deve il Piano Regolatore di Palermo del 1885, non ha proprio nulla a che vedere con lo sversamento in mare delle macerie della città prodotte in special modo dai bombardamenti americani della prima metà del 1943. In effetti, Giarrusso nacque a Siracusa nel 1844 e morì a Palermo alla veneranda età di 91 anni nel 1935, ossia cinque anni prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. La decisione di “liberare” la città dalle macerie da essi stessi prodotte, facendo arretrare di molti metri la linea di costa prospiciente il Foro Umberto I e togliendo a Palermo l’incanto della sua passeggiata sul lungomare, si deve a Charles Poletti, capo dell’AMGOT. Poletti fece addirittura piazzare dei binari provvisori che si estendevano per tutto il lungomare (da Sant’Erasmo fino alla Cala e poi su Via Crispi fino al piano di Santa Lucia) su cui facevano la spola piccoli vagoni scoperchiati che venivano caricati dei detriti. Nei mesi precedenti, a causa della carenza di mezzi, il Comune di Palermo si accordò con alcuni “carrettieri”, molti dei quali “amici degli amici”, per autorizzarli allo sgombero a titolo gratuito in cambio della disponibilità di ferro, legname e materiale di risulta vario. Inutile dire che costoro approfittarono delle disgrazie altrui arricchendosi con la vendita di argenteria e gioielli razziati nelle case distrutte.

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