I Lavatoi Pubblici a Palermo: quando i panni sporchi “Non si lavavano in famiglia”

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Come forse non tutti sanno, fino ai primi anni sessanta del secolo scorso, periodo in cui l’acqua corrente non era ancora arrivata in tutte le case della città, era facile incontrare ancora delle massaie che con le loro ceste piene di panni da lavare si recavano presso i lavatoi pubblici. Oggi che in ogni abitazione è presente la lavabiancheria, si è quasi persa la memoria dell’importanza che hanno avuto i lavatoi pubblici fino a tempi relativamente recenti.

Ma perché ricordarsi degli antichi lavatoi? Alla fine si tratta di manufatti, salvo alcune eccezioni, di poco valore artistico e architettonico. Essi, però, hanno fatto parte della vita quotidiana delle nostre nonne e hanno visto la loro fatica, i sacrifici e le loro esperienze di vita.

Per molte generazioni di donne, infatti, il lavatoio non era solo un luogo di lavoro, ma svolgeva anche un ruolo di aggregazione, un punto di ritrovo, un luogo di socializzazione: spesso le lavandaie – impegnate anche a curare il cosiddetto focolare domestico – erano accompagnate dai figli o da altri familiari, trasformando il lavatoio in una specie di “agorà” di scambio di opinioni o semplicemente di scambio di parola.

Nel periodo a cavallo tra la fine del XIX secolo e tutta la prima metà del XX secolo, essi erano presenti in molte borgate della città, in zone che, ovviamente, erano caratterizzate dalla presenza di acqua. I lavatoi pubblici, testimonianze del nostro passato cui bisogna non disperderne la memoria, hanno da sempre fatto parte del nostro territorio, e quei pochi che oggi sono rimasti, sono dei monumenti che fanno parte, a pieno titolo, dell’archeologia del luogo: in città ne rimangono pochissimi, di cui alcuni restaurati e in ottime condizioni; due li troviamo nel quartiere di Brancaccio, in via Conte Federico e in via Germanese, uno nel quartiere Settecannoli, ad angolo tra via Cirrincione, un tempo via Cavallacci e via Canonico Carella (a me particolarmente caro visto che, ogni tanto, anche la mia mamma vi andava a lavare i nostri panni). Altri due li troviamo in vicolo della Lavanderia ai Danisinni, praticamente inglobato tra le abitazioni della borgata, e l’altro, ormai totalmente in stato di abbandono, sepolto dalle sterpaglie e dalla spazzatura, in via Messina Marine, inglobato nel complesso della Casa del Fanciullo nella contrada di Acqua dei Corsari.

Come si lavavano i panni nei lavatoi pubblici

Lavatoi pubblici generati da AI

Lavare la biancheria era un autentico rito. Sapone, cenere e acqua bollente: questo era tutto ciò di cui una lavandaia, talvolta di professione, aveva bisogno, oltre ad una buona dose di forza fisica e pazienza.

Spesso, con qualsiasi tempo e temperatura, si passava l’intera giornata dentro il lavatoio, molte ore, infatti, venivano dedicate al lavaggio della biancheria; di solito si lavava dentro le grandi “pile” in muratura addossate ai muri che avevano dei piani scanalati, usando, appunto, acqua bollente, sapone, che veniva fatto in casa (il sapone si otteneva da una miscela di olio d’oliva o grasso di maiale, soda caustica diluita, acqua e sale da cucina che si faceva bollire mescolando continuamente), aggiungendo cenere di legno fine e bianca. L’adduzione delle acque era ottenuta attraverso condutture metalliche poste sulle vasche.

Un lavoro pesante (per ore chine sui panni sporchi) che spezzava la schiena e rovinava le mani delle lavandaie, che fornivano un servizio essenziale anche alle famiglie nobili: quando potevano, le lavandaie usavano grandi recipienti coperti da teli bucherellati dove versavano acqua bollente con cenere, da cui viene il termine “bucato”. Ora quel tipo di lavoro non serve più e la fatica di generazioni di donne è svanita nel nulla.

Tradizioni e curiosità sulle lavandaie

Lavoro duro, ma almeno, come altre categorie di lavoratori, anche le lavandaie avevano la loro protettrice: la grande madre Sant’Anna.

Anche se la tradizione vuole che essa fosse stata una ricamatrice, si sosteneva che in gioventù sia stata anche una lavandaia. Per questo motivo il giorno della sua festa, il 26 luglio, non si faceva il bucato: si narra che una lavandaia della zona dei Danisinni, che non osservò tale credenza, venne trasformata in una statua di marmo.

Probabilmente, afferma l’etnologo Giuseppe Pitrè, che riporta nei suoi testi credenze e detti popolari relativi al mestiere delle “lavannare”, la devozione a Sant’Anna si lega alla canzonetta che recita: Sant’Anna lavava, Maruzza stinnìa, Gesuzzu chiancìa ca latti vulìa” (Sant’Anna lavava, Maria stendeva, Gesù piangeva perché voleva il latte).

Si racconta che il primo venerdì di “novilunio” non si stendeva il bucato o, se lo si faceva, bisognava fare molta attenzione perché, se in quel giorno avesse piovuto, ogni goccia d’acqua avrebbe fatto un buco nella biancheria. Il giorno preferito per stendere i panni era il giorno successivo, il sabato, in cui il sole sarebbe apparso, secondo la credenza popolare, “ almeno sette volte”.

Nicola Stanzione

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Nicola Stanzione
Nicola Stanzione
Innamorato di Palermo ed esperto dei suoi palazzi storici, monumenti, usi, costumi e tradizioni

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