Il Giapponismo: Come Palermo scoprì l’Oriente

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Il ventaglio dipinto nella Palermo Fin de Siècle tra accessorio moda, oggetto artistico e modello decorativo.

Che Palermo non fosse solo arabo – normanna e barocca lo sapevamo già, ma bisogna ammettere che, senza dubbio, la vicenda che la sta vedendo protagonista dell’acceso dibattito sulla creazione del Museo del Liberty sul luogo esatto in cui sorgeva Villa Deliella, una delle pagine più tristi della speculazione edilizia del XX secolo, ha riacceso un certo interesse verso l’identità Liberty della città.
Non è mia intenzione trattare la storia della sopradetta e sfortunata villa, bensì cavalcare l’onda di questo attuale coinvolgimento storico – artistico per mettere in luce aspetti di questa meravigliosa parentesi che inserì Palermo in un contesto artistico più europeo di quanto non lo sia oggi.

Il Liberty non fu altro che il frutto spontaneo dei quei cambiamenti sociali, economici e politici in atto nel mondo, a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento. Le lotte per l’emancipazione femminile, la scalata sociale della borghesia imprenditoriale, l’industrializzazione, sebbene arrivate in ritardo in Italia rispetto ai paesi di origine, contribuirono a creare un clima di entusiasmo e di frenesia intellettuale che appassionò soprattutto gli artisti, annoiati da un’arte che continuava, in un modo o nell’altro, a guardare pur sempre al passato.
L’avvenimento che più si interfacciò con la realtà artistica del tempo fu la firma della convenzione di Kanagawa nel 1854 che permise al Giappone di aprirsi agli scambi culturali e commerciali con l’Occidente: il passo verso la corrente artistica (ma non solo) definita Giapponismo dall’artista francese Philippe Burty fu davvero breve.
Ecco l’ispirazione e l’innovazione che gli artisti stavano aspettando.

In arte, giapponismo non significò soltanto utilizzo della tecnica pittorica dell’acquerello o  resa minuziosa ed elegante di elementi presi in prestito dal paesaggio orientale, come orchidee, bambù e ninfee su specchi d’acqua: questo si espresse anche attraverso oggetti d’uso comune, uno fra tutti il ventaglio.
Adottato piacevolmente come accessorio moda dal gusto esotico, veniva sfoggiato con leziosità dalle signore dei migliori salotti dell’epoca, che si divertivano talvolta a posare in abiti orientali nei cosiddetti tableaux vivant, scenografie create ad hoc con scopo ludico – fotografico. Importato direttamente dal Giappone, aveva una struttura pieghevole realizzata in materiali preziosi come osso di tartaruga o madreperla, ricoperta da sete variopinte e spesso dipinte con miniature a “volo d’uccello” come erano soliti fare gli artisti del Sol Levante.

La sua felice diffusione lo vide imporsi via via anche come oggetto artistico: al concorso del 1915 circa la creazione di un ventaglio che fosse espressione del patriottismo di quegli anni ruggenti, risposero artisti come Ettore De Maria Bergler, Rosario Spagnoli, Salvatore Gregorietti, Rocco Lentini, Ruggiero Bracco e molti altri validissimi rappresentanti di quel gusto che si andava imponendo in diversi altri settori, come quello dell’arredamento e dell’edilizia.

Da piccola opera d’arte funzionale si trasformò poi in vero e proprio modulo decorativo: magistrale esempio è dato dai ventagli dipinti in trompe l’oeil secondo la tecnica dell’affresco da Rocco Lentini sul soffitto della Sala dei Ventagli di Palazzo Ziino.

Una fin de siècle multisfaccettata quindi, che conserva ancora tracce di quel passato glorioso e, per certi versi curioso, che aspettano solo di essere scoperte e raccontate.

Fonti:
E. Rizzo, M. C. Sirchia – Sicilia Liberty, Dario Flaccovio Editore 2007
D. Brignone – Liberty e Giapponismo. Arte a Palermo tra Ottocento e Novecento, Silvana Editoriale 2017

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Maria Luisa Russo
Maria Luisa Russo
Classe 1984, storico dell’arte e appassionata di scrittura da sempre, ha vissuto all’estero per tornare a Palermo e raccontarne la bellezza. Colleziona libri vintage sull’arte siciliana, in particolare sulle arti decorative.

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