Le spietate avvelenatrici di Palermo

Un po' maghe, un po' fattucchiere, altre belle cortigiane

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Nel XVII e XVIII secolo, Palermo si distinse per una serie di avvelenatrici degne dei serial killer più spietati, benché a quei tempi si trattò per lo più di affari, infatti il veleno veniva fabbricato e venduto a chi voleva sbarazzarsi di qualche malcapitato.

Fra le avvelenatrici di Palermo la più nota e famosa fu certamente Giovanna Bonanno, soprannominata la “vecchia dell’ aceto“, che seminò vittime verso la fine del ‘700. Ma un secolo e mezzo prima fu protagonista una donna di cui sicuramente alcuni di voi hanno già sentito parlare: Francesca Rapisardi meglio conosciuta come Francesca “La Sarda”, accusata di aver fabbricato un veleno a base di acqua che non lasciava nessuna chance alle povere vittime, infatti una volta ingerito, restava loro poco tempo da vivere.

Gli omicidi si susseguivano uno dietro l’altro finché il traffico di veleni e la richiesta non fu tale da coinvolgere le autorità poliziesche che iniziarono ad indagare fino a quando la donna non venne scoperta, giudicata e condannata.
Fu giustiziata il 16 febbraio 1633, a piazza Marina, davanti ad una folla numerosa di gente accorsa ad assistere al macabro spettacolo. Era stata allestita addirittura una tribuna in legno per consentire al pubblico di assistere alle esecuzioni.
Morta “la Sarda”, però, gli omicidi non si arrestarono e qualche mese dopo fu scoperto un complice della avvelenatrice, tale Pietro Placido di Marco. Probabilmente fu la stessa avvelenatrice, sotto tortura, che ha indicato il Di Marco come complice e una certa Thofania d’Adamo come la diabolica artefice che aveva fabbricato il potente veleno: loro sarebbero stati semplici “spacciatori”.

Arrestato e torturato, il 21 giugno del 1633 Pietro Di marco fu squartato in quattro parti, poiché secondo la tradizione spagnola (si era appunto sotto il dominio spagnolo di Filippo IV) la tremenda punizione doveva servire da monito agli altri.
Pochi giorni dopo quella che fu ritenuta la responsabile principale dei delitti, appunto Thofania d’Adamo, fu giustiziata il 12 luglio 1633 con l’accusa di avere avvelenato un certo numero di persone tra cui il proprio marito.

Con la soppressione di quest’ultima assassina però la storia delle avvelenatrici di Palermo non era ancora destinata a concludersi.

Avvelenatrici: una professione redditizia

avvelenatrici di palermo

Oggi suona strano, ma a quei tempi, l’omicidio per avvelenamento (praticato da tutte le classi sociali)  era per molti un’occupazione intrigante, quasi un’arte, in cui bisognava esercitare tutta la propria abilità per evitare di attirare su di sé i sospetti delle autorità.
L’obiettivo era l’omicidio perfetto, ed il veleno risultava allora un’arma silenziosa ed efficacissima, a patto però di non lasciare tracce evidenti negli organi interni delle vittime. Ed è a questo punto che entra in scena un’altra maestra di quest’arte: una vera professionista dei veleni.

Giulia Tofana era una cortigiana della corte di Filippo IV di Spagna, ma aveva anche fama di essere megera e fattucchiera. Ovviamente in segreto dal momento che a quei tempi, esercitare pratiche occulte poteva portare dritte dritte al patibolo.
Ma Giulia aveva una splendida copertura, di lei, infatti, si dice che fosse una donna molto bella, affascinante, intelligente e portata per gli affari e per di più “introdotta” nei palazzi nobiliari.
Visse a Palermo nei primi anni del 1600 e si pensa fosse figlia o nipote di Thofania d’Adamo, da cui apprese le prime nozioni sui veleni, nozioni che approfondì seducendo con le sue arti amatorie e con la sua notevole bellezza un giovane farmacista che la portò a conoscenza dei  veleni più potenti dell’ epoca.

Ben presto  divenne talmente padrona della materia che volle sperimentare lei stessa una nuova formula. Facendo bollire dell’acqua in una pentola sigillata, con una miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio, ottenne una soluzione limpida e trasparente inodore e insapore, ma altamente tossica: aveva creato il veleno ideale che poteva essere usato nei cibi e nelle bevande senza essere scoperto da nessuno.

Il killer letale e silenzioso fu chiamato in seguito “‘acqua tofana” o “Manna di San Nicola” e, se assunto progressivamente e in piccole dosi, uccideva la vittima senza destare troppi sintomi da avvelenamento: produceva solo un po’ di febbre, vomito e un leggero malessere.
Divenne famosa in poco tempo. Chiunque infatti poteva ricorrere a questo rimedio per eliminare una persona scomoda, fosse esso un rivale in affari o un nemico qualsiasi.

I maggiori acquirenti di questa “acqua salutare” ovviamente rimanevano tutti coloro che avevano, per così dire, problemi di cuore, volendo ritrovare la libertà perduta con il matrimonio o liberarsi di un amante di cui si erano stancati. Fra le tanti clienti di Giulia Tofana vi fu pure sua figlia, che avvelenò il marito del quale si era stancata.

Questa attività, che esportò anche a Napoli e a Roma, le fruttò in breve tempo una grande ricchezza. La sua fama crebbe fino al giorno in cui una delle sue vittime riuscì per miracolo a scampare all’attentato, l’uomo si recò dalle autorità e denunciò l’accaduto. Cominciò così la caccia alla bella acquaiola che si rifugiò in un monastero dove rimase in salvo solo per poco tempo finché non fu catturata non appena tentò di fuggire.
Insieme a lei furono arrestate la figlia Girolama Spera insieme ad alcune apprendiste.
Furono giustiziate tutte nel 1659 a Campo de’ Fiori a Roma
Durante il processo la Tofana non negò nulla di ciò per cui veniva accusata, anzi, fiera, raccontò di avere “aiutato” molte donne e alcuni uomini, fornendo loro veleno in quantità tale da causarne la morte: una vera fredda serial killer.

Qui finisce la storia delle belle cortigiane avvelenatrici con un triste primato: solo a Roma, durante l’operato di Giulia Tofana, si registrarono 600 morti e non si conosce il numero di decessi di Napoli e di Palermo, né quante assassinii abbiano commesso la Tofania, la Rapisardi, il Di Marco e la Spera.

Maria Floriti

immagini by depositphotos.com

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Maria Floriti
Donna eclettica e versatile, dai fornelli alle ricerche sulle storie e tradizioni più curiose della nostra città.

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