Da Palermo, guardi il mare e pensi a Ustica. Un puntino laggiù, poco più di un’ombra all’orizzonte, eppure per un pugno di anni quel fazzoletto di terra è stato qualcosa di grande, qualcosa che ancora oggi fa battere il cuore a chi ama lo sport vero, quello fatto di polvere, sudore e sogni.
Parliamo del baseball, sì, proprio qui in Sicilia, dove il pallone da calcio sembra un’estensione naturale del piede di ogni ragazzino. Ustica, negli anni ’70 e ’80, è stata l’isola del diamante, una specie di miracolo sportivo che ha scritto una pagina tutta sua, intensa e breve, finita poi in un epilogo che lascia l’amaro in bocca.
Scopriamo insieme questa affascinante storia.
Le origini del baseball a Ustica
Rewind al 1970. Immagina la scena: Bruno Beneck, un pezzo grosso del baseball italiano, si gode il sole di Ustica, tra un piatto di totani e un bicchiere di malvasia. È in vacanza, ma vedendo dei ragazzini giocare a quattro cantoni e a manciùgghia (che consiste nel far saltare un sasso o un pezzo di legno e nel colpirlo al volo con bastone, in italiano chiamato lippa) la testa gli frulla.
Parla allora con Vito Ailara, un tipo sveglio che gestisce un albergo sull’isola, e gli butta lì l’idea: “Perché non proviamo col baseball?”. Detta così, sembra una boutade da turista annoiato. Ma Beneck fa sul serio: torna a Roma e spedisce a Ustica mazze, guantoni, palle. Roba che sull’isola manco sapevano come si teneva in mano.
Eppure, Vito ci crede. Raduna i ragazzi, trova un pezzo di terra pieno di sassi e vento, e si mette al lavoro.
Nasce l’Ustica Baseball Softball Club. Da Palermo, a pensarci, sembra una pazzia: il baseball? In mezzo al mare?
Ma quelli di Ustica non scherzano.
Il boom: quando l’isola sognava in grande
Da lì in poi, è un’escalation che ha dell’incredibile. Negli anni ’70 e ’80, Ustica diventa una specie di capitale del baseball siciliano, e non solo. Il campo, che chiamano “il diamante” senza troppi fronzoli, è un rettangolo di terra battuta che sembra uscito da un film western. Niente spalti, niente lussi, solo passione pura. Le squadre, una maschile e una femminile di softball, iniziano a giocare nei campionati nazionali. E vincono, pure. Non contro squadre di paese, ma contro città che hanno stadi e sponsor.
La nazionale italiana ci fa un salto per allenarsi, e Clelia Ailara, figlia di Vito, arriva a vestire l’azzurro alle Olimpiadi. Roba da non crederci.
A Palermo, negli stessi anni, il baseball è poco più di una curiosità per pochi fissati. Ma a Ustica è diverso: è una febbre che prende tutti. I pescatori mollano le reti per tifare, i ragazzini sognano di battere un fuoricampo invece di segnare un gol alla Favorita. È un’isola di 1.300 anime che si sente grande, che respira aria di riscatto. Il baseball diventa il loro modo di dire al mondo: “Ci siamo anche noi”.
Per quasi trent’anni, dai ’70 ai ’90, Ustica vive il suo momento magico. Le ragazze del softball sono una forza della natura e arrivano addirittura ad assere promosse nella massima serie, ma anche i maschi non mollano un colpo, inanellando successi e promozioni fino alla serie A2.
Il diamante è un posto sacro: ci vai e senti le urla, il crack della mazza, il vento che ti fischia nelle orecchie. Ci passano giocatori che hanno visto campi veri, con l’erba tagliata e le luci, ma lì, tra le rocce e il mare, c’è qualcosa di speciale. È uno sport americano che diventa siciliano, con quel mix di testardaggine e cuore che noi palermitani capiamo bene.
Alla fine la follia era diventata una favola. Ustica non era più solo l’isola del disastro aereo o delle vacanze estive: era un posto dove lo sport faceva miracoli. I tornei, le amichevoli, i pullman di avversari che sbarcavano dal traghetto – tutto aveva un sapore epico. E non era solo questione di risultati: era la gente, l’orgoglio di un’isola che si stringeva attorno a un’idea assurda e la faceva funzionare.
La fine del baseball Usticese

Negli anni ’90 però le cose iniziano a scricchiolare e Ustica perde pezzi. I giovani se ne vanno, come succede dappertutto da queste parti: a Palermo, a Catania o troppo spesso al Nord. La popolazione cala, il ricambio si ferma. Il campo comincia a sembrare stanco, le mazze restano appoggiate al muro. La Federazione, che pure aveva cavalcato l’onda del fenomeno Ustica, prende atto della situazione e guarda altrove, alle città dove il baseball può ancora attirare qualche soldo.
D’altronde il baseball usticese per il panorama italiano è attraente solo dal punto di vista del romanticismo sportivo, ma gli introiti sono pochi e le trasferte per gli avversari complicatissime, con le condizioni del mare che comandano sugli orari dei traghetti e gli aerei che intanto a Punta Raisi non aspettano.
Il diamante si svuota piano piano. un lento addio che cala il sipario su una favola sportiva. Le partite si diradano, l’erba spunta tra le crepe, e quella che prima era una festa alla fine diventa un ricordo.
Ustica aveva fatto l’impossibile, ma senza benzina non si va lontano.
Quella di Ustica è una storia che parla di noi siciliani: di come sappiamo prendere un’idea, anche la più assurda, e farla nostra. Il baseball sull’isola non è stato solo un passatempo: è stato un grido, un modo per dire che anche da un angolo dimenticato del mondo si può brillare. Non sarà tornato, ma chi c’era lo porta ancora dentro. E magari, chissà, un giorno qualche ragazzino troverà un vecchio guantone in soffitta e chiederà: “Cos’è questa roba?”.
Io spero che qualcuno gli racconti tutto. Perché certe favole, pure se finite, meritano di essere ricordate.
Fonti: F. Barcellona – Breve storia affettiva del Baseball a Ustica – Ultimo Uomo
C. Frigieri – La favola del “diamante” in mezzo al mare – Il bar del baseball