Cronaca di un giorno da pendolare

treno

Ho deciso da qualche mese – visti i disagi causati dal traffico e una ritrovata verve ecologista – di diventare un pendolare.
Il primo giorno mi presento alle 6.20 alla stazione di Ficarazzi con regolare biglietto da obliterare. Ma quannu mai!!!! Obliteratrice ostruita dai soliti imbecilli. Scendo le scale e percorro il tunnel per uscire al binario 2. Partenza alle 6.35. E ti pareva!!! Lo speaker annuncia che il treno è stato soppresso. Andiamo bene. Dovevo essere a lavoro all’ospedale Civico per le 7.10. Il prossimo treno è previsto per le ore 7.06, pazienza.
Il tempo di elaborare il lutto per la perdita del primo, che entra di nuovo in scena lo speaker di cui prima. “Siamo spiacenti ma il treno delle 7.06 proveniente da Termini Imeresi è stato soppresso“. A questo punto prendo coscienza del fatto che l’arrivo sul posto di lavoro si protrae di molto e che c’è un collega che aspetta la smonta.
Mi metto in macchina, esco velocemente da Ficarazzi per la statale 113 e dopo 50 metri mi trovo davanti un incolonnamento di macchine causato dai lavori iniziati in perfetta coincidenza con quelli dell’autostrada. Quando si dice sinergia, strategia di intenti. Faccio l’inversione ad U e ritorno alla stazione.
Finalmente lo speaker di cui prima prima annuncia l’arrivo del tanto atteso Minuetto, accompagnato dalla dolce voce di Mia Martini. Proviamo ad entrare con forza per cercare di prendere posto all’impiedi sul vagone. Tutti abbracciati l’uno con l’altro come sardine. A me tocca un uomo di colore di circa un metro e novanta. Chi si contenta gode, magari avrei potuto pure beccare qualcuna con ascelle a base di spray anti molestie o qualche altro con l’alito da deficit relazionale.
Arrivo alla stazione e finalmente si respira un po’ d’aria fresca, mi incammino a piedi verso l’ospedale Civico e questa sarebbe la parte più bella del pendolarismo, ma solo quando si arriva in orario alla stazione centrale alle ore 6.45. Un po’ di brina mattutina, un venticello fresco che ti accarezza il viso e mi adeguo ai parametri dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), secondo la quale si deve camminare con andatura sostenuta per almeno 20 minuti al giorno. Ma purtroppo questa mattina non è quella ideale e quindi mi incammino verso il posto di lavoro alle 7.50, quando la brina e la brezza rinfrescante dell’alba viene sostituita dal tepore del sole e dal calore emanato dalle marmitte fumanti degli scarichi delle auto.
Costeggio il Policlinico dalla parte del cimitero e i pedoni sono costretti a scendere dai marciapiedi a causa delle autovetture posteggiate che li invadono. Tanto, ma quando lo vedi un vigile in questa zona?!
Arrivo quasi all’altezza dell’ingresso del cimitero per attraversare le due corsie nuove di zecca che portano verso l’ingresso del Civico collocate davanti alla stazione metropolitana. A 5 metri trovi le strisce pedonali, ma alcuni palermitani “nati stanchi” preferiscono da tempo attraversare direttamente le aiuole, formando due solchi che formano due corsie artificiali (mai questo termine fu inappropriato, considerato che si tratta di vegetazione). Spazzatura a go go che si incontra lungo il cammino, quando tutto ad un tratto, svoltando verso via Tricomi, sembra che i marciapiedi siano stati invasi da un raduno di lavoratori della RAP. Ma non è così. La parte di marciapiede che inizia dall’angolo di via Tricomi e che arriva verso l’ISMETT è pulitissimo, ma non c’entra la RAP, ma è opera del lavoro certosino di Giorgio, un giovane africano che tutte le mattine, oltre che ad espletare il compito di posteggiatore – senza le pretese e le prevaricazioni di alcuni suoi colleghi che molto spesso si tramutano in minacce – ha deciso di mantenere la zona pulita. Giorgio espleta un lavoro che spetterebbe agli operatori ecologici, molto spesso impegnati nelle zone “bene” della città, una città in cui qualsiasi servizio si ferma alla stazione centrale, lasciando scoperte intere zone periferiche come zona Oreto, Romagnolo, Corso dei Mille e Brancaccio.
Prima di varcare il cancello per entrare in reparto vengo accolto dal fumo di un cestino andato a fuoco. Si tratta degli effetti della nuova legge contro il fumo e che riguarda il divieto di buttare le cicche a terra. Meglio un cestino che brucia che rischiare una multa che varia dalle 30 alle 150 euro.

Giuseppe Compagno

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