Il castello di Cefalà Diana

Un affascinante presidio militare della Sicilia medievale, adibito alla sorveglianza dei luoghi e al controllo del percorso che collegava alla città di Palermo: "la via del grano".

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Il castello di Cefalà Diana, nell’omonimo paese del palermitano, sorge nei pressi della vecchia Magna via Panormi, la strada che una volta collegava Agrigento alla capitale dell’isola. Posizionato sopra un costone roccioso in un punto strategico per il controllo del passaggio delle merci che dall’entroterra venivano portate in città, il castello fu abitato quasi esclusivamente da guarnigioni militari.

La storia

La sua origine è piuttosto incerta, i più antichi documenti risalgono al 1525 con riferimenti a Federico Chiaramonte e poi al 1639 e 1684 quando il feudo fu concesso ai Nicolò Diana da cui proviene il nome del sito. Ma la fortezza doveva già esistere già nel XIV secolo per via delle similitudini architettoniche di costruzioni simili in Sicilia.
Sorge nei pressi di Cefalà Diana, un piccolo paese medioevale risalente al 1684 quando Nicolò Diana ricevette la licentia populandi che lo autorizzava a costruire un centro abitato nei pressi del castello.
Non sappiamo se i suoi nobili proprietari abitarono regolarmente il complesso, probabilmente no: solo di rado, quando venivano a visitare la proprietà. Fu più che altro un presidio militare adibito alla sorveglianza dei luoghi e al controllo del percorso che collegava alla città di Palermo: “la via del grano”.
Dopotutto in Sicilia il castello non è mai stato visto come una residenza di lusso ma piuttosto come un’architettura militare posizionata in zone strategiche per difendere i feudi e i latifondi isolani contro altri baroni. La nobiltà siciliana sin dal medioevo preferì abitare le grandi città dove costruì i palazzi “Osterio” come quello dei Chiaramonte a Palermo.

Il castello: descrizione

Dal paese di Cefalà Diana, famoso anche per i bagni arabi, percorrendo una strada lastricata si giunge quasi ai piedi del complesso. Non è il percorso originale questo: quello antico è stato ingoiato dalla vegetazione.
Il castello è edificato direttamente sulla roccia ed è chiuso da una cinta muraria che ne determina la forma triangolare che si adatta alla configurazione del terreno. Il muro di recinzione era coronato da una merlatura e presenta spessori diversi a seconda della parte che doveva difendere: circa 80 cm nella zona nord ed est a strapiombo, difficile da attaccare; oltre il metro e quaranta nella zona più vulnerabile nel lato ovest, lungo il cui muro era costruito un camminamento dove potevano essere posizionati gli uomini di guardia.

Pianta del castello di cafalàA sud, il monumentale  portone d’ingresso, oggi in gran parte distrutto, era a doppia porta dentro una torre. Il portale poteva essere chiuso con una sbarra di legno incassata nello spessore del muro mentre dal torrione soprastante si poteva difendere il passaggio di eventuali intrusi.

Superata l’unica porta superstite, ci troviamo all’interno del recinto: è occupato per la maggior parte da un grande spazio declivo che una volta doveva essere divisa in due piazze: una grande quadrata e livellata che comunicava con le abitazioni del castello; l’altra triangolare in discesa alla cui destra si riconoscono dei locali adibiti a latrine destinate ai soldati.

Dalla corte quadrata attraverso una scala decorata, di cui rimangono pochi accenni, si raggiungeva la zona abitata del castello, probabilmente riservata alle guardie e ai servitori. Si tratta di diversi ambienti di difficile lettura per quanto riguarda lo loro destinazione d’uso: alloggi per le guardie, la cucina dove è ancora visibile un garnde forno, magazzini, stalle, servizi igienici per gli abitanti della torre principale e forse altri locali adibiti a prigioni. Le stanze sono con volta a botte e molte si estendono lungo il muro occidentale del recinto. Un grande arco a tutto sesto con pietre a cunei doveva sostenere un camminamento per le ronde. All’angolo nord-ovest del muro di cinta è ancora in parte visibile quel che resta di una torre quadrangolare angolare che doveva essere alta più di 10 metri.

La torre mastra

Nel punto più alto dello sperone, costruita direttamente sulla roccia, la grande torre mastra. La forma è rettangolare (12,60 x 8,40 metri ed altezza 20 metri) ed è suddivisa su tre o quattro livelli, considerando il piano terra, due piani e il terrazzo.
Il piano terra doveva essere adibito a magazzino o locale di servizio, infatti era collegato al piano superiore da una botola sul tetto ed una scala in legno, entrambi non più esistenti. Presenta due vani di diversa grandezza, chiusi da una volta a botte. Adesso sono illuminate da due finestre, ma sono state realizzate in un secondo momento, per cui in origine le stanze erano cieche. Nel seminterrato è scavata una cisterna che un tempo doveva essere coperta.
L’ingresso originario al primo piano nobile della torre non è quello che si vede adesso, ma era ubicato nel lato opposto, a nord, e vi si accedeva attraversando una apertura bassa, salendo una scala in pietra ancora esistente e probabilmente attraversando una sorta di ponte levatoio che rendeva più sicuro l’accesso. Questo piano doveva essere un soggiorno ed era suddiviso in due stanze. Il soffitto era in legno, con tre travi sulle quali erano poggiati i travetti trasversali: nelle pareti sono ancora visibili le cavità dove erano inseriti. Queste stanze erano illuminate da grandi finestre a ovest e ad est mentre nel lato sud da una piccola feritoia si poteva osservare l’ingresso del complesso.
Da una scala in legno, nel lato sud, si accedeva al secondo piano. Era destinato probabilmente alle camere da letto. Era diviso in due stanze, con volte a crociera con ognuna un camino per riscaldare gli ambienti e dei sedili ai lati delle finestre.
Chiude la torre il terrazzo dal quale si domina tutta la piana circostante e si intravede perfino il mare. Ottimo punto di vista e baluardo di difesa  è coronato da merlature ghibelline ad ali di gabbiano.

Il complesso presenta una serie di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, scavate direttamente nella roccia: all’interno del recinto se ne riconoscono quattro, ma è enorme quella costruita successivamente adiacente al muro esterno ad ovest.
Le pareti e il pavimento di questa grande cisterna erano ricoperti di malta rivestita con calce idraulica di cocciopesto rosato. Nello spessore del muro scendevano dei tubi di terracotta che si collegavano ad un lungo tubo orizzontale che percorre l’intera lunghezza del muro. Questa grande cisterna doveva essere coperta da una volta, non più esistente, sostenuta da dieci pilastri rivestiti di calce idraulica, i cui resti sono ancora riconoscibili al centro della vasca.

Oggi del castello di Cefalà Diana rimangono poco più che dei ruderi, ma il fascino rimane inalterato. Come altri esemplari simili, questi complessi medievali essendo isolati, rimangono al di fuori dei circuiti del turismo e per questo è difficile mantenerli, restaurarli, conservarli come un pezzo di storia della nostra cultura isolana. Se vogliamo mantenere memoria e valorizzare questi monumenti noi per primi dobbiamo visitarli e le Istituzioni invece, fare in modo di renderli usufruibili in sicurezza.

Saverio Schirò

Fonti:
Lesnes Élisabeth, Maurici Ferdinando. Un château, un territoire : Cefalà. In: Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-
Age, Temps modernes T. 105, N°1. 1993. pp. 231-263.
Video by Romualdo Nalli

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
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