All’inizio del Novecento, il Marsala Florio era già un fenomeno internazionale. Un vino nato sulle assolate coste trapanesi, che grazie a una spinta imprenditoriale azzeccata e fortissima, aveva conquistato l’Europa e attraversato l’oceano per arrivare fino a New York. Nelle feste eleganti di Manhattan e nei ristoranti alla moda delle maggiori città americane, un calice di Marsala segnava la fine perfetta di una serata.
Poi, nel 1920, tutto cambiò. L’America entrò nell’era del Proibizionismo: il 18° Emendamento e il Volstead Act bandirono la produzione, la vendita e persino il trasporto di alcol. Bar chiusi, botti sigillate, e un’intera nazione condannata all’astinenza forzata. Il Marsala, come tanti altri vini d’importazione, vide chiudersi le porte di uno dei suoi mercati più promettenti.
Ma la famiglia Florio non era disposta a rinunciare così facilmente. Ben presto, l’ingegno siciliano trovò una soluzione “creativa” per aggirare il divieto e rendere il Marsala di nuovo legale, in qualche modo.
Il colpo di genio

Quando la notizia dell’entrata in vigore del Proibizionismo negli Stati Uniti si diffuse, tutti i grandi produttori di alcolici europei accusarono il colpo. Gli americani erano appassionati bevitori e apprezzavano particolarmente i vini e i liquori importati, soprattutto nelle classi alte.
Di colpo, il mercato più ambito per i produttori di vino si chiudeva, e molte aziende fallirono, incapaci di adattarsi alla nuova realtà.
Ma mentre nelle altre cantine si piangeva, a Casa Florio si studiava.
Il famigerato Prohibition Act (noto anche come Volstead Act), nato sotto le pressioni di influenti gruppi salutistici e ultra-religiosi, prevedeva delle deroghe proprio legate al consumo di alcool per uso medico e sacramentale.
Ecco la soluzione!
Nacquero due versioni “speciali” del Marsala. La prima era un vino per “uso sacramentale”, austero nell’etichetta, con tanto di croce e diciture latine, destinato alle cerimonie religiose. La seconda, ancora più creativa, e un po’ meno di nicchia, era il Marsala Tonic, commercializzato come tonico medicinale, “hospital size” e con posologia consigliata: “un bicchierino pieno due volte al giorno”. Il contenuto era lo stesso di sempre, cambiava solo l’etichetta.
D’altronde i Florio avevano una lunga storia legata alla produzione e alla vendita di prodotti farmaceutici, il che rese ancora più credibile la loro “furberia”.
Dunque grazie a questo fantasioso espediente, le casse potevano partire dal porto di Trapani e giungere a New York in modo perfettamente legale, con buona pace anche dei doganieri più inflessibili, che di fronte ad una documentazione impeccabile e ad una piccola falla legislativa, non avevano altra scelta che lasciare entrare il prezioso carico, che finiva così nelle chiese e nelle farmacie americane, ma anche nelle case e negli speakeasy, i famosi bar clandestini dove si continuava a bere, nonostante la legge.
Il trucco funzionò a meraviglia. Durante gli anni bui del Proibizionismo, quando molte cantine europee persero il mercato americano, i Florio continuarono a fare affari d’oro grazie al loro ingegno imprenditoriale.
Quando il Proibizionismo finì, nel 1933, con il XXI emendamento, gli americani poterono tornare a brindare alla luce del sole. Ma il Marsala Florio, con il suo “tonico”, aveva già lasciato il suo segno, dimostrando che un buon vino, con un pizzico di astuzia, può vincere anche le battaglie più impossibili.
Oggi quelle bottiglie con l’etichetta “Marsala Tonic” restano una testimonianza di un’epoca in cui un vino siciliano riuscì a vincere la sfida più grande: continuare a brindare, anche quando brindare era proibito.
Samuele Schirò