Streghe e sortilegi: La storia di Diana La Viscusa e il suo processo per stregoneria

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Nel corso della storia, il tema dell’occulto e della magia ha sempre affascinato e intrigato l’umanità. Quando si tratta di streghe e sortilegi, spesso arrivano solo voci avvolte dal mistero per cui è difficile capire quanto ci sia di vero o è solo superstizione. Ma nel caso di Diana La Viscusa, accusata di essere una strega, conosciamo la storia grazie alla deposizione di un testimone oculare che è stato direttamente protagonista della vicenda accaduta nella Contea di Monreale nel lontano 1638.

Questa vicenda ci offre un’interessante finestra sulla pratica dell’esorcismo che si intreccia con il mondo oscuro della stregoneria, portandoci a riflettere sulle superstizioni e le paure di un’epoca passata, ma non del tutto trapassata dal momento che ancora oggi molte persone ne sono succubi.

Pronti a immergerci in questa storia avvincente? Facciamo questo viaggio nel passato, alla scoperta di questo oscuro capitolo della storia umana avvenuto proprio a due passi da Palermo.

La storia cominciò in un vicolo del Cassaro

La sfortunata protagonista dell’evento si chiama Francesca ed è la moglie di Ioannis Barrali, entrambi abitanti in una via nel quartiere del Cassaro, l’odierna via Vittorio Emanuele a Palermo.

Il 15 luglio nel 1638, giorno del festino di Santa Rosalia, la donna cominciò ad accusare sintomi strani: dolori al petto, mal di testa ed un malessere generale difficile da spiegare. In un primo momento sarebbe stato facile pensare ad una indigestione dopo il ricco pasto della festa, se non fosse per quegli scoppi di risate ingiustificate, susseguite da pianti e deliri improvvisi.

Nei vicoli del popoloso quartiere, quei sintomi non potevano rimanere a lungo inosservati e così i vicini, sempre attenti e intriganti, proposero la cura più efficace in casi come questi: bastonare la signora fino a che gli spirdi (spiriti dei morti) non si sarebbero allontanati da lei.

Il povero Ioannis si trovò confuso e affranto all’idea di dovere bastonare la moglie: e se si trattava di una fattura? Di un maleficio perpetrato da qualche nemico invidioso o che voleva recar loro del male? In quel caso la bastonatura sarebbe stata inefficace: unica soluzione era chiedere aiuto ad una magara, queste “donne de fora” in grado di operare magia bianca o nera, a seconda dei poteri di ciascuna.

Diana La Viscusa, la magara di Monreale

Quando si parla di magia e malefici lo si fa sottovoce, non si sa mai, anche i muri hanno orecchie: nessuno sa niente, ma tutti conoscono a chi bisogna rivolgersi in questi casi. Diana a murrialisi (di Monreale) risultò una magara affidabile e capace.

Come poteva essere Diana La Viscusa

Quanti anni aveva questa donna non è segnato nei verbali processuali, ma la immaginiamo di mezza età e soprattutto senza nulla di appariscente da attirare gli sguardi in un’epoca in un cui magia ed eresia erano considerate sorelle da perseguire con la terribile “Santa” Inquisizione!

Organizzato il viaggio, marito e moglie si recarono in casa della maga che attraverso un preciso rituale, indagò sull’origine del male della signora. Prima le tastò il ventre per assicurarsi che non ci fossero cause, diciamo naturali, poi accese una candela e fece il rituale dell’uovo nella bacinella: una pratica molto antica conosciuta in più parti del mondo ed usata per identificare l’origine di malefici. Si butta un uovo sgusciato dentro una bacinella piena d’acqua e si interpreta la forma che assume.

Il verdetto non lasciò dubbi a Diana, si trattava di una “fattura” che gente malvagia aveva lanciato contro la moglie di Ioannis. Per le pratiche di liberazione bisognava pagare 6 tarì.

Il rituale magico di liberazione dalle magarie

Diana La Viscusa, la stanza della maga

Recuperate erbe particolari e un certo tipo di olio, mantenuti in riservato silenzio per non svelare oscuri segreti, Diana La Viscusa iniziò il processo di liberazione del maleficio facendo inalare alla donna i vapori che scaturivano dall’ebollizione degli ingredienti. Ma questi ed altri rituali rimanevano inefficaci. La causa del maleficio doveva essere presente nella casa della vittima.

Così, tutti insieme si recarono nella casa al Cassaro e la maga cominciò il rituale della ricerca dell’oggetto della fattura spargendo acqua benedetta dentro e fuori l’abitazione. Poi, non si sa come, individuò nel terreno davanti la porta d’ingresso un luogo sospetto ed infatti scavando trovarono l’oggetto del sortilegio: un gatto morto nel cui corpo ormai putrefatto si riconoscevano minuscoli pezzi di cera ed argento.

Ah, chi focu ranni!!! Chi poteva avere tanto in odio la povera Francesca da sottometterla a tale maleficio? Non c’era un minuto da perdere! Diana iniziò senza indugio un rituale tra l’esorcismo e la magia.

La carogna del gatto fu immediatamente bruciata recitando scongiuri, e mentre ardeva, dalla carcassa dell’animale sembravano uscire lamenti e grida che attirarono il vicinato incuriosito. Subito, la magara fornì dei rametti di ruta che ciascuno doveva tenere in mano per proteggersi dagli influssi malefici della fattura.

Poi, come in un vero e proprio esorcismo, vennero invocati i santi, mentre i presenti dovevano rispondere ad ogni invocazione: “Signore misericordia”. Continuò così fino a quando, tra dolori atroci nel basso ventre, la povera Francesca “non si liberò” emettendo dalle parti intime misteriosi grumi neri che sembravano capelli di donna aggrovigliati tra gli spilli.

Certamente una scena piuttosto macabra di cui non è riportato l’esito finale.

Il Processo a Monreale a Diana La Viscusa

Non sappiamo se Francesca guarì dal terribile sortilegio e non sappiamo neppure chi denunciò la maga al tribunale dell’Inquisizione. Esistono invece gli atti del processo intentato contro Diana La Viscusa ed altre donne, nel tribunale ecclesiastico di Monreale, dove nel dicembre dello stesso anno 1638 fu chiamato a deporre proprio Ioannis Barrali.

È proprio dalla sua deposizione che conosciamo i dettagli dell’oscura vicenda. Naturalmente Diana venne condannata per stregoneria e rinchiusa nel carcere dell’ospedale di Santa Caterina della città di Monreale, dove venivano segregate solo donne perseguite per reati “spirituali”: concubinaggio, adulterio, reati “de maleficiis“…

Di Diana La Viscusa non sappiamo molto altro, se non che rimase in carcere ancora a lungo perché fu accusata dalle compagne di cella di continuare a praticare la stregoneria e per questo ebbe inasprita la pena. Ma sappiamo che la superstizione ed il ricorso ad arti presunte magiche se non malefiche non ha smesso di essere una credenza ed una pratica, ancora oggi, e non solo nei ceti popolari.

Non do un giudizio sulla veridicità o la credibilità di queste pratiche, ma suggerirei decisamente di evitare di farvi ricorso per qualunque ragione. Perché non è un bene e poi, nella migliore delle ipotesi, è solo un modo di farsi estorcere denaro.

Saverio Schirò

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Saverio Schirò
Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Appassionato di Scienza, di Arte, di Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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