Il matrimonio in Sicilia è sempre stato considerato un evento di importanza capitale, per cui, credenze, rituali e aspettative sociali si sono legate in un intreccio di usi, costumi e rituali piuttosto complesso. Certamente oggi non è più così, tuttavia, interrogando genitori anziani o i nonni, ci sorprende scoprire come alcune di queste antichissime tradizioni siano rimaste quasi intatte, almeno fino agli anni sessanta del secolo scorso!
L’opera di Giuseppe Pitrè, “Usi e Costumi, Credenze e Pregiudizi del Popolo Siciliano”, analizzando le consuetudini matrimoniali in giro per l’Isola, ci offre una finestra inestimabile sul tessuto sociale e culturale della Sicilia tra il XIX e l’inizio del XX secolo, e su tradizioni con radici ancora più antiche.
Andiamo a scoprirle insieme.
La scelta del coniuge: tra destino, obblighi sociali e previsioni magiche
La visione popolare del matrimonio in Sicilia era profondamente ambivalente: come si sceglieva l’uomo da maritare la figlia? Da un lato, persisteva la convinzione che i matrimoni fossero “distillati dal cielo” (“Matrimonii e Viscuvati di lu celu su’ distillati“), suggerendo una rassegnazione alla volontà divina o a una forza superiore che decideva il destino umano. D’altro canto, la realtà quotidiana imponeva una serie di esigenze sociali, municipali e religiose che rendevano la scelta del coniuge tutt’altro che casuale.
Si trattava di matrimoni combinati? Non proprio, diciamo piuttosto “indirizzati”. Anche perché non era bene, dopo i 18 anni, tenere in casa una figlia schietta (nubile), come suggeriva il detto “Fimmina diciottu e omu vintottu!”
Tuttavia non tutti erano considerato un buon partito. Un ostacolo significativo era l’endemica ostilità tra i nativi di comuni diversi o persino tra abitanti di differenti quartieri della stessa città. La storia intima della Sicilia, come notato da Pitrè, è «piena di fatti che mostrano come tra’ nativi di un comune e di un altro, di questo o di quel mestiere, non possano ne debbano contrarsi matrimoni mai». Pensate che ancora nel XVIII secolo, i parrocchiani di chiese vicine o gli abitanti di città contigue si consideravano «come persone di religione diversa».
Le differenze sociali costituivano un’altra barriera insormontabile. Sebbene nelle grandi città si potesse talvolta sorvolare, nei villaggi era quasi impossibile per un villano sposare una «giovinetta di condizione diversa». Il proverbio “Accasa lu figghiu cu li so‘ E di tia nun dirrà mali” (“Sposa il figlio con i suoi pari e non si dirà male di te”) ne è un’eloquente testimonianza. Anche le differenze di mestiere erano importanti: la gente di mare, ad esempio, a Palermo, Milazzo o Trapani, non cercava mai spose tra le donne di terra, considerandosi una «specie di tribù» separata, più «buona, più mite di ogni altra ne’ costumi».
Superstizioni e rituali in attesa di marito
Parallelamente a queste rigide imposizioni sociali, le ragazze, animate dal «desiderio di un marito», mettevano in atto numerosi espedienti per conoscere il loro futuro compagno. Si contavano «a dozzine i modi» per indovinare il mestiere o il carattere dello sposo. Il 24 giugno, festa di S. Giovanni Battista, era il giorno propizio per molte di queste prove in tutta l’isola. Tra i metodi più diffusi:
Chi versava piombo fuso in una bacinella d’acqua o setacciava la farina con le mani dietro la schiena convinta che la forma che ne risultava avrebbe indicato il mestiere dello sposo (ad esempio, cazzuola per muratore, pialla per falegname, remo per pescatore).
In certe aeree della Sicilia, il giorno di S. Valentino (14 febbraio) la ragazza in cerca di matrimonio si affacciava alla finestra di casa mezz’ora prima che spuntasse il sole. Se in quella mezz’ora non passerà nessuno, addio matrimonio! Se invece passava qualche giovanotto, le nozze sarebbero state certe, anche se non si sapeva ancora chi sarebbe stato il marito. Da qui proviene il proverbio siciliano: “San Valentinu: Lu zitu è vicinu”.
Le giovani ricorrevano anche a preghiere e voti rivolti a santi come San Raffaele Arcangelo, San Giovanni Battista, San Giuseppe… digiunando per propiziarsi un buon marito. Esistevano preghiere specifiche, come quella a Sant’Antonino, o rituali accurati come quelli rivolti a Sant’Onofrio u pulisu.
La Dichiarazione e la Richiesta: Il ruolo della “Messaggera” e della “Minuta”
Una volta che un giovane e una giovane si innamoravano e i genitori, pur fingendo indifferenza, ne riconoscevano la bontà del “partito”, si avviavano le pratiche formali del matrimonio. Il vicinato, spesso, aveva già combinato l’unione, ma ufficialmente si faceva finta di niente.
La fase iniziale era “u parramentu“, condotto dalla madre del giovane o da una “messaggera”. Questa figura aveva il compito di recarsi dalla madre della ragazza per esprimere l’intenzione di «combinare un partito» e, soprattutto, per informarsi sulla dote della figlia. La madre della ragazza, a sua volta, forniva verbalmente le prime informazioni e prometteva di inviare al più presto la “minuta”. La minuta era il documento scritto della dote, preparato da scrivani specializzati, che iniziava con l’invocazione alla Sacra Famiglia. Era avvolta in un fazzoletto di seta o tela: se accettata, il fazzoletto spettava allo sposo; se rifiutata, tornava alla mittente. Le minute erano dettagliatissime, elencando non solo vestiti e gioielli, ma anche biancheria per la casa, mobili, utensili da cucina e denaro.
Oltre alla minuta, esistevano modi tradizionali per esprimere la richiesta o l’interesse del pretendente nei diversi paesi della Sicilia ora definitivamente scomparsi.
Gli Sponsali e i simboli del legame
Gli sponsali, o fidanzamento, erano celebrati con cerimonie ricche di significati. Nomi come “entrata“, “canuscenza“ o “accòrdiu“ descrivevano il momento in cui lo sposo entrava per la prima volta nella casa della sposa.
Un rito fondamentale era legato ai capelli della sposa. La suocera o la parente più stretta del fidanzato divideva, ravviava e fissava i capelli della giovane con un pettine, introducendo poi un anello al dito e regalando un fazzoletto di seta. Talvolta si intrecciava un nastro di seta lucida color rosso fuoco, chiamato ” ‘nzinga“ che la sposa avrebbe indossato fino al giorno del matrimonio. In Sicilia, il nastro (” ‘ntrizzaturi“) era quasi sempre un regalo dello sposo e veniva legato alla treccia della sposa.
L’anello della fede, dato dal fidanzato, era considerato «l’emblema solenne di un contratto». Dopo aver ricevuto l’anello, la ragazza ricambiava con doni (fazzoletti o oggetti personali) a tutti i testimoni presenti, che si impegnavano a rispettare la promessa sposa.
I giorni “buoni” e “cattivi” per il matrimonio
Non tutti i periodi dell’anno erano considerati favorevoli per le nozze. Maggio e Agosto erano ritenuti nefasti, con pochi matrimoni celebrati in questi mesi. I proverbi avvertivano: “La spusa majulina nun si godi la cuttunina” e “La spusa agustina si la porta la lavina” (la sposa di maggio/agosto non gode del letto nuziale o se la porta via la slavina, cioè muore presto). I mesi preferiti erano Aprile, Settembre, Ottobre, Novembre, Dicembre.
Anche alcuni giorni della settimana erano proscritti: Martedì e Venerdì erano considerati giorni fatali, come recita il proverbio “Né di Vènneri, ne di Marti, nun si spusa, né si parti“. La Domenica era, invece, il giorno favorito, specialmente nei piccoli paesi.
La Vigilia delle Nozze: la “Stima” del corredo e il suo trasporto
La vigilia delle nozze era dedicata alla “stima” del corredo, o “vagghiata di li robbi”. Tutti gli oggetti della dote (biancheria, vestiti, mobili) venivano esposti sul letto nuziale o su funicelle tese in casa. Spesso, una sarta valutava pubblicamente (a Palermo) o segretamente il costo approssimativo degli oggetti, esagerandone spesso il valore nell’interesse della sposa: la cosiddetta “stimatura” o “prizzatura“. Il padre o la madre della sposa dichiaravano poi l’ammontare totale della dote.
Prima del trasporto, si celebrava la lavatura della lana che avrebbe formato il letto nuziale. La lana, spesso proveniente da Marsala, veniva lavata in luoghi specifici come l’acqua doru di Trabia o il fiume Oreto di Palermo, con musica e un addirittura un banchetto.
Poi il corredo veniva trasportato alla casa nuziale. Era un evento di grande pompa, soprattutto nei piccoli paesi, per mostrare lo sforzo e la spesa sostenuti, che si faceva tanto rumore che talvolta le autorità comunali intervenivano per limitare la teatralità.
Gli abiti degli sposi

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’abito bianco per la sposa cominciò a comparire solo agli inizi del Novecento, mentre erano più comuni le tonalità come crema o l’avorio, ma si potevano ancora vedere abiti in sfumature di oro, pesca e persino azzurro.
I tessuti prediletti erano la seta e l’organza, apprezzate per la loro morbidezza ed eleganza. Il pizzo siciliano, con i suoi intricati disegni floreali e geometrici, era un’espressione artistica di profonda tradizione e un’espressione artigianale e culturale significativa. I suoi disegni intricati rivelano una tradizione artigianale radicata che infondeva un’identità locale nell’abito nuziale.
Il mazzolino nuziale rivestiva un ruolo simbolico importante. I fiori d’arancio, o zagara, erano una scelta tradizionale e altamente significativa nei bouquet nuziali siciliani. Questa tradizione affonda le sue radici nella cultura araba, dove i fiori d’arancio venivano donati alla sposa come augurio di una prole sana e numerosa. Era usanza che lo sposo donasse il bouquet alla sposa come ultimo regalo da fidanzato, e all’arrivo, la sposa lo donasse alla madre dello sposo in segno di gratitudine.
L’abbigliamento dello sposo nei primi del Novecento in Sicilia, invece, non era legato a un costume regionale distintivo. Le opzioni di abbigliamento formale “novecentesco” includevano il vestito nero o grigio scuro con cravatta e fiore all’occhiello.
Accessori come il cappello a cilindro, i guanti e il bastone facevano capo all’alta società, mentre l’abbigliamento per matrimoni tradizionali per un contesto di paese, rimaneva piuttosto modesto.
Il giorno delle Nozze: cerimonie, banchetti e auguri
Il matrimonio civile precedeva quello ecclesiastico, che il popolo considerava indispensabile per essere “marito e moglie”. La cerimonia ecclesiastica, detta “zitaggiu” o ” ‘nguaggiàrisi”, era un momento di grande festa. L’orario variava, e se per le seconde nozze si preferiva sposarsi prima che facesse giorno, per evitare mormorazioni, a Palermo si era soliti sposare nel tardo pomeriggio o di sera, come attestato da numerosi documenti che indicano come gli sposi venivano accompagnati alla luce delle torce.
La processione verso la chiesa, rigorosamente a piedi nei paesi, a Palermo era una sontuosa teoria di carrozze. In ogni modo, un «drappello di donne» ben selezionato accompagnava la sposa e «un drappello di uomini» lo sposo.
Durante la benedizione nuziale in chiesa, sposo e sposa tenevano in mano dei ceri. Una superstizione radicata voleva che chi dei due avesse il cero che si spegneva per primo, o si fosse sollevato dall’inginocchiatori anzitempo, sarebbe morto prima. Per questo, i gesti tra gli sposi erano spesso coordinati e il sacrestano, a cerimonia finita, spegneva entrambi i ceri contemporaneamente con un soffio.
All’uscita dalla chiesa, si mutava l’ordine dei cortei: la sposa andava a braccetto con lo sposo, seguita dalle madri e dagli invitati. Era usanza la “jittata di li cunfetti“, cioè il lancio di confetti (o anticamente frumento, noci, ceci abbrustoliti, fave, riso, sale, briciole di pane) come augurio di abbondanza e fertilità.
La casa degli sposi era tradizionalmente ornata di fiori, come per gli antichi Latini, e prima del loro arrivo veniva spazzata diligentemente e tutto messo in ordine per evitare cattivi auspici.
I banchetti nuziali erano momenti centrali. La sposa, elegantemente vestita, sedeva immobile sotto uno specchio ricevendo auguri, una pratica che diede origine al proverbio “Pari la zita di lu macadam” per indicare una persona adornata che rimane rigida (il macadaru è una parola di origine araba che indica la sala da ballo nuziale). I banchetti, sebbene modesti per il popolino, nelle famiglie più abbienti, prevedevano cibi come maccheroni, salsiccia o carne arrosto.
Canti, balli e suoni di strumenti come arpe, flauti, castagnette, violini, cornamuse e chitarre accompagnavano i festeggiamenti, che si protraevano fino a tarda ora.
Poi la partenza per la casa dei novelli sposi con il suo cerimoniale. Gli sposi procedevano a braccetto seguiti da amici e parenti. L’uscio aperto e gli sposi vi entravano, saltando la soglia. Il letto era già preparato e gli amici si accomiatavano: auguri e figli maschi!!
A Palermo, la prassi voleva che la sposa venisse svestita e messa a letto dalla suocera. o in mancanza di essa, dalla cognata maggiore della sposa. “Questa prassi è inalterabile, e guai a chi si attenti di violarla!”
Prima uscita e viaggio di nozze avvengono dopo che gli sposi rimangono a casa per otto giorni ricevendo visite di parenti e amici. Dopo essi escono solennemente la prima volta recandosi in chiesa a udir messa. Il bianco, che in alcuni paesi non è il colore dell’abito nuziale, in altri è quello che veste la sposa in questo giorno d’uscita: “la veste degli otto giorni” preparata appositamente per questo evento.
A questo punto, chi poteva permetterselo, portava la sposa in viaggio di nozze, non prima però, di avere fatto un pellegrinaggio a Santa Rosalia sul monte Pellegrino.
In conclusione, l’etnografia di Pitrè rivela che il matrimonio in Sicilia antica non era un semplice contratto, ma un complesso intreccio di credenze, rituali e aspettative sociali. Dalle divinazioni per scoprire il futuro sposo alle complesse cerimonie di fidanzamento e nozze, ogni passo era intriso di profondo significato, riflettendo una cultura in cui il sacro e il profano, il sociale e il magico, si fondevano indissolubilmente.
Saverio Schirò