Il ponte del diavolo e il castello di Calatrasi

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Il castello di Calatrasi sorge sulla cima orientale del monte Maranfusa, vicino al paese di Roccamena.
Era posto sopra un’altura che domina la vallata dove scorre il ramo destro del fiume Belice, attraversato in quel punto dal ponte Calatrasi o ponte del Diavolo. Come tutti i castelli medievali eretti per proteggere le strade commerciali, è circondato da ripide pareti rocciose, con un’unica via di accesso.
Nel corso dei secoli, il castello ha subito distruzioni e ampliamenti, fino a cadere nell’abbandono già dal XV secolo. Oggi è solo un rudere con pochi segni dell’antica costruzione.

La storia

Il sito appartiene al parco archeologico del monte Maranfusa, una vasta area dove sono stati rinvenuti alcuni reperti che testimoniano l’esistenza di un abitato indigeno di età arcaica. Sono state identificate diverse fasi di vita comprese tra la fine del VII secolo ed il 480 a.C. circa, quando l’area  fu improvvisamente abbandonata, probabilmente a causa di eventi naturali avversi.
Abbiamo tracce documentate di una nuova rioccupazione del sito in età normanna, benché non è stato accertato se il castello risale a questo periodo o all’età islamica. Nel 1093, col nome di Calataczarut, viene menzionato come una donazione al vescovo della diocesi di Mazara effettuato dal Conte Ruggero.
Il viaggiatore arabo Muhammad al-Idrisi, nel 1150 ne parla come “…castello appariscente e fortilizio primitivo e valido da farvi affidamento”. Nel 1178 il territorio di Calatrasi  era incluso nella donazione che Guglielmo II fece alla Diocesi di Santa Maria la Nuova di Monreale e i registri dell’epoca contano una popolazione di circa 400 anime.
Una notizia certa e documentata risale al 1222, quando Federico II lo aveva liberato definitivamente dai musulmani ribelli che qui e nei castelli di Iato ed Entella avevano posto le ultime roccaforti di difesa prima della loro cacciata dalla Sicilia avvenuta nel 1246.

Dopo questo evento, le notizie sul castello ed il feudo connesso sono frammentarie. Nel 1348 l’arcivescovo di Monreale lo diede in affitto ad un tale Goffridonio de Alemanna, che doveva essere un nobile di origine tedesca, tuttavia 3 anni dopo, viene etichettato come un covo di “latrones” poiché pare che vi soggiornassero alcuni briganti.

Negli anni seguenti il castello cambiò diversi proprietari mentre il suo stato andava peggiorando. Nel 1432 doveva essere ancora abitabile dal momento che durante una battuta di caccia, il re di Sicilia Alfonso il Magnanimo vi si fermò per qualche giorno.
Un centinaio di anni dopo, era ormai in rovina, secondo la descrizione dello storico domenicano Tommaso Fazello nel suo De Rebus Siculis Decades Duae, il primo libro “stampato” sulla storia della Sicilia.
Da allora non fu più abitato.

La struttura del Castello

A guardarlo oggi, il castello di Calatrasi è oramai solo un rudere, un cumulo di pietre dalle quali risulta difficile riconoscere quale fosse la planimetria originaria. Tutto il complesso edilizio occupa una superficie di circa 1000 mq con un perimetro circa 120 m. Nella parte più elevata erano costruiti gli ambienti per gli abitanti, disposti attorno ad un cortile centrale.
Il complesso iniziale doveva essere semplicemente una torre a pianta quadrata che controllava l’accesso al monte.
Intorno a questa prima costruzione si sviluppò il resto del complesso, fino a che nel momento di massima espansione il castello possedeva tre torri collegate tra di loro da un ampio camminamento e uno spesso muro sul quale erano addossati gli ambienti per i soldati e gli abitanti del castello. 

Delle torri se ne intravede solo una, delle altre due rimangono solo le piante rettangolari, una più grande ed allungata, l’altra più piccola. Degli ambienti costruiti a contatto con la roccia non è riconoscibile quasi nulla tranne vaghi segni dei vari locali e magazzini, parte dell’acciottolato del cortile e all’interno di una delle torri quel che resta di una cisterna per la raccolta dell’acqua.

Il ponte Calatrasi

Il Ponte Calatrasi, così chiamato perché appartiene alla stessa contrada dove è ubicato il castello, è posizionato nella valle al di sotto del monte Maranfusa. Attraversa il ramo destro del fiume Belice probabilmente per collegare il complesso abitato ad un mulino. Il mulino è ancora riconoscibile, e fino ad alcuni decenni addietro in parte in uso dagli abitanti di Roccamena, ma non è chiaro se appartiene allo stesso periodo del castello o è stato costruito più tardi. In ogni modo, il sito è davvero affascinante e vale la pena visitarlo.
Sulla data di costruzione si parla della seconda metà del XII secolo e l’architettura infatti è tipica saracena. Un arco unico a sesto acuto e doppia ghiera e l’assetto a schiena d’asino come è caratteristico di ponti dello stesso periodo.
Il ponte oggi è in buono stato dopo i diversi restauri effettuati nel corso dei secoli e stranamente non presenta alcun parapetto di sicurezza, e pare che sia sempre stato così! Questa sarebbe la ragione del sinistro soprannome “ponte del diavolo” per questa stranezza.
Ovviamente non potevano mancare leggende a riguardo: le più curiose sono state riferite anche dal Pitrè. La più famosa vuole che il ponte sia stato costruito in una sola notte dagli spiriti, chiamati fati. Non si capisce se per mancanza di tempo o per altre ragioni non hanno realizzato i parapetti e per dispetto demoliscono quelli che nel corso del tempo gli abitanti avrebbero cercato di realizzare. 

Il mulino di Calatrasi

Attraversato il ponte (attenzione ai bambini!), si vedono in basso le cascatelle naturali che scorrono tra le rocce, e nel terrapieno quel che rimane del vecchio mulino. Fino alla metà del Novecento era ancora in uso come ricordano alcuni abitanti anziani di Roccamena, ma la sua origine si perde nel tempo. Si vedono chiaramente il percorso del canale che immette in quella che era la torre dell’acqua. Questa è costruita in pietre scure e sotto è riconoscibile un arco a sesto acuto preesistente, costruito in pietre calcarenitiche bianche.
Alla base della torre dell’acqua doveva essere collocata la macchina che ruotava grazie al passaggio della cascata che arrivava dal fiume.
In questo modo la macina veniva ruotata. Al di sotto del livello del pavimento un altro canale attraversava un arco scoperto e dopo un sistema di vasche e canali, scaricava nel fiume le acque utilizzate.
Durante gli scavi sono state rinvenute in questo luogo anfore e altre suppellettili databili tra il XII ed il XIII secolo.

Le leggende aumentano il fascino, ma per questo luogo non ce n’è bisogno perché davvero merita una visita, facendo attenzione al periodo: evitare assolutamente la tarda primavera, quando il grano dei campi limitrofi è a maturazione ed i luoghi sono letteralmente infestati da miriadi di fastidiosi moscerini che si intrufolano dappertutto. Non è consigliabile neppure in piena estate per via del caldo torrido. Meglio in autunno oppure all’inizio della primavera quando il corso del fiume Belice è più ricco d’acqua. 

Saverio Schirò

Come raggiungere il sito

Da Palermo: percorrere lo scorrimento veloce Palermo-Sciacca (SS624). All’altezza del Km 44, si esce allo svincolo la Montagnola proseguendo lungo la SP107 e dopo circa 500m una stradella sulla sinistra conduce al Mulino e al ponte.
Proseguendo sulla SP133 per Roccamena, dopo circa 2 Km si incontra lo svincolo che conduce al sito del castello.

Fonte: F. SPATAFORA, Monte Maranfusa/Calatrasi, guida breve, Palermo: Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana, Dipartimento dei beni culturali e dell’identità siciliana, 2015.

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Saverio Schiròhttps://gruppo3millennio.altervista.org/
Staff member. Appassionato di Arte e Teologia e di tutto ciò che è espressione della genialità umana.

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