Nel bellissimo, e non troppo noto, chiostro della chiesa della SS. Trinità, anche nota come la Magione, si trova un particolare pozzo, posto ad elemento centrale della monumentale struttura esterna.
Tale elemento, di per sé assolutamente comune, specie nei chiostri medievali, nasconde invece una storia particolare e degna di essere ricordata.
Iniziamo col dire che questa vera di pozzo (ovvero la porzione visibile del pozzo che emerge dal terreno, di solito costruita per evitare di cadere accidentalmente all’interno del buco sottostante), fu portata alla magione soltanto nel 1943, dopo essersi salvata dai bombardamenti che distrussero quasi completamente il monastero del Cancelliere, sua precedente dimora. Tuttavia la storia non si ferma qui.

Come scoperto da monsignor Benedetto Rocco alla fine degli anni ‘60, la parte superiore del pozzo, cioè l’elemento in marmo bianco collocato oggi su una struttura di mattoni, presenta delle singolari iscrizioni in lingua ebraica, che ne rivela la sua funzione originaria. Si trattava infatti di una pietra sepolcrale del 1353, posta sulla tomba di un giovane ebreo palermitano di nome Daniele. L’iscrizione recita: Nella sua arca giace ancor vegeto Daniele, figlio di Rabbi Saadia. La sua anima sia custodita nello scrigno della vita. Su di lui il bene e il riposo dell’anima. Il suo riposo sia nella gloria.

Ma come ha fatto una tomba ebraica a diventare il pozzo di un monastero?
Tutto risale al periodo successivo alla “Cacciata degli Ebrei”, avvenuta in Sicilia nel 1492. In seguito a questo evento storico, sul quale non ci soffermiamo, i cimiteri ebraici di Palermo, collocati nei terreni limitrofi alla Porta di Termini (nei pressi dell’odierna Stazione Centrale), furono del tutto abbandonati. Negli anni e nei secoli a venire, è probabile che alcuni degli elementi di pregio presenti in questi cimiteri, siano stati riutilizzati per abbellire palazzi, chiese e monumenti cittadini, vista anche la necessità di rimpiazzare questi vecchi sepolcri con il nuovo fossato esterno della città, costruito nel 1537.

Probabilmente questo antico elemento marmoreo giunse allora al monastero del Cancelliere, dove le monache decisero di utilizzarlo come pezzo di pregio della loro vera di pozzo, come testimoniato anche dai visibili solchi dovuti al continuo passaggio della corda al quale era legato il secchio.

Già dal 1968 monsignor Rocco propose di spostare pietra sepolcrale in un museo, riportando il monumento alla sua forma originaria ed eliminando dunque la sottostante struttura in cotto, tuttavia questa richiesta non è ancora stata ascoltata, ed oggi l’antica tomba è usata come altare per le cerimonie nuziali di molti ignari sposi. Chissà se il giovane ebreo Daniele, sarebbe contento di questo nuovo romantico utilizzo.

Samuele Schirò

Fonte: R. La Duca – La città “passeggiata”.

Foto: Reportage on Way; Tanogabo

1 COMMENTO

  1. Penso che il giovane Daniele sarebbe contento di questo nuovo utilizzo. Sempre meglio di restare abbandonato in una fossa.

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