Il torneo del maiorchino: altro che olimpiadi, in Sicilia c’è il lancio del formaggio!

Autore:

Categoria:

25,584FansLike
1,315FollowersSegui
633FollowersSegui

Il torneo del maiorchino è una delle tradizioni più curiose di tutta la Sicilia. C’è un piccolo borgo arroccato sui monti Peloritani, in provincia di Messina, dove ogni anno durante il Carnevale succede qualcosa che, raccontato altrove, suonerebbe quasi inverosimile. A Novara di Sicilia, infatti, le strade del centro storico diventano lo scenario di una gara secolare in cui il protagonista assoluto è un formaggio. Non una forma qualsiasi, ma un maiorchino stagionato da una decina di chili abbondanti, che viene fatto rotolare a tutta velocità lungo i vicoli in discesa, tra grida, scommesse e qualche imprecazione in novarese stretto.

Una disciplina che le Olimpiadi, ahimè, ancora si rifiutano di prendere sul serio.

Il formaggio maiorchino: cos’è e da dove arriva il suo nome

Prima di parlare della gara, conviene capire cosa sia esattamente questo formaggio così particolare. Il maiorchino (in siciliano maiurchinu) è un pecorino a pasta dura prodotto sul versante settentrionale dei monti Peloritani, in provincia di Messina. La zona di produzione del formaggio maiorchino coinvolge i comuni di Novara di Sicilia, Mazzarrà Sant’Andrea, Basicò, Tripi, Fondachelli-Fantina, Montalbano Elicona e Santa Lucia del Mela.

Le forme sono dei veri e propri colossi caseari: cilindri di circa 35 centimetri di diametro, alti 10-12 centimetri, con un peso che oscilla tra i 10 e i 18 chili. Si produce con latte intero crudo di pecora, a volte misto a latte di capra, e richiede una stagionatura che può arrivare fino a 24 mesi. Nel 1933 il casaro Carmelo Campisi, nel suo libro Pecore e Pecorino della Sicilia, lo definì poeticamente “cibo dei giganti”, e basta tenerne in mano una forma per capire perché.

Dal 1998 il maiorchino è iscritto nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) del Ministero delle politiche agricole, e dal 2003 è anche Presidio Slow Food. Oggi se ne producono circa 600 forme all’anno, segno che si tratta di un’eccellenza tanto pregiata quanto rara.

L’origine del nome del maiorchino: due ipotesi e qualche dubbio

Sul nome del formaggio gli studiosi si dividono. Una prima ipotesi, sostenuta dall’erudito Vincenzo Vinci nel suo Etymologicum siculum del 1759 e ripresa poi da Giorgio Piccitto nel Vocabolario siciliano del 1985, vuole che il termine “maiorchino” derivi semplicemente dal mese di maggio, perché il formaggio veniva tradizionalmente prodotto in quel periodo dell’anno.

Una seconda ipotesi, sostenuta dall’abate Michele Pasqualino nel Settecento, fa invece risalire il nome al latino caseus Balearis, cioè formaggio delle Baleari, e quindi a Maiorca. Secondo questa lettura il maiorchino sarebbe legato agli scambi commerciali tra la Sicilia nord-orientale e i porti spagnoli durante la dominazione iberica. Effettivamente anche sulle isole Baleari esiste una solida tradizione di formaggi ovini stagionati, e l’epoca dei traffici commerciali coincide con quella in cui il maiorchino fa la sua prima comparsa documentata.

Quale delle due versioni sia quella giusta, francamente, non lo sapremo mai con certezza. Possiamo però accontentarci di sapere che entrambe le ipotesi raccontano qualcosa di vero sul carattere mediterraneo di questo formaggio.

L’origine del torneo del maiorchino: una tradizione che viene dal Seicento

torneo del maiorchino Novara di Sicilia

E veniamo al pezzo forte. Si racconta che il gioco della maiorchìna sia nato nel primo trentennio del 1600, quando a Novara di Sicilia iniziò ad essere battuta la strada che dalla cappella della Madonna del Carmine portava al piano don Michele. Prima di allora i vicoli del paese erano troppo stretti e tortuosi per consentire un divertimento del genere, ma con i nuovi lavori di urbanizzazione, e con qualche pendenza generosa, qualcuno pensò bene di provarci.

L’ispirazione, secondo gli studiosi, viene dal gioco della ruzzola, una pratica antichissima diffusa in tutta Italia centro-meridionale che consisteva nel far rotolare un disco di legno lungo le strade di campagna. I pastori di Novara, avendo in casa qualcosa di molto più rotondo e pesante del legno, decisero di sostituirlo con quello che avevano: una bella forma di formaggio stagionato. Si dice che le prime sfide nascessero proprio tra casari, per dimostrare la qualità della stagionatura: una forma fatta male si sarebbe spaccata al primo lancio, una forma fatta a regola d’arte avrebbe rotolato per metri.

Da gara tecnica tra addetti ai lavori, la maiorchìna diventò ben presto un appuntamento collettivo, un rito di paese che ancora oggi accompagna i pomeriggi del Carnevale novarese.

Come si gioca: le regole del lancio del maiorchino

Il torneo del maiorchino si svolge ogni anno tra gennaio e Martedì Grasso, con la finalissima proprio nell’ultimo giorno di Carnevale. Si gioca con squadre di tre concorrenti ciascuna (sedici squadre nelle edizioni classiche, anche di più in quelle recenti) e l’obiettivo, in apparenza semplice, è uno solo: portare la propria forma di formaggio al traguardo nel minor numero possibile di lanci.

Il percorso si snoda lungo le antiche vaèlle (vicoli) del centro storico, partendo da via Duomo, il punto detto cantuèa da chiazza, fino al traguardo finale chiamato a sarva, alla fine del muretto di piano don Michele. In totale si tratta di circa due chilometri di stradine in discesa, con curve, gradini, fossi e buche pronti a tradire anche il giocatore più esperto.

Per lanciare la forma si utilizza la lazzada, un robusto laccio lungo circa un metro e venti che viene avvolto strettamente attorno al formaggio. Al momento del lancio il giocatore tira con forza, la lazzada si srotola e imprime al maiorchino una rotazione vorticosa che gli permette di guadagnare velocità e direzione. Una regola fondamentale (e severissima) impone di tirare con il piede d’appoggio fermo (pedi fermu) sul punto segnato, senza alcuna rincorsa. Se la forma si rompe durante il percorso, viene sostituita con un’altra di pari peso e il lancio precedente resta valido.

Il problema, come si può immaginare, è che una ruota di formaggio non è esattamente un proiettile guidato. Quando va bene, la maiorchìna parte dritta, prende velocità e rotola fino a coprire decine di metri tra gli applausi del pubblico. Quando va male, finisce in un fosso, contro un muro, dentro uno dei famigerati cattafùcchi (le cavità tra le case e la strada rialzata) oppure imbocca un vicolo cieco scelto a caso. La fortuna, qui, conta almeno quanto l’abilità, e capita spesso che giocatori meno quotati battano i favoriti per puro colpo di fortuna.

Il maiorchino patrimonio UNESCO (sì, davvero)

Quello che potrebbe sembrare un semplice gioco paesano ha guadagnato negli anni un riconoscimento di tutto rispetto. Il gioco del maiorchino è infatti iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali di Sicilia (REIS) e fa parte del Registro delle buone pratiche di salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO attraverso la rete internazionale Tocatì, che riunisce i giochi tradizionali di tutto il mondo. Lo stesso torneo è inserito nell’Associazione europea dei giochi e sport tradizionali (AEJEST) e in quella internazionale (ITSGA).

In pratica, lanciare formaggi per strada è ufficialmente una tradizione tutelata a livello mondiale.

La sagra del maiorchino e la maccheronata finale

Come ogni festa siciliana che si rispetti, anche la sagra del maiorchino si conclude a tavola. Dopo la premiazione dei vincitori, in piazza Michele Bertolami viene allestito un vero e proprio ovile temporaneo, dove i pastori in abiti tradizionali producono ricotta e tuma da distribuire ai visitatori. Le forme di maiorchino “ferite” dal torneo, quelle ammaccate o scheggiate dai lanci, vengono grattugiate generosamente sopra la celebre maccheronata, un piatto di pasta fresca di casa condito con sugo di carne di maiale o di salsiccia, ricoperto da una vera e propria nevicata di formaggio.

Il tutto annaffiato con vino rosso locale, possibilmente un Etna Rosso o un Nero d’Avola, che si sposano alla perfezione con il sapore deciso e piccante del maiorchino stagionato.

In fondo, dopo aver visto rotolare per ore un patrimonio caseario lungo le strade del paese, qualcuno doveva pur ricordarsi che il formaggio, prima di essere un oggetto da lancio, è anche una delle eccellenze gastronomiche più antiche dell’isola.

Leggi anche: Storie e ricette della cucina siciliana
Kottabos, l’antico gioco alcolico inventato in Sicilia

Fonti:

Ti è piaciuto? Condividilo con gli amici!

Rimani aggiornato su Telegram

Samuele Schirò
Samuele Schirò
Direttore responsabile e redattore di Palermoviva. Amo Palermo per la sua storia e cultura millenaria.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Ti potrebbe interessare anche...

Acqua e zammù

L'acqua e zammù (acqua con l'anice) è una bevanda rinfrescante tipica delle afose estati di Palermo. Tradizione palermitana Quando il caldo diventa opprimente, si ha voglia...

Il Carretto Siciliano, un’icona della cultura popolare

Il carretto siciliano per tanto tempo è stato un elemento importante della cultura popolare siciliana: una vera e propria icona! Nato come mezzo di...

San Valentino, lu zitu è vicino

San Valentino, lu zitu è vicino.  Conoscevate questo proverbio, un tempo molto in uso e caro alle fanciulle siciliane? Si, perché il 14 febbraio, data della...

Ricordo quando a Palermo si giocava per strada…

Non so bene quando  si è smesso di giocare per strada a Palermo. Magari ancora qualcuno lo fa, probabilmente nei quartieri più popolari della...

L’opera dei Pupi (nei ricordi di un ragazzino)

L'Opera dei Pupi ha segnato l'infanzia di intere generazioni di Palermitani, che si ritrovavano a sognare guardando le meravigliose opere messe in scena dai...

I 95 Santi Patroni di Palermo

Se chiedessi “Chi sono i santi patroni di Palermo?” La prima risposta sarebbe “Santa Rosalia”! Tutti sanno che la “Santuzza” è la Patrona della...