Ripercorrendo la storia della Sicilia, emerge quanto sia stata profondamente influenzata dalla presenza greca fin dall’VIII secolo a.C., quando le colonie siceliote trasformarono l’isola in un vivace centro di arte, filosofia e mito. Ancora oggi, le tracce di quel passato sopravvivono nei tanti monumenti che la Sicilia custodisce gelosamente: i templi di Agrigento e di Selinunte, le possenti mura ciclopiche di Gela… solo per citarne alcuni..
Da questa eredità nacquero anche figure straordinarie come Empedocle di Agrigento, filosofo dei quattro elementi, Archimede di Siracusa, genio della matematica e dell’ingegneria, Diodoro Siculo di Agira, storico eccelso autore della monumentale “Bibliotheca Historica”, Teocrito, padre della poesia bucolica.
Attraverso le opere dei grandi pensatori, la tradizione greca ha lasciato in Sicilia un patrimonio di storie e leggende che cercano di dare ragione, in forma mitica e poetica, il paesaggio e le tradizioni locali.
Tra queste, spicca la leggenda di Dafni, il pastore-poeta figlio di Hermes e di una ninfa, inventore del canto bucolico. La sua storia, sospesa tra amore, tradimento e metamorfosi, riflette la fusione tra mito greco e paesaggio siciliano: le rocce di Cefalù e le acque del Lavatoio medievale diventano così simboli viventi di un racconto antico.
L’origine e l’arte del Pastore

Dafni era un semidio, figlio di Hermes (Ermete), messaggero dell’Olimpo e dio delle greggi, e di una misteriosa ninfa. Nacque in una splendida valle della Sicilia, forse vicino a Ragusa, lungo il fiume Irminio che scorre dal Monte Lauro, la cima più alta dei Monti Iblei. La madre lo abbandonò in un boschetto di alloro (daphnê in greco), e da questa pianta prese il nome, datogli dai pastori che lo adottarono e gli insegnarono l’arte della pastorizia.
Il gesto dell’abbandono nel bosco è un topos della mitologia greca per spiegare la crescita di eroi o semidei legati alla natura. Dafni, destinato a diventare il “pastor poeta” per eccellenza e protettore dei pastori, doveva essere simbolicamente consegnato alla terra e alle divinità silvestri.
Ma Dafni non era un pastore qualunque. La sua bellezza era tale da sembrare scolpita dagli dèi, e la sua voce, guidata dall’insegnamento del dio Pan e dal suono della zampogna (o zufolo), incantava uomini e divinità. Apollo lo amava, Artemide lo seguiva nelle cacce, e la sua musica divenne l’origine del canto bucolico, celebrato persino da Virgilio.
Il giuramento infranto e la punizione
Della sua bellezza e del suo talento si innamorarono moltissime fanciulle. Dafni sposò una ninfa il cui nome varia secondo le diverse versioni: Echemeide, Naide, Nomia, Lica, o Xenea.
Secondo una versione della leggenda, la sua sposa era la figlia della potente e temibile dea Giunone (Hera). Giunone, nota per la sua indole vendicativa, minacciò il genero, avvertendolo che se avesse osato tradire la figlia, sarebbe stato accecato. In altre versioni, era la ninfa sposa stessa a fargli giurare di non esserle mai infedele, pena la cecità.
Dafni, sia per il suo carattere onesto, sia per il timore della vendetta, per un certo tempo resistette a ogni tentazione, finché, la sua crescente fama lo portò alla corte del re Zeno.
Qui, la regina Clifene (o Climene) rimase sedotta dal suo fascino e cercò di circuirlo, ma Dafni si rifiutò. La regina respinta si sentì umiliata e decise di ottenere ciò che desiderava attraverso l’inganno. Sfruttando l’assenza del marito, organizzò una festa in onore di Dionisio. Durante il ricevimento diede al pastore un potente vino con effetti afrodisiaci, che gli ottenebrò la mente, portandolo allo smarrimento. In questo stato, Dafni cedette alle avances della regina, consumando con lei una passione adultera. Il giuramento era rotto!
La vendetta e la trasformazione
Quando tornò in sé e comprese ciò che era accaduto, rimase sconvolto. Non riusciva a perdonarsi, perché era sempre stato fedele e non voleva in alcun modo tradire la sua sposa. Ma quando la ninfa seppe dell’accaduto non credette all’innocenza di Dafni e distrutta dal dolore volle attuare il proposito di vendetta. La punizione fu immediata e il povero pastore venne accecato.
Schiacciato dal rimorso e dal perduto amore, Dafni divenne un’ombra di sé. Vagò cieco tra i campi siciliani, cantando tristi melodie. Giunto nei pressi di Cefalù, disperato, cadde o si gettò da un precipizio.
Ma Hermes, mosso a pietà, lo trasformò in una rupe che ancora oggi si erge sul mare, lambita dalle onde che cantano un eterno lamento. Gli animi sensibili giurano che ascoltando il mormorio del mare in quei luoghi riescono ancora a percepire il canto malinconico del pastore-poeta.
Il pianto della Ninfa e il Lavatoio di Cefalù

La ninfa sposa, colta dal rimorso e da dolore per l’amato perduto, continuò a piangere senza tregua finché le sue lacrime gelide non scavarono un bacino sotterraneo, da cui nacque il fiume Cefalino. Quelle acque ancora scorrono alimentando il Lavatoio medievale di Cefalù.
La leggenda di Dafni intreccia così mito e natura, spiegando con taglio poetico le forme della Sicilia ma anche l’origine di molte tradizioni che ancora vengono tramandate. Ogni onda che si infrange a Cefalù, ogni goccia che scorre nel Lavatoio, racconta ancora oggi la storia del pastore che inventò il canto bucolico e che trasformò il dolore in paesaggio.
Fonti più accreditate sulla leggenda di Dafni
La figura di Dafni è un eroe della mitologia siciliana. Le linee generali della sua leggenda risultano in massima parte da Diodoro Siculo (storico greco del I secolo a.C.).
Altre fonti classiche che riportano varianti significative includono:
- Partenio (poeta greco del I secolo a.C.), che nella sua opera Love Romances cita lo storico Timeo, narrando la versione in cui la ninfa Echenais acceca Dafni dopo essere stato ubriacato da una principessa sicula.
- Stesicoro di Imera, a cui si attribuisce la versione più antica (risalente, pare, a lui) in cui la ninfa (Nomia/Lica) vendicò l’infedeltà accecando Dafni, e che è considerato l’iniziatore della poesia lirica bucolica.
- Teocrito (poeta greco del III secolo a.C.), che seguì una versione più recente in cui Dafni, insensibile all’amore, preferì morire piuttosto che cedere alla passione, e la sua morte è intesa come una dissoluzione in acqua, suggerendo la sua natura primitiva di nume secondario della vegetazione.
- Servio (commentatore di Virgilio) e Filargirio, che riportano il racconto della cecità, l’invocazione al padre, e la creazione da parte di Hermes di un pozzo in suo onore a Siracusa.